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Qualcuno si chiede come mai spesso la nostra critica investa la politica delle direzioni sindacali tradizionali, denunciandone una logica che, alla fine, sacrifica gli interessi dei salariati e delle salariate sull’altare di un accordo a tutti i costi con la controparte, in nome di una concertazione che dovrebbe garantire a lungo termine gli interessi dei salariati e delle salariate.

Ad esempio la cassa pensione

Così è stato, ad esempio, sulla cassa pensione del Cantone. Gli attacchi alla supposta condizione di privilegio degli assicurati alla cassa pensione del Cantone data di moltissimi anni fa. Il termine “Rolls royce” per indicare il “lusso” di cui godevano i dipendenti pubblici fu pubblicizzato da Dick Marti, ai tempi in cui era Consigliere di Stato e si rese protagonista di un intervento di risparmio sulla cassa pensione.
Da allora gli interventi sulla cassa pensione si sono moltiplicati negli anni, quasi sempre accolti dalle direzioni sindacali che non perdevano occasione di sottolineare come quei cambiamenti rappresentassero certo degli arretramenti, ma che si era riusciti “ a salvare l’essenziale, cioè il mantenimento del sistema fondato sul principio del primato delle prestazioni”.
Le cose sono andate poi, come noto, diversamente. Con la riforma del 2012 si passò dal primato delle prestazioni a quello dei contributi, con una diminuzione delle rendite mediamente del 20%. Quella riforma venne condivisa dalle direzioni sindacali e da tutti i partiti maggiori con l’eccezione dell’MPS (e della Lega, la quale tuttavia non si opponeva alla riforma in quanto tale ma rivendicava una diversa suddivisione del contributo di risanamento).
Cosa è successo da allora in poi è materia degli ultimi anni, con le organizzazioni sindacali sistematicamente incapaci di mobilitare, malgrado la prospettiva di una diminuzione dei tassi di conversione fosse sul tappeto da diversi anni. I tentativi di mobilitare si sono sistematicamente risolti in flop clamorosi.
A modificare il dato è giunta, nell’ultimo anno e mezzo, l’esperienza di ErreDiPi, di fatto espressione di un sindacalismo di lotta che ha coniugato capacità di analisi, capacità rivendicativa, coinvolgimento democratico e capacità di diventare un punto di riferimento per l’organizzazione e la mobilitazione sui luoghi di lavoro.  

Non ci seguono…

Una delle giustificazioni di fondo avanzate dalle direzioni sindacali tradizionali è sempre stata quella del mancato sostegno da parte di lavoratori e delle lavoratrici. In particolare una scarsa disponibilità a impegnarsi in misure di lotta, certificata dalla scarsa presenza alle assemblee o al rifiuto dei “mitici” comitati ad adottare con decisione misure di lotta, a cominciare dallo sciopero.
In realtà questa presunta passività è funzionale e il riverbero di una logica delle direzioni sindacali che ha sempre privilegiato la via delle trattative attorno ai tavoli negoziali e, soprattutto negli ultimi anni, la via istituzionale.
La logica delle trattative attorno ai tavoli presuppone una attesa dei risultati del negoziato prima di intraprendere qualsiasi forma di lotta. Le trattative si risolvono così in una sorta di esercizio retorico nel quale la capacità argomentativa dei negoziatori sindacale dovrebbe o potrebbe avere la meglio sui negoziatori padronali, messi davanti alle loro responsabilità.
In realtà quegli incontri non possono che essere l’espressione di un determinato rapporto di forza che, in assenza di mobilitazioni importanti e decisive, gioca sempre a favore della parte padronale.
L’unico modo per modificare il risultato delle trattative è la mobilitazione e la modifica dei rapporti di forza: ma a questo si pensa solo “quando le trattative non danno risultati”, momenti che coincidono sia con sentimenti di rassegnazione tra i salariati e le salariate, sia con momenti difficili per organizzare delle mobilitazioni.
L’altra via nella quale si sono spese le direzioni sindacali negli ultimi anni è quella istituzionale. In particolare la VPOD, attraverso iniziative popolari, ha messo in campo delle proposte attorno alle quali poi ha negoziato dei progressi per alcune categorie di lavoratori e lavoratrici in cambio del ritiro di quelle iniziative realizzate in una parte ritenuta adeguata.
Le uniche volte che questa logica non è stata applicata, la VPOD è andata incontro a chiare sconfitte in votazione popolare (come nel caso della estensione dei servizi di refezione, doposcuola, etc. a tutte le scuole); le volte in cui questa logica di negoziazione è stata approvata ha portato sicuramente a qualche risultato positivo, ma spesso con conseguenze generali tutt’altro che secondarie. Basterà qui citare il “compromesso” attorno al finanziamento dei salari dei dipendenti degli asili nido, barattato con un sostegno   alla riforma socio-fiscale del 2018. Riforma che passò con una differenza di 193 voti, con la benevola “libertà di voto” della VPOD e con articoli del suo segretario che spiegava come non si potesse avere “il panino e il soldino”.

…Ma quando li seguono…

L’irruzione di ErreDiPi nel panorama politico e sindacale cantonale ha modificato la situazione. Ha permesso di emergere un malcontento tra i funzionari pubblici e docenti (e non solo) risultato di una politica sistematica di peggioramento delle condizioni di lavoro e delle condizioni salariali ventennale (visibile nei lunghi elenchi di tagli, soppressioni, contributi di “solidarietà” che vengono spesso riproposti).
ErreDiPi, partendo dalle pensioni, ha proposto una politica sindacale che deve avere al centro, per essere mobilitante, il rifiuto, il NO a quanto proposto dalla controparte e che si ritiene inaccettabile. Naturalmente, mantenere questa barra chiara al centro non significa rifiutarsi di analizzare i problemi (e nessuno può certo dire che in questi mesi ErreDiPi ha fatto mancare analisi approfondite della situazione pensionistica), né di avanzare proposte alternative. Metodo che poi ErreDiPi ha esteso anche alla lotta (gemella rispetto a quella sulle pensioni) per la difesa del potere d’acquisto dei salari (capacità di analisi e di argomentazione: è toccato a ErreDiPi, attraverso la documentazione fornita, mettere in  luce come il Ticino fosse l’unico Cantone a non concedere il rincaro).
Questo atteggiamento ha guadagnato credibilità e sostegno tra la grande maggioranza dei dipendenti pubblici e ha rappresentato la base per le mobilitazioni che si sono susseguite dal settembre 2022 fino allo sciopero “storico” del 29 febbraio. I lavoratori e le lavoratrici del settore pubblico hanno dimostrato la loro disponibilità e volontà di lotta.
Ma ecco che, una volta che i lavoratori e le lavoratrici seguono se chiamati alla lotta (e non certo solo perché a chiamarli sono le direzioni di VPOD e OCST: anzi queste ultime hanno escluso quasi metà dei dipendenti del Cantone, rinunciando al contributo di funzionari e poliziotti), si fa finta di niente e si torna indietro a una situazione precedente le mobilitazioni delle ultime settimane.


È quanto testimonia la proposta lanciata oggi dalle direzioni sindacali di OCST e VPOD nella lettera inviata al governo. Proposta con la quale, di fatto, si dicono favorevoli ad accettare la proposta del governo (400 fr. e 2 giorni di vacanza) a condizione che, fra due anni e meglio nel 2026, il rincaro perso venga recuperato. Anche sulla questione della diminuzione del 20%  della sostituzione del personale partente, la stessa verrebbe di fatto applicata solo ai settori amministrativi e sociali e non alla scuola.
Al di là delle incognite e della incomprensibilità di queste proposte (come evolverà l’inflazione? Perché non già nel 2025?, perché la rinuncia al 20% solo nella scuola, etc. etc.), è evidente che in questo modo si manda a ramengo i passi avanti rappresentati, proprio dal punto di vista di un miglior rapporto di forza, dallo sciopero del 29 febbraio.
Abbiamo scherzato, sembrano voler dire le direzioni sindacali: ci va bene quanto avete proposto finora con un vago impegno a “risarcirci” in un lontano futuro e a limitare i risparmi di personale solo ad alcuni settori.
Che nel frattempo, di fronte ad aumenti dei costi della vita (cassa malati, energia, alimentazione, etc.), i lavoratori e le lavoratrici cantonali perdano, giorno dopo giorno, potere d’acquisto non sembra interessare più di quel tanto; né il fatto che in molti settori la non sostituzione del 20% dei partenti rappresenta un peggioramento evidente della qualità del servizio pubblico.

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