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Recentemente il neopresidente argentino Javier Milei ha visitato l’Italia e ha incontrato la premier Giorgia Meloni, il presidente Mattarella papa Francesco. Nel corso di quest’ultimo incontro, Milei ha accantonato le frasi sul papa che aveva usato durante la campagna elettorale (“quell’imbecille che sta a Roma usurpa la casa di Dio”“promuove il comunismo”“vi porterà via i vostri figli perché è il rappresentante del maligno sulla terra”, ecc.). Ha rivolto a Francesco il più banale appellativo di “Sua Santità”, arrivando persino a descriverlo come “l’argentino più importante della storia”, scoppiando in sorrisi e abbracci. 

Ricordiamo questo episodio come testimonianza non solo e non tanto di capacità di cinico accomodamento politico, ma soprattutto dell’instabilità mentale del personaggio. Di questa condizione psicologica esistono altre e più espressive attestazioni: Milei, al di là dell’agitazione della già eloquente immagine della motosega, ha più volte asserito candidamente di essere “intimamente connesso con le forze del cielo”, di ricevere “suggerimenti di economia” dal suo cane Conan, morto da tempo ma con cui “parla spesso”, che i suoi quattro attuali mastini, che chiama “figli miei”, sono il prodotto della clonazione di Conan, e si vanta di “obbedire ciecamente” a sua sorella Karina, che chiama “el Jefe” (il capo). 

Ora, il problema che abbiamo di fronte non è tanto l’instabilità di costui, ma l’evidente irragionevolezza dei quattordici milioni e mezzo di argentini che lo hanno votato, nominandolo presidente, e la profonda preoccupazione di tanti altri milioni di cittadini di quel paese (e dei democratici di tutto il mondo).

Tutto ciò diventa ancor più irragionevole se si pensa che, a due mesi dal suo insediamento, la situazione economica argentina, che era già molto grave, è peggiorata con una velocità senza precedenti, in un’ulteriore spirale di crisi e di inflazione. Su questo punto è sufficiente menzionare i dati forniti dall’Osservatorio Sociale dell’Università Cattolica Argentina che attestano che “la povertà è passata dal 44,7% osservato nel terzo trimestre del 2023 (prima dell’elezione di Milei) al 49,5% di dicembre e al 57,4% di gennaio”.

Nel mese di gennaio 2024 l’istituto di statistica argentino ha calcolato che il reddito familiare mensile indispensabile all’alimentazione sarebbe di 600.000 pesos (circa 600 euro). Su questa base, in un paese che fino a 50 anni fa era più o meno con ragione considerato una “isola di Europa nel continente latinoamericano”, dove la povertà era limitata a casi estremi, a gennaio i poveri (cioè coloro il cui reddito è sufficiente solo per mangiare e nulla più) sono ventisette milioni. E sette milioni di questi sono in situazione di povertà assoluta, cioè con entrate mensili sensibilmente inferiori a 600.000 pesos, dunque il loro reddito non è sufficiente nemmeno per mangiare. 

E’ evidente che questi dati non sono solo opera dei primissimi mesi del governo di Milei, ma è certo che tutte le sue prime misure (tra cui il blocco delle retribuzioni a fronte di un’inflazione mensile a volte a tre cifre) tendono ad approfondire in maniera smisurata lo sfacelo economico per le classi popolari.

Quanto è avvenuto nei mesi scorsi in Argentina, con l’elezione del presidente “libertario” e con le sue prime misure di governo dà a tutti un’ulteriore conferma della crescita dell’estrema destra, del suo carattere internazionale, della pericolosità di questa crescita, della necessità di esaminarne le radici.

Queste considerazioni valgono tanto più per noi in Italia, in quanto ci sono importanti analogie con quanto è avvenuto qui da noi alla fine del 2022, quando l’estrema destra di Giorgia Meloni ha cannibalizzato l’elettorato degli alleati del centrodestra, indeboliti dalle loro compromissioni con Mario Draghi e con la sua politica tecnocratica, mentre la sua resistibile ascesa non riusciva ad essere contrastata da un centrosinistra imbelle e diviso.

L’Argentina e il peronismo

E’ difficile parlare dell’Argentina e del recente successo di Javier Milei nelle elezioni presidenziali senza ricordare che la storia politica di quel paese è profondamente segnata dall’esperienza peronista.

Il movimento peronista è relativamente sconosciuto in Italia. Si tratta di un movimento nazional-popolare, bonapartista, nato con l’avvento al potere in Argentina negli anni ’40 del ‘900 di Juan Domingo Perón, sostenuto da una massiccia mobilitazione popolare.

Sotto la sua presidenza (1946-1955), il paese si organizzò attorno ad un’idea di “giustizia sociale” che assunse la denominazione di “giustizialismo”, un’espressione che ha ben poco a che fare con l’uso che ne è stato fatto nel dibattito politico italiano degli ultimi anni. Pur incoraggiando lo sviluppo di una borghesia nazionale argentina e affermando una posizione “fieramente anticomunista”, Perón portò avanti politiche socialmente progressiste a favore dei lavoratori, legalizzando i sindacati ma anche imponendo loro un forte controllo corporativo e dall’alto, introdusse il diritto di sciopero, il voto alle donne, sviluppò la sanità pubblica, l’istruzione e una serie di politiche sociali.

Si trattava di un tentativo di risposta “non socialista” all’importante crescita della classe operaia e ai problemi sociali che questo comportava per quel paese, che, all’epoca, cominciava a conoscere una discreta industrializzazione, nel contesto di un continente ancora profondamente sottosviluppato e largamente dedito all’agricoltura e all’allevamento latifondisti.

Il peronismo era una politica che attaccava (seppur parzialmente) gli interessi dell’imperialismo americano e di un settore della borghesia agraria e commerciale, creando una forte contrapposizione politica tra peronisti e antiperonisti. Gli antiperonisti, artefici del colpo di stato del 1955 che rovesciò il governo Perón, nutrivano un vero e proprio odio verso di lui, che, assieme ai miti che l’accompagnavano, come la figura della moglie Evita,  godeva invece di un crescente e passionale sostegno di ampia parte delle classi popolari.

Con l’esaurirsi negli anni Settanta del modello economico improntato su un’industrializzazione basata sulla sostituzione delle importazioni, il peronismo non fu più in grado di tenere insieme l’ordine borghese, una certa giustizia sociale, e una buona dose di clientelismo. Emersero forti divisioni interne, una vera e propria divaricazione tra correnti peroniste politico-militari socialisteggianti e antimperialiste (come i Montoneros, un’organizzazione guerrigliera argentina peronista di sinistra) e un’ala reazionaria e fascista (intorno all’Alleanza anticomunista argentina- AAA). Questa crisi del modello peronista di coalizione di classe aprì la strada alla peggiore dittatura civile-militare del paese (1976-1983), una dittatura che ebbe il sostegno delle classi dominanti argentine, ma anche quello determinante dell’amministrazione statunitense e di vari paesi europei, tra cui anche l’Italia del governo di centrosinistra di Giulio Andreotti, che lasciò senza alcuna tutela le migliaia di democratici di origine italiana perseguitati dal regime militare.

Dalla dittatura al peronismo manageriale all’estrema destra di Milei

Nel 1981, la dittatura militare guidata dal generale Jorge Rafael Videla entrò in crisi sotto la spinta di una crescente mobilitazione popolare e per i contraccolpi della sconfitta dell’Argentina nella guerra delle Malvinas-Falkland (1982). Così i generali che in rapida successione sostituirono Videla non potettero che rimettere il potere ai civili, con un rapido ripristino della democrazia parlamentare. 

Ma la dittatura segnò indelebilmente il corpo sociale e politico del paese: oltre 30.000 furono gli attivisti e i democratici assassinati o fatti sparire in mare, a decine di migliaia vennero detenuti nei centri allestiti qua e là dai militari, migliaia i neonati sottratti alle donne detenute o assassinate e poi affidati a famiglie di sostenitori dei golpisti. Il tutto è stato documentato nei processi che, purtroppo molto tardivamente, sanzionarono gli ufficiali torturatori e raccontato in decine di romanzi e di splendidi film, tra i quali vale la pena segnalare “Garage Olimpo”, del 1999, diretto da Marco Bechis.

Con la reintroduzione di un sistema parlamentare si succedettero alla guida dell’Argentina vari governi di destra, in particolare quello ultraliberale del peronista di destra Carlos Menem che dominò il paese con la sua politica ultraliberista per dieci anni, dal 1989 al 1999. L’Argentina visse in quegli anni una lunghissima e sconvolgente crisi economica (1988-2003), con il crollo del PIL e dei redditi, un’inflazione fuori controllo che raggiunse punte superiori al 200% mensile, una diffusa deindustrializzazione parzialmente tamponata dal sorgere di numerosissime “cooperative autogestite” (parecchie delle quali sopravvivono ancora oggi, a oltre 20 anni dalla loro creazione), una crescita vertiginosa del debito, una devastante fuga di capitali e di investitori internazionali. 

Il governo cercò di salvare le banche bloccando i prelievi, dichiarando il default finanziario, per l’impossibilità di pagare il debito. In un paese che solo venti anni prima veniva descritto come un’isola europea nell’America Latina, esplosero la precarietà lavorativa e abitativa, il lavoro informale, e la povertà coinvolse il 54% della popolazione e quella estrema fino al 26%. 

Si aprì anche una gravissima crisi istituzionale, tanto che alcune province argentine iniziarono a coniare una propria moneta, sperando infondatamente di sottrarsi alla devastante inflazione, mentre crescevano grandi mobilitazioni popolari con scontri durissimi con la polizia, e i presidenti e i governi venivano nominati e si dimettevano in successione.

Il dualismo peronista tra giustizia sociale e repressione politica si è espresso poi nella successione dei governi. Dopo la lunga presidenza di Carlos Menem, che incarnava una linea “tardoperonista” radicalmente neoliberale, arrivarono alla presidenza prima Nestor Kirchner, eletto nel 2002, e poi la consorte Cristina Kirchner (2007-2015), che risposero in maniera più positiva alle proteste di massa e riaffermarono un peronismo moderatamente progressista in campo sociale ed economico, riaprendo al contempo i processi contro gli ufficiali militari responsabili della sanguinosa repressione degli anni Settanta-Ottanta. 

Dopo una parentesi di quattro anni di un governo di destra presieduto da Mauricio Macri (un imprenditore formatosi nel partito peronista ma poi approdato a compagini dichiaratamente conservatrici), arrivò nel 2019 un altro peronista “kirchneriano”, Alberto Fernández, ma che, anche a causa della crisi indotta dalla pandemia, apparve alla maggioranza della popolazione come un gestore del capitalismo dell’austerità, subalterno al Fondo monetario internazionale e all’insostenibile pagamento del debito. 

E’ questa la situazione, contrassegnata anche da una nuova esplosione della povertà (che è tornata dopo la pandemia a coinvolgere oltre il 40% della popolazione), che apre le porte all’estrema destra “libertaria” di Javier Milei, e alla sua politica secondo cui la fonte dei problemi del paese sono “lo stato, il peronismo e le mafie sindacali”.

La sua è una versione “libertaria” e “iperliberista” della politica che fu della dittatura militare, cosa che è anche esplicitata dalla scelta della sua vicepresidente Victoria Villarruel, negazionista dei crimini dei generali torturatori di cui peraltro è una degli avvocati difensori, firmataria della Carta di Madrid, documento che riunisce l’estrema destra spagnola e latinoamericana, proposta dal partito spagnolo Vox, alleato di Fratelli d’Italia.

L’irragionevole successo del presidente motosega

L’elezione di Milei e di Villarruel illustra bene l’irrazionalità autodistruttiva verso cui la crisi dell’economia e del sistema politico argentino ha spinto amplissimi settori popolari. La nuova presidenza “libertaria” è stata sostenuta al ballottaggio del 19 novembre scorso, come abbiamo già ricordato, da oltre 14,5 milioni di elettori argentini (pari a quasi il 56%, in un’elezione a cui, anche a causa del “voto obbligatorio”, ha partecipato il 76,3% degli elettori, con pochissimi voti bianchi o nulli, una percentuale di partecipazione che in Italia non si verifica da lungo tempo).

E’ comprensibile che i latifondisti delle campagne della pianura della Pampa o gli abitanti dei quartieri più ricchi di Buenos Aires e delle altre metropoli, come Córdoba, Rosario o Mendoza, abbiano “razionalmente” sostenuto Milei, ma Milei ha vinto anche in numerosi quartieri caratterizzati da una popolazione operaia o comunque svantaggiata, sia nelle grandi città che nei comuni minori. A Los Chañaritos, cittadina con un’importante presenza di industrie alimentari alla periferia di Córdoba, Milei ha raggiunto il 90%, nel quartiere di Recoleta (Buenos Aires) ha raccolto il 72%. E ha ottenuto ampi consensi anche in alcuni ex bastioni del peronismo, come a Lomas de Zamora, dove ha preso il 41,4% dei voti. 

Il neopresidente è sostanzialmente apparso dal nulla (fino al 2020 era un oscuro economista ignoto a tutti). Ha saputo utilizzare furbescamente una politica zigzagante di alleanze con la destra tradizionale per poi uscire alla scoperto per assumere un ruolo protagonista.

Si è imposto partendo da una posizione di outsider nelle “primarie obbligatorie” (dove ha avuto il 30% dei voti) e poi nel primo turno di novembre. Nel ballottaggio, dopo la convergenza con la candidata sconfitta del centrodestra (Patricia Bullrich), la vittoria era sostanzialmente acquisita e il ballottaggio, nonostante la vana campagna allarmistica del candidato peronista Sergio Massa, non ha fatto altro che confermare le previsioni.

Javier Milei è un politico parafascista, anche se non si presenta come tale e anche se il suo programma economico è diverso, per certi versi opposto a quello “statalista” dei fascismi della prima metà del 900. Il nucleo del suo discorso è la radicale riduzione dell’azione dello stato nell’economia, nei termini del cosiddetto “anarco-liberalismo”. 

Si presenta come un “libertario” nella tradizione del libertarismo americano, con una difesa fondamentalista della libertà individuale associata ad un profondo e radicale conservatorismo nel campo dei costumi, che lo ha aiutato a conquistare il sostegno di gruppi reazionari di stampo religioso integralista purtroppo sempre più presenti nei paesi latinoamericani. 

Si tratta di una sintesi perversa, che oggi si può riassumere nella formula “liberale in economia, conservatore nei costumi”. E’ un’impostazione che ha permesso all’economista statunitense Murray Rothbard, il capofila dell’anarco-capitalismo americano, di dare il suo contributo “filosofico” alla svolta reazionaria di Reagan negli anni Ottanta, un’impostazione che ispira innumerevoli movimenti di estrema destra, e l’intera rete internazionale creata da Steve Bannon.

Tracce significative di quell’impostazione si riscontrano nel bolsonarismo brasiliano, nel governo parafascista dell’ungherese Orban, nel programma del PiS polacco, nella linea dello spagnolo Vox, e in certa misura, seppure un po’ travisato dalla sua tattica di imbonimento, nel partito di Giorgia Meloni. La Libertad Avanza, il partito di Milei, occorre dirlo, non nasconde quell’impostazione ma anzi la rivendica.

Il fascismo di Milei come sintomo della crisi politica

Ce lo insegna la storia, il fascismo emerge e si rafforza sempre in contesti di crisi politica e di crescente malcontento, soprattutto quando la sinistra si dimostra non all’altezza delle sfide. In Argentina, con una dinamica simile a quella di molti altri paesi, il malcontento, grazie alla compattezza sociale che ancora contraddistingueva il corpo sociale, per decenni si era rivolto al peronismo e, in certa misura, anche alla sinistra. Negli ultimi anni si è progressivamente spostato verso destra, a causa della crescente polverizzazione della società.

La sinistra argentina, sperando di raccogliere il popolo che si andava distaccando da un peronismo sempre più infettato dal neoliberismo, ha adottato una bandiera “giustizialista”: “Que se vayan todos” (Che se ne vadano tutti), una frase fatta che aveva fatto la fortuna del movimento, ma che nel contesto attuale risultava depoliticizzante. In Argentina, per decenni e certamente in maniera più profonda di quanto sia accaduto in Italia con la formula del “Vaffaday” e con l’effimera ascesa del “grillismo”, per gran parte del popolo l’immagine del nemico si è focalizzata sulla “casta” politica, allontanando così la comprensione dei processi più strutturali della società. 

Tutto ciò, la svolta neoliberale del peronismo, la subalternità a quest’ultimo anche di buona parte della sinistra socialista, la non soddisfacente resistenza contro la frammentazione sociale e la precarietà del lavoro, ha aiutato il “nuovo” fascismo del XXI secolo a costruirsi e a crescere sulla demonizzazione della politica in quanto tale. E’ così che l’estrema destra apocalittica di Milei ha conquistato il consenso che l’ha portata alla vittoria.

I punti di forza e quelli di debolezza

Il programma d’urto ultra-radicale di Milei e del suo La Libertad avanza, se ne esaminiamo obiettivamente le vittime e i beneficiari, ha in fondo una base sociale ultra minoritaria, ma è riuscito a trascinare dietro di sé la maggioranza dell’elettorato, anche nei quartieri popolari. 

Il neo presidente argentino si muove in un contesto complesso. La sua rapidissima ascesa e il velenoso carisma che ha conquistato potrebbero non reggere sul medio-lungo periodo.

Consapevole di questo, non ha sprecato tempo. Dopo pochi giorni dal suo insediamento, ha esplicitato tutto il suo progetto, pur temperandolo con qualche mediazione concessa ai suoi alleati del centrodestra: 

  • la liquefazione dei redditi popolari (con il blocco di retribuzioni e pensioni in un contesto di fortissima inflazione), 
  • un “decreto di necessità e urgenza” (DNU) che modifica o abroga 366 leggi che regolano diversi settori dell’economia, deregolamentando un’ampia varietà di settori economici, come il lavoro, il commercio, l’immobiliare, l’aeronautica, la sanità e perfino le società di calcio
  • la “legge omnibus” (il suo titolo ufficiale, molto esplicito, recita “Legge delle Basi e dei Punti di Partenza per la Libertà degli Argentini”), che nel suo formato originario conteneva più di 660 articoli poi ridotti a circa la metà, su pressione degli alleati. Quest’ultima legge si concentra su ambiti su cui, secondo la Costituzione argentina, non si può legiferare per decreto presidenziale ma ogni intervento legislativo deve necessariamente essere deliberato dal Congresso, il parlamento del paese.

Non a caso, l’articolo della “legge omnibus” più scardinante è quello che “dichiara l’emergenza pubblica in materia economica, finanziaria, tariffaria, energetica e amministrativa”, e che “affida al presidente poteri straordinari” per decidere su tali questioni senza passare attraverso il Congresso.

Il progetto di Milei (è significativo per interpretarne le intenzioni) era quello di ottenere “pieni poteri” per due anni rinnovabili per altri due, cioè per l’intera durata del mandato presidenziale (quattro anni). Gli alleati di centrodestra, per tentare di tenerlo sotto controllo, hanno chiesto e ottenuto la riduzione a un anno con la possibilità di prorogarlo per un altro anno, ma con una nuova approvazione del parlamento.

Il pacchetto complessivo delle leggi dichiara la privatizzazione completa delle 27 principali aziende pubbliche o a partecipazione pubblica, la compagnia aerea nazionale Aerolíneas Argentinas, le poste argentine, le ferrovie, l’agenzia di stampa ufficiale Télam, la radio e la televisione nazionali, la Fabricaciones Militares produttrice di sistemi d’arma, la compagnia idrica Agua y Saneamientos Argentinos (AySA).

Ma il testo di legge non interviene solo sull’assetto dei poteri o sulla struttura economica. Ha anche un capitolo che impone nuovi limiti al diritto di manifestare, aumentando le pene fino a quattro anni di reclusione per chi utilizza armi (anche improprie) per interrompere il servizio di trasporto pubblico e fino a cinque anni per chi “dirige, organizza o coordina un incontro o una manifestazione che impedisce, ostacola o intralcia la circolazione o il trasporto pubblico o privato” e sanzionando chi impedisce o scoraggia in qualunque modo l’accesso ai luoghi di lavoro in occasione di scioperi: una vera e propria norma antipicchetti. Parallelamente si dà libertà nell’uso delle armi da fuoco alle forze dell’ordine, eliminando le sanzioni per chi utilizza tali armi “nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio legittimo del proprio diritto, autorità o posizione” e non solo, come recitava prima la legge, “quando la loro vita o quella di altre persone è a rischio”.

Per approvare questa legge Milei ha bisogno del pieno sostegno di tutta la coalizione di centrodestra (il suo partito nel parlamento ha solo 38 deputati su un totale di 257). Così, l’iter legislativo è stato finora travagliato, fino al reinvio in commissione del disegno di legge, tra intralci procedurali frapposti dall’opposizione (che a sua volta è divisa tra l’ala “dura” dei peronisti di Union por la Patria e la sinistra trotskista del Frente de Izquierda y de los Trabajadores – Unidad e l’ala “dialoguista” dei radicali centristi e dei federalisti), tranelli tesi dagli alleati riluttanti del centrodestra e le ripercussioni delle forti mobilitazioni prodotte in questi mesi dai partiti di sinistra, dai sindacati e dai movimenti sociali.

Ma finora, nonostante questi rallentamenti, secondo tutti i sondaggi, Milei mantiene intatta la sua popolarità e il consenso che lo ha eletto.

La sinistra e i sindacati nella nuova situazione

L’elezione di Milei ha avuto comunque l’effetto di rianimare una sinistra e un movimento sindacale che negli ultimi anni si era fortemente diviso e indebolito.

Il principale sindacato, la storica Confederación General del Trabajo argentina (CGT), aveva accompagnato con la sua “concertazione” subalterna i governi peronisti e kirchneristi, indebolendo il suo radicamento nei luoghi di lavoro e lasciando che la precarizzazione del lavoro ne polverizzasse la base. Questa subalternità fu alla base della separazione di una parte che alla fine degli anni ‘90 lasciò la CGT per formare la Central de Trabajadores de la Argentina Autónoma (CTA-A). Oltre a queste due centrali esistono numerose organizzazioni settoriali o di base più combattive, ma capaci di convergere con i sindacati maggioritari nei momenti cruciali.

E’ quello che è avvenuto il 24 gennaio, quando tutto il movimento sindacale ha riempito le piazze di Buenos Aires e di altre 160 città del paese per manifestare il suo radicale dissenso dal “piano Milei”. La mobilitazione ha mostrato l’esistenza di un’ampia base sociale che si oppone alle misure al progetto reazionario. I cortei, le assemblee, e anche gli scontri sono continuati nei giorni successivi, nonostante la dura repressione delle forze di polizia.

Il bilancio delle vittime della repressione poliziesca conta ad oggi (quando scriviamo) 285 feriti di varia gravità. 35 giornalisti sono stati aggrediti mentre seguivano le manifestazioni. L’Associazione dei giornalisti argentini e varie organizzazioni per i diritti umani hanno presentato una denuncia alla Commissione interamericana per i diritti umani (IACHR) che ha ricordato “che la protesta e la manifestazione pacifiche sono un elemento essenziale delle società democratiche e che lo stato deve rispettare, proteggere, agevolare e garantire il diritto alla libertà di espressione e di riunione pacifica”.

Tutto il movimento sociale del paese risente della peculiare e perdurante esperienza peronista. Così, anche sul piano politico, la sinistra politica argentina è divisa tra quella che comunque continua a dialogare o addirittura a identificarsi con il giustizialismo (e con ciò che ne rimane), e quella che si oppone e cerca di liberarsi dalla sua ingombrante esperienza.

Così, il Partido comunista argentino è passato dall’aver identificato, negli anni ‘40, il peronismo con il fascismo, a una politica di “sostegno critico” al giustizialismo, fino, nei fatti alla totale identificazione con esso, con un’indicazione di voto sostanzialmente acritica a tutti i candidati peronisti nelle varie tornate elettorali.

La sinistra argentina, proprio a causa del perenne antagonismo tra peronismo e antiperonismo, ha sempre conosciuto una significativa presenza dei trotskisti, che storicamente hanno adottato un’analisi più articolata dell’esperienza giustizialista, considerandola sì anticomunista, ma sapendo coglierne i tratti che favorivano la crescita della forza delle classi lavoratrici.

Questa presenza si è consolidata in un considerevole numero di organizzazioni che si richiamano alla “Quarta Internazionale”, anche se nessuna di essa vi aderisce. Queste organizzazioni, perlomeno le principali, hanno unificato le loro forze costruendo fin dal 2011 il Frente de Izquierda y de los Trabajadores – Unidad (FIT-U), un’alleanza elettorale di cinque partiti trotskisti: il Partido Obrero-PO, il Partido Socialista Unido de los Trabajadores-PSTU, il Partido de los Trabajadores Socialistas-PTS, la Izquierda Socialista-IS e il Movimiento Socialista de los Trabajadores-MST. Il raggruppamento che raccoglie questi cinque partiti (oltre a numerose altre piccole organizzazioni politiche e sociali) ha avuto in tutte le ultime votazioni risultati sempre attorno al 3% dei voti, eleggendo nel parlamento tre deputati.

Esiste poi, com’è ovvio, una serie di altre organizzazioni politico-sociali più piccole ma con importanti radicamenti territoriali o settoriali, come Acción Socialista Libertaria, il Colectivo Reagrupando, la Corriente Política de Izquierda, la Corriente Social y Política Marabunta, ecc. 

L’Argentina, va ricordato, è stato il primo paese nel quale si è manifestata la battaglia contro i femminicidi, quando nel 2015 l’uccisione di Chiara Páez, un’adolescente di 14 anni picchiata a morte dal suo “fidanzato”, provocò una mobilitazione senza precedenti contro la violenza di genere e la creazione del movimento Ni Una Menos (Non una di meno), che in poco tempo trovò imitazioni e reinterpretazioni in numerosi altri paesi, tra cui l’Italia.

La mobilitazione sociale, sindacale e politica contro il governo Milei e le sue misure antipopolari continua e noi dobbiamo esprimere la nostra più ampia solidarietà. C’è anche un’occasione importante. Il movimento democratico argentino, fin dal 1996, ogni 24 marzo (il giorno in cui nel 1976 si scatenò il colpo di stato del generale Videla), ricorda quei tragici avvenimenti con una manifestazione nella storica Plaza de Mayo. E’ chiaro che quest’anno, di fronte all’esplicito richiamo del duo Milei-Villaruel all’esperienza dei generali, la manifestazione assumerà un significato ancora più importante, coniugando la commemorazione delle vittime del golpe con il rifiuto della politica di un governo guidato da apologeti della dittatura militare.

Non sarebbe male se in quella stessa data i democratici italiani organizzassero anche qui da noi momenti di solidarietà attiva.

* articolo apparso “il Ciclostile” n. 14, rivista dell’Associazione Memoria in movimento

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