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Navalny è l’ultimo di una lunga lista. I nomi che ne fanno parte li abbiamo conosciuti e poi colpevolmente consegnato all’oblio. Ogni tanto – quando conviene – li riportiamo tra noi, secondo una retorica della memoria che ormai consuma le nostre società e le nostre coscienze. Accadrà lo stesso anche in questo caso? Non lo so, essendoci una differenza non insignificante, che tra poco dirò.

Di tutti i nomi dei dissidenti che Putin ha fatto sparire quello di Navalny è forse il più distante da me politicamente. Era un estremista di destra, non uno strenuo difensore della democrazia e dei diritti. Nel tempo – a causa della tragicità della sua storia col suo portato di accanimento, crudeltà e cinismo – la sua figura è diventata un’icona della dissidenza politica a Putin, al di là delle convinzioni che egli professava. Non ricordo quest’elemento per prenderne le distanze o per fornire una qualche forma di attenuante generica a Putin, ma per il motivo opposto. Il fatto che Navalny fosse chi fosse non importa affatto e non dovrebbe importare a nessuno di noi. Non è necessario contraffarne la biografia e trasformarlo in un mito per stare dalla sua parte: basta la sua sequela di avvelenamenti e persecuzioni culminata con la morte per indignarci.

Le dittature – con la loro eloquenza di barbarie – ci rendono consapevoli che la democrazia liberale – con tutte le sue tutele e le sue responsabilità – è un bene fragile da difendere in tutti i modi per cercare di preservare i diritti di tutti coloro che il potere prende in carico e che, in modo diretto o indiretto, decide di incarcerare, di torturare, di uccidere. Mai come in questo tempo, in cui l’abuso di potere sembra essere una tentazione diffusa dovunque e non solo in Russia, dovremmo indignarci e ricordare a voce alta e senza tentennamenti che il diritto può essere la forza degli oppressi. Il diritto negato da un potere che, nel caso specifico, ha deciso da decenni di essere al di sopra della legge. Il diritto è l’unica forza che rimane a chi è oppresso da un potere più forte che lo rinchiude, lo perseguita, lo condanna. Si chiami Navalny, Ilaria Salis, Ousmane Sylla, AnnaPolitkovskaja, Giulio Regeni, Julian Assange. O non abbia alcun nome conosciuto e sia costretto a morire nell’anonimato del buio di una cella qualsiasi: si chiami Caino, si chiami Abele. La forza della democrazia è l’invenzione del diritto contro la tracotanza del potere.

Paradossalmente, sapere come sia stato ucciso Navalny mi è del tutto indifferente. Già il semplice fatto che qualcuno che dovrebbe essere custodito in carcere venga lasciato morire è una chiamata alla responsabilità di quel potere che è venuto meno al suo dovere. Ma il fatto che ciò avvenga per una persona che è in carcere in quanto oppositore politico di chi quel potere lo riserva a sé da tempo ormai immemorabile è l’ennesima prova della differenza tra una democrazia e una dittatura. Non ho alcun dubbio sul fatto che Navalny sia stato ucciso, ma per riconoscere questa differenza basterebbe anche solo il fatto che un dissidente politico sia morto in un carcere.

La lista degli oppositori di Putin è assai lunga. L’occidente che oggi s’indigna è lo stesso che per decenni ha fatto di tutto per dimenticarne i nomi. Perché faceva comodo sacrificare sull’altare degli interessi economici il disprezzo del diritto. Perché i dittatori vengono riconosciuti come tali solo quando si è stati costretti per via di una guerra a smettere di fare affari con loro, non prima. Ecco la grande differenza, la guerra. Buona parte di coloro che oggi si scandalizzano sono quelli che fino a due anni fa tacevano o ridimensionavano per non urtare la suscettibilità del dittatore e la sua disponibilità agli affari. Sono gli stessi che ancora oggi fanno affari con l’Egitto o con la Turchia, facendo presto a tacere di ciò che avviene nelle loro carceri anche a cittadini italiani. E che tra qualche anno – quando calcoli economici o geopolitici lo renderanno conveniente – verranno a fare lezioni di democrazia a chi da decenni si ostina a indicare che ogni connivenza con le dittature è una compromissione inaccettabile per tutti gli Stati che pretendono di definirsi democratici.

Io con tanti altri rivendico invece la coerenza: la mia indignazione per la morte di Navalny non mi fa cambiare di una virgola il giudizio politico che accompagna Putin non da quando l’occidente ha ritenuto di cacciarsi nel vicolo cieco di una guerra senza nessuna via d’uscita, ma da molto prima: Putin è un dittatore, come Al-Sisi, come Erdogan, come ormai lo è Orban. Come tanti altri con cui facciamo affari fin quando non faremo la guerra.

Gli ingredienti principali che fanno di Putin un dittatore sono noti da tempo: l’annichilimento della sovranità popolare attraverso la riduzione della democrazia al rito falso di elezioni che non servono a nulla; lo svuotamento delle assemblee in nome del potere di un capo senza più limiti temporali o contrappesi istituzionali; la criminalizzazione di chi la pensa diversamente attraverso leggi liberticide e la repressione della libertà di opinione e di protesta.

Ci ricorda qualcosa tutto questo? E con questa domanda non sto affatto sostenendo che non vi sia differenza tra le macerie delle proprie democrazie che l’occidente persegue e difende strenuamente e le dittature dove gli oppositori politici vengono eliminati in maniera esibita. Il fatto stesso che io stia scrivendo queste righe è una prova di una differenza che dobbiamo tenerci ben cara.

Ma non credo basti questo, per edificare un riparo dal pericolo. Forse la vera questione è come pensiamo debba essere l’ideale democratico da opporre alla violenza delle dittature. Se cioè possiamo accontentarci di pensare che le nostre democrazie siano plasmate sugli stessi processi che danno forma alle dittature, solo non portati all’estremo ma tollerati in dosi per così dire omeopatiche. Mentre giustamente ci indigniamo per Navalny, anche noi precipitiamo su un piano inclinato che trasforma le nostre istituzioni applicando lo svuotamento della partecipazione popolare, l’insofferenza nei confronti del pluralismo parlamentare in nome della forza decidente del leader, il preoccupante aumento di politiche repressive nei confronti di chi non la pensa come si deve. Col risultato che nessuno crede più nella democrazia, se non come un potere che frena l’estremismo senza misura delle dittature, l’estremo argine alla violenza come comandamento di Stato. Dove non c’è dittatura,  c’è democrazia. Ma siamo certi che basti questo a metterci al riparo dall’estremo che avanza da tante parti nel mondo? Che la democrazia possa definirsi in negativo, per ciò che per fortuna non è? C’è stato un tempo in cui la democrazia prometteva di essere una vera e propria forma di vita: che ripudiava la guerra grazie al fatto che valorizzava i conflitti, che rispettava l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge, che credeva nella sacralità laica della dignità umana, che diffidava e si difendeva dal potere di un uomo solo, chiunque egli fosse. Quell’ideale democratico non è stato demolito solo da Putin, ma anche dalle trasformazioni che negli ultimi decenni l’occidente ha accolto e affermato per se stesso.

Per come stanno le cose adesso, sono convinto che uno dei principali motivi della distinzione tra destra e sinistra sia proprio questo. Se dobbiamo aver cura della differenza tra democrazia e dittatura, di quale sostanza è plasmata questa differenza? Possiamo accontentarci di riconoscere che la dittatura è l’estremizzazione degli stessi processi che tolleriamo nelle democrazie in misura più contenuta? O dovremmo rivendicare che tra democrazie e dittature vi sia un’eterogeneità irriducibile, un altro ordine del discorso? Contrariamente alla destra (e alla sua cultura che contagia tanti partiti che dovrebbero opporvisi), io credo che non saranno le democrazie autoritarie a salvarci dalle dittature. Tanto meno le democrazie ridotte a ultimo e sottile argine prima dell’apocalisse. Salvare le democrazie dalle dittature vuol dire rafforzarne l’eterogeneità, recuperarne la sua irriducibilità nelle forme, nei valori e nell’esercizio del potere. Ripristinare l’orizzonte del diritto come forza degli oppressi, in tempi in cui tutte le riforme in atto sono orientate a far prevalere il potere di chi opprime.

Siamo fortunati a essere qui e non lì. Ma di fronte all’empietà delle dittature, le pallide post-democrazie cui ci stiamo serenamente rassegnando non mi rassicurano affatto. La democrazia non è solo questione di fortuna, è questione d’impegno e di contingenza. È questione di lotte, di conflitti e di resistenza al precipitare delle cose.

*articolo apparso sul sito https://volerelaluna.it/

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