Tempo di lettura: 6 minuti

Quali idee folli si nascondono dietro la spinta del capitalismo verso la catastrofe planetaria? C’è una domanda complicata a cui non possiamo più sottrarci. Le élites del capitalismo vogliono morire?

Se conoscono l’origine e le conseguenze della crisi climatica e non la risolvono, non stanno forse distruggendo attivamente le basi materiali – un clima globale stabile, la prevedibilità in termini di suolo e acqua per l’agricoltura, la disponibilità di acqua e l’abitabilità dei territori dove vivono centinaia di milioni di persone. Non si stanno forse scavando la fossa da soli?

La risposta è sì. Le élite politiche ed economiche del capitalismo ci stanno spingendo (e si stanno spingendo) verso il collasso. Verso la nostra e la loro catastrofe.

C’è chi risponde di no e continua a spiegare che hanno una via d’uscita, di cui non siamo a conoscenza. Usano questo argomento per mettersi in una delle due posizioni più comode:

Affermare (e credere?) che non ci sono cambiamenti climatici;
Affermare (e credere?) che c’è una soluzione che deve ancora fare la sua comparsa.

Viene sollevata anche un’altra questione: non hanno intenzione di morire, perché hanno grandi progetti per trarre profitto dalla crisi climatica.

Entrambe le risposte sono vere. Non hanno intenzione di morire e, come sempre, hanno in mente di trarre profitto da tutto.

Ho lottato con questa domanda da quando ho capito che il cambiamento climatico esisteva, quasi vent’anni fa. All’inizio ero paralizzato dalla mancanza di una risposta.

Per molto tempo ho osservato ciò che stava accadendo, sperando di sbagliarmi. Forse non c’erano cambiamenti climatici, forse qualcuno li stava progettando nell’ombra.

Molti facevano soldi, come sempre. Ho assistito all’inarrestabile aumento delle emissioni, che accompagnava l’ormai vertiginoso aumento della temperatura, al processo istituzionale delle COP, al protocollo di Kyoto, all’accordo di Parigi, ai ripetuti discorsi sulla tecnologia che avrebbe risolto, ma non ha mai risolto, le crescenti emissioni. Il fatto che non avessi le risposte non significava che le domande non fossero giuste.

Com’è possibile che un sistema globale così articolato, con così tante risorse a disposizione, spinga le sue fondamenta – l’umanità, l’acqua, il suolo, le risorse naturali – verso il collasso? È controintuitivo, irrazionale. Tuttavia, è ciò che sta accadendo.

La spiegazione principale è di solito attribuita all’inerzia del sistema capitalistico, una macchina così colossale e totale che ha reso tutti i principi sociali, politici ed economici conformi alle sue regole. È per questo che il consiglio di amministrazione o il management di un’azienda che non cresce e non si espande viene cacciato. È il motivo per cui un paese che non colonizza o non intensifica lo sfruttamento del suo popolo o delle sue risorse vede il suo governo vessato o rimosso. È per questo che ogni aspetto della nostra vita sociale e privata viene mercificato o è già una merce.

A questo vorrei aggiungere un’altra spiegazione: l’alienazione delle élites nel capitalismo. Prendo questa idea dal lavoro di Antonio Gramsci. Per capire, devo spiegare le idee di Gramsci sull’ideologia.

Antonio Gramsci è stato un organizzatore comunista italiano e un pensatore senza pari. Scrisse le sue idee mentre era prigioniero politico nell’Italia di Mussolini negli anni ’20 e ’30. Gramsci sfidò due idee dominanti del suo tempo: l’epifenomenismo e il riduzionismo di classe. In breve, l’epifenomenismo era una teoria sulle realtà fisiche e mentali, che sosteneva che gli stati mentali (come le idee e l’ideologia) fossero completamente dipendenti dagli stati fisici, cioè che solo le condizioni materiali determinassero l’ideologia.

Gramsci metteva in discussione la correlazione diretta tra sovrastruttura ideologica e infrastruttura economica, precedentemente (e successivamente) assunta quasi come una “legge naturale”. Gramsci negava l’idea che la società capitalistica sarebbe inevitabilmente crollata a causa delle sue stesse leggi economiche e delle contraddizioni che portano alla pauperizzazione dei lavoratori e al collasso ambientale. La questione del consenso come parte del potere, piuttosto che la pura coercizione da parte della classe al potere, era per lui centrale, visto che conduceva alla questione dell’egemonia nella società.

Gramsci divideva lo “Stato integrale” in due sfere. Una era la Società politica: l’apparato coercitivo per conformare le masse in base al tipo di produzione e di economia in un dato momento. L’altra era la Società civile: l’egemonia di un gruppo sociale sull’intera società, esercitata attraverso organizzazioni private come la chiesa, i sindacati e le scuole.

Rifiutando il riduzionismo di classe dell’ideologia, Gramsci nega che esistano pure ideologie di classe, definendo l’ideologia come un insieme di pratiche, principi e dogmi di natura materiale e istituzionale in cui i soggetti individuali sono “inseriti”. Secondo lui, l’ideologia è ancora un sistema di dominio ed egemonia di classe, ma attuato non solo attraverso la coercizione, la struttura economica o l’egemonia di classe ma anche attraverso un accordo organico che assembla un sistema unificato, una “ideologia organica”. Questa ideologia organica esprime l’egemonia di una classe economica attraverso la supremazia economica e la capacità di articolare elementi essenziali nei discorsi ideologici delle classi subordinate della società civile.

Il concetto di egemonia in Gramsci evidenzia che la stabilità di un regime o di un sistema dipende dalla sua capacità di gestire e conservare il potere attraverso una strategia che egli chiama “rivoluzione passiva”, che impedisce lo sviluppo di egemonie alternative. Gli individui e i gruppi non sono però solo “vittime”, poiché l’egemonia presuppone come fondamento una qualche forma di accettazione della relazione, di solito attraverso un compromesso.

Rifacendoci alle parole di Gramsci, questo compromesso deriva dalla «complicità nel successo di una strategia di rivoluzione passiva, che risponde alle pressioni dal basso incorporando le richieste popolari. Tale strategia può riuscire a migliorare le condizioni di vita di un numero di persone sufficiente a legittimare le rivendicazioni egemoniche finché le condizioni economiche lo permettono».

Attraverso molti meccanismi diversi e complementari – discorsi, istituzioni, cultura, media e leggi – le ideologie lottano per produrre strumenti egemonici e diventare ideologie organiche. Quando queste vengono “naturalizzate”, si trasformano in metanarrazioni. Queste sono le “storie più grandi”, le storie spesso non dette a cui raramente pensiamo, ma che semplicemente assumiamo, le idee naturalizzate che non sono più idee in quanto non le usiamo per mettere in discussione le questioni, ma piuttosto per rispondere alle domande sulla maggior parte delle questioni.

Le metanarrazioni risiedono nel fatto che siamo animali sociali: costruiamo comunità e ci sentiamo a nostro agio nel condividere visioni del mondo esplicite o implicite. Quando le metanarrazioni raggiungono un livello maturo di naturalizzazione, vengono dimenticate e assunte come “natura umana”. In effetti, sono quanto di più vicino alla natura umana si possa trovare, in quanto si tratta di un’idea collettiva ampiamente condivisa. Eppure potrebbero non avere alcun fondamento nella natura o nella realtà.

Anche i promotori di una metanarrazione possono, e spesso lo fanno, esserne fagocitati – e questa è una delle caratteristiche più rilevanti della nostra situazione attuale. Una metanarrazione non è solo uno strumento attraverso il quale una classe dirigente domina il sistema produttivo e articola il discorso ideologico delle classi subalterne. Naturalizzandosi, articola i discorsi ideologici di tutte le classi – comprese le stesse classi dominanti, fissandole in una visione del mondo che può danneggiare anche queste stesse classi.

Per dominare l’umanità, le élite capitalistiche hanno prodotto nel corso dei secoli innumerevoli storie, narrazioni, tradizioni, istituzioni, leggi, scuole, forme d’arte, think tank, giornali, media, commentatori e altri dispositivi. Non è una cospirazione, è solo diventata la storia condivisa che ci raccontiamo ogni giorno.

Per ridurre i limiti all’espansione e allo sfruttamento, le élite hanno creato una serie di idee comuni: le persone di colore diverso sono inferiori, le donne sono inferiori agli uomini, chi è ricco se lo merita, la povertà è pigrizia, esistono meccanismi magici che “regolano” il commercio locale e persino globale, il “selvaggio” e il naturale sono cose da dominare. Alcune sono idee nuove, altre sono il riciclo di idee molto vecchie, e rappresentano anche le alleanze storiche che il capitalismo ha stretto per prosperare: con il patriarcato, con il colonialismo, con le scienze applicate, tra le altre.

Una questione fondamentale è che parte di queste idee hanno a che fare con le élite stesse, con la loro immagine di eccezionalità, merito e intelligenza. Un’altra è rappresentata dalle caratteristiche magiche attribuite all’umanità – guidata, ovviamente, dall’élite capitalista. Queste includono l’intelligenza insuperabile dell’umanità e la sua capacità di compiere miracoli tecnologici. Questo tecnopositivismo è la scienza come ideologia. Alla fine, come nel film Armageddon, saremo in grado di scavare un meteorite nello spazio, piazzarvi una bomba atomica e farla esplodere prima che si scontri con la Terra. Ma che bravi!

La maggior parte di queste idee, create e propagate per mantenere la struttura di potere, si sono naturalizzate nel tempo. Non hanno più bisogno di essere dette, sono diventate cultura. Non sono una narrazione, non hanno bisogno di essere esplicitate, perché sono una metanarrazione, sono ciò che la società è arrivata a usare come strumento per rispondere alle cose.

Le stesse élite, invece di usare questo vasto insieme di idee per dominare le altre classi, sono arrivate a farsi dominare da queste idee. Sono arrivate a credere alle illusioni mistiche sul loro ruolo nel mondo e nella società, sul capitalismo come unico modo di organizzare le società umane, sui miracoli storici e sulla fine della storia. Lo stanno ancora facendo, nonostante la loro minuscola esistenza storica e nonostante il fatto che alcune delle loro stesse istituzioni riconoscano che stanno mettendo a rischio la sussistenza della civiltà globale.

L’esame delle idee e della cultura della situazione attuale arriva quando le perturbazioni materiali si scontrano con le storie che la società si racconta. È quello che sta accadendo ora con la crisi climatica. È ancora più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, ma presto non lo sarà più. È necessario che emerga un’altra storia per poter prevenire il collasso climatico. Il capitalismo è una forma di organizzazione talmente alienata che, pur conoscendo da decenni l’esito della crisi climatica, i suoi agenti a livello globale hanno promosso un’enorme quantità di energia rinnovabile ma non hanno tolto i fossili dalla rete, hanno solo aggiunto più capacità produttiva e più emissioni. Non è un caso, è una necessità obbligata che deriva dalla loro stessa metanarrazione in cui sono bloccati. Non possono farne a meno, è la loro programmazione sociale e culturale di base. Non saranno mai in grado di risolvere la crisi, ma solo di approfondirla. Dobbiamo rovesciarli o il loro impulso di morte ci porterà tutti al collasso.

*articolo apparso su 
Climate&Capitalism il 14 gennaio 2024. La traduzione è stata curata da Alessandro Cocuzza per il sito www.antroponecene.org

Print Friendly, PDF & Email