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Le prossime elezioni del 29 maggio saranno probabilmente un punto di svolta nella vita politica del Sudafrica, con l’ANC che perderà la maggioranza assoluta e, per la prima volta, dovrà stringere accordi di governo con altri partiti.

A trent’anni dalle prime elezioni post-apartheid, l’ANC (African National Congress) rischia di scendere sotto la soglia del 50% nelle elezioni politiche e provinciali. L’organizzazione nazionalista che guida il Paese, in alleanza con il Partito Comunista Sudafricano (SACP) e con la principale centrale sindacale, il COSATU (Congress of South African Trade Unions), sta pagando il prezzo delle sue politiche liberali.

Austerità e corruzione

Il Sudafrica è uno dei Paesi più diseguali al mondo, risultato di decenni di politiche liberali. La disoccupazione sfiora il 33% della popolazione attiva e supera il 45% tra i giovani. I servizi statali forniscono sempre meno prestazioni sociali, educative e sanitarie ai più poveri. I tagli all’elettricità sono in aumento e durano sempre più a lungo. La società rimane violenta, soprattutto nei confronti delle donne.

Allo stesso tempo, i successivi governi guidati dall’ANC sono stati afflitti da scandali a causa della corruzione. Recentemente Nosiviwe Mapisa-Nqakula, presidente dell’Assemblea nazionale, è stata arrestata e accusata di aver incassato tangenti quando era ministro della Difesa. La corruzione ha conseguenze dannose per la popolazione. Il consiglio di amministrazione del National Student Financial Aid Scheme, che gestisce le borse di studio, è stato sciolto a causa di subappalti dubbi e dell’incapacità di adempiere alla sua missione, lasciando migliaia di studenti senza borse di studio per mesi.

La sfida elettorale

Di fronte a questa crisi sociale, l’offerta politica non è certamente incoraggiante. L’ANC, che detiene la maggioranza assoluta con 230 seggi su 400, si è frammentato con l’emergere di un nuovo partito, l’MK (uMkhonto we Sizwe), guidato da Jacob Zuma, l’ex presidente costretto alle dimissioni a causa della sua implicazione in numerosi scandali legati alla corruzione. Con una forte presenza nel KwaZulu-Natal, è accreditato del 13% dei voti. Gli Economic Freedom Fighters di Julius Malema hanno circa il 10% e stanno sviluppando una retorica populista. Ci sono anche altri piccoli partiti guidati da ex membri dell’ANC, tutti investisti di una dubbia reputazione di onestà. Il principale partito di opposizione, l’Alleanza Democratica, è ancorata a destra e, secondo i sondaggi, è accredita del 27% nelle intenzioni di voto. Infine, un nuovo elemento che testimonia la disgregazione sociale è l’emergenza di organizzazioni apertamente xenofobe. È il caso di Action SA, che spera di sfruttare i ricorrenti episodi di violenza contro gli stranieri.

Dopo le elezioni, si porrà verosimilmente la questione delle alleanze, con il rischio di un peggioramento delle politiche di austerità. La sinistra radicale è troppo indebolita per partecipare a queste elezioni e sta concentrando i suoi sforzi in un processo di ricomposizione insieme a chi è impegnato nelle lotte sociali e ambientali.

*articolo apparso su Hebdo L’Anticapitaliste – 709 (23/05/2024). Traduzione a cura del segretariato MPS.

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