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Esattamente cinquant’anni fa, il 25 aprile del 1974, il capitano Salgueiro Maia arringò i suoi soldati: “Ora mettiamo fine alla situazione in cui siamo arrivati”. Furono ufficiali di medio rango delle forze armate a mettere in moto quella che, perlomeno per l’Europa occidentale, sarà l’espressione politicamente più alta della radicalizzazione di massa che attraversò il mondo tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta del Novecento. Il 25 aprile del 1974 finiva la più lunga dittatura dell’Occidente. Il Portogallo nel 1974-75 divenne la meta di un continuo pellegrinaggio di tanti giovani militanti rivoluzionari (compreso in due distinti momenti il sottoscritto), anche per capire cosa fosse una vera “Rivoluzione”.

Quella straordinaria mobilitazione di massa fu inizialmente guidata da un movimento militare, il Movimento das Forças Armadas (MFA), composto principalmente da tenenti e capitani reduci da una costosissima, disastrosa e fallimentare guerra coloniale che aveva cercato, senza successo, di impedire l’indipendenza e la liberazione delle colonie portoghesi in Africa, combattendo sanguinosamente contro i movimenti indipendentisti in Angola, in Mozambico, nella Guinea Bissau, a São Tomé e Príncipe e nelle Isole di Capo Verde.

Il ruolo preponderante del MFA

Il movimento degli ufficiali si era già formato clandestinamente l’anno precedente, prendendo le mosse da rivendicazioni persino corporative, come la lotta per il “prestigio delle forze armate”, ma poi rivolgendosi esplicitamente contro il brutale regime fascista, autoritario, autocratico, dittatoriale e corporativista, con un’ideologia cattolica integralista e tradicionalista, antiliberale, antiparlamentarista, anticomunista, e colonialista (il cosiddetto “Estado Novo”) che dal 1926 aveva oppresso il paese (e le sue colonie) con una repressione totalitaria, isolazionista e soffocante. 

La polizia politica del regime, inizialmente denominata  PVDE (Polícia de Vigilância e Defesa do Estado), poi PIDE (Polícia Internacional de Defesa do Estadoe infine, più modernamente, DGS (Direcção Geral de Segurança), era stata addestrata dalla Gestapo nazista e successivamente dalla CIA americana, operava per censurare, controllare e schiacciare l’opposizione e tutta l’opinione pubblica, in Portogallo e nelle colonie.

Il dittatore António de Oliveira Salazar aveva regnato fino al 1968, e poi dopo un breve interregno fino alla sua morte nel 1970, quando fu sostituito da Marcello Caetano, mentre tutta l’Europa e il mondo vivevano un’epoca di intensa mobilitazione sociale, politica e intellettuale. Era massiccia l’emigrazione di giovani portoghesi che scappavano dal paese per sfuggire al clima oppressivo, alla repressione politica e alla mancanza di lavoro.

Nel febbraio del 1974, Marcello Caetano, nel tentativo di resistere alla pressione democratica, decise di licenziare il generale António de Spínola e i suoi sostenitori, perché si erano rifiutati di partecipare ad una cerimonia di sostegno al regime. Ma questa mossa rivelò le divisioni ormai profonde all’interno del governo, e indusse il MFA a passare all’azione. 

Le ore della caduta della dittatura


Il 24 aprile, un gruppo di soldati comandati dal colonnello Otelo Saraiva de Carvalho creò segretamente il posto di comando del movimento golpista nella caserma Pontinha, a Lisbona. Subito dopo la mezzanotte,  Rádio Renascença, d’accordo con i ribelli, trasmise una canzone (proibita dal regime per le sue allusioni rivoluzionarie), intitolata Grândola, Vila Morena, che dà il via al colpo di stato. 

La canzone, del cantautore antisalazarista José “Zeca” Afonso, non a caso venne utilizzata (assieme a “Bella ciao”, nella colonna sonora della serie televisiva spagnola “La casa di carta”.

Numerosi reggimenti, agli ordini degli ufficiali ribelli, presero il controllo della periferia della capitale e di altre città e dei principali aeroporti. Gli ordini di reagire provenienti dal ministro della Difesa vennero ignorati poiché quasi tutti i reparti avevano aderito al golpe.

Quindi, privato di un sufficiente dispositivo militare e di ogni sostegno di massa, il regime reagì tardivamente, debolmente e inefficacemente. Il bilancio dell’iniziativa del MFA fu di quattro civili uccisi e quarantacinque feriti a Lisbona, tutti colpiti dai proiettili degli agenti della DGS mentre la gente ne assaltava la sede a Lisbona. Il popolo sostenne l’iniziativa del MFA in maniera massiccia, appassionata e trionfale.

Inizia la Rivoluzione

Ma la vera Rivoluzione doveva ancora arrivare. Per il momento nella frangia occidentale della penisola iberica era solo stata seppellita la più lunga dittatura dell’Occidente ed era arrivata un’improvvisa e fino ad allora sconosciuta libertà totale, che aprì il “vaso di Pandora” della mobilitazione sociale. 

Si racconta che una cameriera di un ristorante del centro di Lisbona evidentemente chiuso per la confusione che regnava in città, tale Celeste Caeiro, ad un soldato ribelle che le chiedeva una sigaretta, non avendone, rispose dandogli un garofano rosso e poi dandone altri ai commilitoni del primo. Questi misero i fiori nelle canne delle loro armi e successivamente i fioristi della Baixa replicarono diffusamente il gesto. Fu per questo episodio che quel giorno divenne noto anche come la “Rivoluzione dei garofani”.

Il MFA affidò il potere che si trovò tra le mani alla Junta de Salvação Nacional, presieduta proprio da quel generale fatto fuori da Caetano solo due mesi prima, António de Spínola, che fu nominato presidente della Repubblica e affidò la carica di primo ministro ad un avvocato liberale Adelino da Palma Carlos, rifiutando i nomi più di sinistra e più radicali proposti dal MFA.

L’essenza del programma del MFA era, in sintesi, riassunta nelle tre D: DemocratizarDescolonizarDesenvolver (Democratizzare, Decolonizzare, Sviluppare).

Tra le misure immediate della rivoluzione ci furono l’immediato scioglimento della polizia politica e l’abolizione di ogni censura, la legalizzazione dei sindacati e dei partiti e il rilascio dei prigionieri politici. I leader dell’opposizione in esilio in pochi giorni ritornarono tutti in Portogallo. La sede centrale della polizia segreta venne semidistrutta e oggi simbolicamente ospita il Museo della Resistenza antifascista. Una settimana dopo, il 1° maggio viene celebrato per la prima volta dopo decenni in completa libertà: a Lisbona si radunano circa un milione di persone. 

A differenza della caduta di altre dittature (il paragone è soprattutto con la quasi contemporanea fine del fascismo franchista in Spagna), in Portogallo la classe dominante non riuscì a governare un processo di transizione dal regime totalitario alla democrazia. Diversamente dalla transizione spagnola verso la democrazia, in Portogallo non ci fu alcun processo lento o perlomeno graduale di riforma politica: dopo il riuscito colpo di stato,  il MFA si dovette confrontare con una vera e propria tabula rasa politico-istituzionale, con la necessità di fare scelte fondamentali riguardo il nuovo tipo di governo, su quale economia e quale tipo di società realizzare, il tutto sotto la spinta potente dei movimenti di massa e delle loro rivendicazioni materiali e democratiche.

Rivoluzione e controrivoluzione

A partire da quel momento, il Portogallo attraversò un periodo turbolento di circa due anni, noto come Processo Rivoluzionario In Corso (PREC), durante il quale la mobilitazione di massa, compressa per decenni si esprime in maniera straordinaria, imponendo la nazionalizzazione delle più grandi aziende, con la cacciata ignominiosa dei dirigenti importanti, mentre i politici compromessi con il regime salazarista fuggono in esilio (soprattutto nel Brasile governato dalla dittatura). Le colonie africane e la parte Est dell’isola di Timor (anch’essa colonia portoghese) conquistano l’indipendenza.

La conflittualità politica crebbe parallelamente allo scontro sociale. In due anni (1974-75) ci furono sei governi provvisori, due presidenti, un fallito tentativo di colpo di stato delle forze di sinistra e tre tornate elettorali, mentre milioni di coloni portoghesi in fuga dagli ex possedimenti divenuti indipendenti invadevano la “madrepatria”.

Dopo la dissoluzione dell’Estado Novo e le molte lotte politiche e sociali che ne seguirono, iniziò la costruzione di una democrazia di tipo occidentale. 

Le donne scendono in campo

Il 25 aprile 1974, tra le altre cose, trasformò la vita quotidiana delle donne, intervenendo in modo diretto nelle loro esistenze, con la legalizzazione del divorzio, con la dichiarazione di formale uguaglianza tra uomini e donne in tutte le sfere della vita, con la fissazione di un salario minimo nazionale unico, con l’abolizione dei “delitti d’onore”, con la cancellazione del diritto, riconosciuto formalmente dalla dittatura, che permetteva ai mariti di aprire la corrispondenza della moglie e di altre aberrazioni previste dai codici salazaristi.

Iniziarono ad essere creati gli asili nido e le scuole materne e altre infrastrutture di base.
L’attivismo diretto delle donne non fu molto visibile nel Portogallo rivoluzionario, ma tante giovani portoghesi erano emigrate in altri paesi europei e là avevano conosciuto e praticato la mobilitazione femminista. Ma non va trascurata la significativa presenza di donne, anche senza alcun bagaglio di cultura politica, nelle assemblee popolari per il diritto alla casa (comissões de habitantes), nelle lotte sindacali e nel dibattito relativo alla contraccezione e alla legalizzazione dell’aborto. 

Già pochi giorni dopo la Rivoluzione, il 30 aprile 1974, ci fu la prima occupazione di case a Lisbona, in un quartiere chiamato Bairro da Boavista, che qualche giorno dopo fu imitata nel Bairro da Fundação Salazar, e in queste azioni di rivendicazione del diritto alla casa la partecipazione delle donne si rivelò determinante, così come avvenne per tutto l’anno successivo in tutto il paese. Alcuni edifici furono trasformati in scuole materne e ospedali, o sedi per gruppi culturali. E anche in questo caso la partecipazione delle donne fu importante e a volte protagonistica.

Altrettanto avvenne nel 1975 con le occupazioni delle grandi proprietà agricole, che videro numerose donne impegnate nella lotta per l’appropriazione delle terre da parte dei braccianti.

E nelle lotte operaie. Fu esemplare il caso delle 180 operaie dell’azienda svizzera Cintidel, che a Lisbona accerchiarono l’Hotel Ritz con l’obiettivo di obbligare l’amministrazione a negoziare la sopravvivenza della fabbrica e a garantire il loro posto di lavoro. Diversi episodi di autogestione furono guidati dalle donne, sempre in un’ottica di difesa del diritto al lavoro, che divenne centrale nei mesi successivi al golpe militare, a causa del processo di disinvestimento e di fuga all’estero di tanti padroni e padroncini spaventati. Si verificarono altri episodi di mobilitazione di donne operaie che cacciarono i padroni dalle proprie aziende o che viceversa li sequestrarono, che rivendicarono l’aumento dei salari, il pagamento delle ore per occuparsi dei propri figli, la riduzione dell’orario di lavoro e l’abolizione del controllo della pausa per andare in bagno.

Furono esperienze che si tradussero in spazi di formazione e di maturazione della coscienza per migliaia di donne (oltre che di uomini).

Il risveglio delle coscienze produsse anche un nuovo associazionismo: il Movimento de Libertação das Mulheres e la União das Mulheres Antifascistas e Revolucionárias , oltre alla rivitalizzazione libertaria di associazioni preesistenti, come il Movimento Democrático das Mulheres, e persino il Movimento Internacional de Mulheres Cristãs (molto attivo quest’ultimo nel movimento rurale) e l’Organização das Mulheres Comunistas (legata al PCP).

La mancanza di un partito all’altezza

La mobilitazione sociale crebbe in maniera sconvolgente, mentre sul piano politico il Partito comunista portoghese (PCP) è l’unica organizzazione politica del movimento operaio che disponga già, il 25 aprile 1974, di un reale radicamento, compresa una presenza organizzata nei sindacati di regime. La Rivoluzione dei garofani lo coglie di sorpresa ma immediatamente esce allo scoperto e avanza il suo programma democratico, propone un governo con “tutte le forze che si oppongono al vecchio regime” e si esprime contro le iniziative “avventuriste” di occupazione di edifici pubblici.

La borghesia portoghese è del tutto paralizzata, di fronte alla travolgente ondata di scioperi che coinvolge tutte le principali aziende del paese. Particolarmente significativa fu la lotta dei 10.000 lavoratori dei cantieri Lisnave, occupati per le rivendicazioni della riduzione dell’orario, l’aumento dei salari, la settimana corta, le ferie, ecc. Così come i braccianti dell’Alentejo. Vengono avanzate, sulla base dell’intervento di gruppi organizzati, embrioni dei successivi partiti di estrema sinistra, rivendicazioni di controllo operaio sui libri aziendali, mentre si creano in numerose aziende i consigli operai.

E’ proprio durante il PREC che io, così come migliaia di altri attivisti di sinistra europei e anche sud e nordamericani, feci i miei due viaggi a Porto e a Lisbona, dove incontrai i militanti della Liga Comunista Internacionalista (LCI), la giovanissima sezione della Quarta Internazionale, fondata nella clandestinità solo due anni prima.

La Liga, così come gran parte delle altre organizzazioni dell’estrema sinistra portoghese, tra le quali i “maoisti non dogmatici” dell’União Democrática Popular (UDP), aveva preso sede nazionale in una villa sequestrata ad un capitalista salazarista scappato in Brasile.

Va ricordato che la Liga, poi ridenominata Partido Socialista Revolucionário (PSR), nel 1999 unificò le sue forze proprio con quelle delle compagne e dei compagni dell’UDP dando vita al Bloco de Esquerda, che fu inizialmente coordinato proprio da Francisco Louçã, uno dei fondatori della LCI.

Le giornate cruciali del 12 e del 13 novembre 1975

Nel corso del 1975 la crisi di autorità si aggrava con governi che si insediano e si dimettono a ripetizione. Il 12 novembre, una grande manifestazione operaia di massa, indetta dal sindacato degli edili, circonda i deputati all’interno del Parlamento, tenendoli in ostaggio per due giorni. Il governo dichiara di essere in “sciopero” per l’impossibilità di governare. La borghesia nazionale e internazionale evoca lo spettro dell’ “assalto al palazzo d’inverno” del novembre 1917.

I deputati della costituente riucirono a sottrarsi all’assedio solo grazie alla demagogia del leader socialista Mario Soares e all’atteggiamento collaborativo del PCP. Si verificano in vari centri del paese episodi di violenta mobilitazione dei piccoli proprietari terrieri, manipolati da organizzazioni di destra.

I militari, che ancora mantenevano le redini del processo rivoluzionario, repressero le manifestazioni di destra ma iniziarono a frenare le iniziative di massa con il sostegno del PCP. Il leader carismatico della Rivoluzione dei garofani, Otelo Saraiva de Carvalho, non voleva scontri e cedette.

Il controgolpe dei “militari moderati” del 25 novembre

Isolati, gli altri partiti di sinistra scesero in piazza, ma solo per poco tempo. Cadette il Quinto Governo Provvisorio di Vasco Gonçalves e si insediarono i moderati del “Gruppo dei Nove” che licenziarono Otelo come comandante della Regione Militare di Lisbona. Il tentativo di nuovo colpo di stato dei militari più di sinistra fallisce. 

25 novembre 1975, i militari “moderati” sanciscono la fine della Rivoluzione

Ci furono intese segrete, oggi confermate, tra gli Stati Uniti e l’URSS volte ad annientare Otelo e i gruppi di sinistra più radicali e a far sì che il Portogallo rimanesse un membro fedele della NATO, in modo che entrambe le “superpotenze” potessero continuare a perseguire i loro interessi geopolitici.

L’Occidente, in particolare, non poteva accettare che un paese europeo, membro della Nato per giunta, scivolasse impunemente verso il comunismo; dopo essersi appoggiati ai gruppi apertamente reazionari, gli USA e le potenze europee capirono che bisognava agire, scegliere come interlocutore il Partito socialista di Mario Soares, che non aveva mai realmente appoggiato le agitazioni del ’75. Il PCP, da parte sua, giocò sempre un ruolo frenante, per non compromettere l’unità con le forze antifasciste e per “legittimarsi” agli occhi dell’opinione pubblica moderata, tenendo anche conto che in quel periodo il partito era impegnato a cercare di contrastare, ma senza arrivare a una vera e propria rottura, la discussione sull’eurocomunismo che vedeva impegnati i partiti comunisti italiano, francese e spagnolo.

Quel che resta

La stanchezza generale, le ambiguità del PCP, la debolezza e la frammentazione dell’estrema sinistra e il fallimento del “golpe rosso” tentato dall’ala sinistra del MFA, sanciscono la fine della Rivoluzione nel novembre del 1975. I militari tornano nelle caserme, l’iniziativa passa gradualmente nelle mani dei politici e il 25 aprile del 1976 il PS di Soares vince le elezioni politiche, dando inizio a 50 anni di alternanza tra la sinistra sempre più moderata del PS e la destra del PSD. La rivoluzione è finita, restano solo gli ideali.

La Rivoluzione dei garofani perderà in seguito gran parte della carica ideologica iniziale, e nelle riforme costituzionali degli anni ’80 verranno eliminati del tutto i riferimenti al socialismo proclamati nella Costituzione del 1976. Eppure, nonostante la normalizzazione e nonostante siano ormai annoverati solo tra le “transizioni democratiche” di metà anni ‘70, gli eventi della Rivoluzione dei garofani continuano a costituire una parte fondamentale dell’identità politica della sinistra portoghese.

La Rivoluzione dei Garofani nacque come un colpo militare, scese in piazza come rivoluzione popolare, evocò e tentò di creare una società senza classi, ma finì per arrendersi alla forza del capitalismo. A conti fatti, comunque, si è trattato dell’ultima volta, perlomeno in Occidente, in cui sia stato materialmente messo in discussione lo “stato di cose presenti”.

*articolo apparso sul sito refrattario e controcorrente il 23 aprile 2024.

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