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In Italia, già due anni fa, quando appariva sostanzialmente scontata la vittoria elettorale del partito di Giorgia Meloni e la sua conseguente conquista del governo, si è acceso sui media e nella sinistra liberal-democratica un dibattito sulla natura fascista o meno di quel partito e della sua leader.

La crisi dell’antifascismo “retorico”

L’allarme per la “democrazia in pericolo” venne strumentalmente agitato in particolare dal Partito Democratico, allora diretto dall’ex democristiano di “sinistra” Enrico Letta. Ma quell’allarme venne clamorosamente ignorato dall’elettorato che disertò in maniera inedita le urne (si registrò uno storico 36% di astensionismo), punì quel partito assegnandogli il suo peggiore risultato elettorale (19%) e premiò Fratelli d’Italia con la sua “travolgente” crescita, dal 4% del 2018 al 26% (oggi nei sondaggi 28-29%), anche se in buona parte dovuto al “cannibalismo” nei confronti dei suoi alleati di centrodestra.
Evidentemente, l’impopolarità della politica tecnocratica del precedente governo guidato dal banchiere Mario Draghi aveva agito talmente in profondità da rendere grandissima parte dell’elettorato insensibile agli “allarmi antifascisti” che apparivano (ed erano) molto retorici. Ma aveva influito anche la pesante caduta della coscienza antifascista che aveva caratterizzato per decenni la politica italiana.
Le invocazioni all’antifascismo, gli appelli al rispetto della Costituzione, perlomeno dagli anni 80 in poi, si sono sempre più allontanati da ogni riferimento sociale e sono sempre più apparsi vuoti di senso. Le generazioni che avevano sperimentato i frutti politici e sociali del “patto antifascista” post bellico e delle grandi lotte sindacali e democratiche degli anni 60 e 70 si erano andate anagraficamente assottigliando. E la Costituzione del 1948, con il suo solenne impegno (articolo 3) a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”, messa a confronto con le conseguenze della politica neoliberale imperante dagli anni 90 in poi, appariva inesorabilmente scritta sulla sabbia.
E, sul piano culturale, non vanno neanche trascurate la sequela di atti volti a perseguire una irresponsabile e unilaterale “pacificazione” con la destra, la “storicizzazione” del fascismo come un fenomeno ormai definitivamente superato grazie alla “fine del comunismo” e delle “contrapposizioni frontali”, per arrivare a quel “paese normale” immaginato da Massimo D’Alema, allora principale leader degli epigoni del PCI.
Se oggi ci si duole fondatamente per la massiccia perdita dei valori dell’antifascismo non si possono trascurare tutti questi elementi.
Nel frattempo, Berlusconi, già nel 1994 aveva aggregato nella sua coalizione di destra il partito erede del fascismo, il Movimento Sociale Italiano (MSI) di Gianfranco Fini (che poi cambiò nome in Alleanza Nazionale), legittimandolo per la prima volta come forza di governo e archiviando definitivamente il mito togliattiano dell’arco costituzionale, cioè della legittimazione a governare limitata ai partiti “antifascisti”.

Il governo della destra tra liberismo e sovranismo

Dopo la vittoria elettorale del settembre 2022 e il suo ingresso a Palazzo Chigi (la sede del consiglio dei ministri), Giorgia Meloni, con grande parte della sua azione, si è attivata per accreditarsi nei confronti delle classi dominanti, adottando una politica economica in sostanziale continuità con quella del governo Draghi, pure se condita con un’efficace gestione demagogica di cui il suo predecessore era strutturalmente incapace.
Semmai, quella politica economica liberista il governo di destra l’ha ancor di più approfondita, ad esempio con l’abolizione del Reddito di cittadinanza, che ha colpito i settori poveri della popolazione, con un taglio delle tasse selettivo a favore di strati sociali largamente appartenenti alla base elettorale della destra, con una linea di condotta sempre più dura nei confronti dei migranti.
Così, con la sua sostanziale coerenza neoliberale in politica economica, Giorgia Meloni ha fugato i timori che ampi settori delle classi dominanti avevano riguardo un’ipotetica applicazione delle misure demagogiche agitate strumentalmente da Fratelli d’Italia quando era all’opposizione e durante la campagna elettorale.
Anche sul piano internazionale, Giorgia Meloni ha rapidamente messo a tacere tutti quegli esponenti della destra affascinati dal modello putiniano (compresi Berlusconi e Salvini) e ha adottato un’intransigente politica atlantista sia riguardo al conflitto in Ucraina, sia, più recentemente, sulla rappresaglia israeliana su Gaza, dimostrandosi “impeccabilmente” europea e atlantica, in totale continuità con Draghi e con gli altri precedenti governi.
E nell’Unione Europea ha operato con discreto successo per avvalorare la propria figura come leader continentale pragmatica, pur senza accantonare del tutto la sua originale linea “sovranista”. Sul piano della politica economica ha attivamente collaborato alla stesura del “nuovo patto di stabilità”, aderendo al compromesso raggiunto in sede di Consiglio europeo (anche se poi gli eurodeputati di Fratelli d’Italia non lo hanno approvato all’europarlamento di Bruxelles). 
D’altra parte il governo italiano, con il suo ministro per gli Affari europei Raffaele Fitto, ha, dal suo punto di vista, felicemente ricontrattato l’uso dei cospicui fondi assegnati all’Italia nel quadro del Next Generation EU (oltre 200 miliardi di euro tra finanziamenti e prestiti). E, per ciò che riguarda la “transizione climatica”, il governo italiano, intrinsecamente negazionista rispetto alle urgenze ambientali, ha trovato facile modo per allinearsi ai compromessi al ribasso sostenuti dagli altri maggiori partner della UE e dalla stessa presidente Von Der Leyen, anche grazie alla pressione esercitata dal movimento degli agricoltori dei mesi scorsi.
Quanto all’immigrazione, Giorgia Meloni ha aderito al nuovo “patto europeo sulla migrazione e sull’asilo” che, in buona sostanza, raccoglie l’indurimento voluto dalla totalità dei paesi membri, pur non risolvendo la complessa questione delle responsabilità dei paesi di primo ingresso e della ripartizione degli arrivi.
Non dobbiamo trascurare che rispetto a gran parte di queste politiche, formalmente denunciate come reazionarie dal Partito Democratico, tutti sanno che quest’ultimo, se fosse stato ancora al governo, le avrebbe tranquillamente condivise, come ha sempre e totalmente condiviso tutte le scelte neoliberali degli ultimi decenni.
Dunque, anche per l’élite dominante della UE, Giorgia Meloni e il suo esecutivo non rappresentano più quel pericolo per l’unità europea che nei primi tempi si era temuto. I maggiorenti dell’Unione hanno imparato a distinguere la retorica dalla realtà. Giorgia Meloni, che si è presentata alle elezioni con un programma di “difesa degli interessi nazionali”, ha ormai definitivamente capito (se mai avesse avuto qualche dubbio) che gli “interessi italiani” (cioè quelli delle classi dominanti del paese) coincidono con la capacità dell’Italia di far parte del “mainstream” europeo e con la perpetuazione del “vincolo atlantico” che ha presieduto la politica nazionale fin dal Dopoguerra. 
A questo proposito, occorre anche sottolineare però come tutte queste scelte, che – lo ripetiamo – sono in grandissima continuità sostanziale con le politiche di Draghi e dei suoi predecessori, sono state efficacemente esibite all’opinione pubblica come faticosi frutti dell’iniziativa combattiva della premier italiana, che avrebbe rotto con le politiche “imbelli e rinunciatarie” dei governi precedenti, genericamente e strumentalmente definiti “di sinistra”.

Le “relazioni pericolose” di Giorgia

Per riassumere, Giorgia Meloni, ha accantonato le critiche all’Unione europea per quel che quest’ultima fa, pur mantenendo una critica per quel che la UE sarebbe, cioè un colosso “tecnocratico e burocratico” che ostacola il progetto di una mitica “Europa delle Nazioni”, cioè un progetto mitologico che, perlomeno in questa campagna elettorale continentale, è utile per mantenere un’immagine “sovranista” idonea ad rassicurare parte della sua base e per contenere la “concorrenza a destra” di Matteo Salvini e della sua Lega. 
La Lega, dal canto suo, pur registrando il dissenso di una parte del partito, ha scelto di presentare nelle liste europee il generale Roberto Vannacci, divenuto sinistramente noto in questi ultimi mesi per le ripetute dichiarazioni misogine, razziste, omofobiche e esplicitamente nostalgiche del fascismo.
Ma la contraddittoria posizione di Fratelli d’Italia sull’Unione europea serve paradossalmente anche per obbligare l’opposizione ad affannarsi e a smentirsi nel criticare compromessi per nulla diversi da quelli che avrebbe verosimilmente accettato se fosse stata al potere.
Naturalmente, le contraddizioni per Giorgia Meloni non sono superate: ha stretto con successo un rapporto personale con vari leader europei e occidentali (da Von Der Leyen a Joe Biden), ma mantiene stretti rapporti con l’ungherese Victor Orban (che ha annunciato l’adesione dei suoi europarlamentari al gruppo ECR di cui FdI fa parte) e con Donald Trump (come ogni anno una delegazione del partito di Giorgia Meloni ha partecipato poco più di un mese fa a Washington a fianco di Trump, di Milei e di tanti altri ultrareazionari alla CPAC-Conservative Political Action Conference, il raduno delle destre internazionali organizzato dai repubblicani americani). 
E, anche al di là di Orban e di Trump (che comunque tra 8 mesi potrebbe prendere il posto di Biden) e della “concorrenza” di Salvini, c’è anche la crescita del partito di Marine Le Pen, che potrebbe trasformarsi tra tre anni esatti, alle presidenziali francesi del 2027, in una ancor più ingombrante e potenzialmente esplosiva contraddizione per la politica meloniana zigzagante tra “realismo” e retorica sovranista.

Le norme stringenti del nuovo patto UE

E non si tratta solo di relazioni “pericolose” e contraddittorie. Il “realismo europeista” di Giorgia Meloni sarà presto messo alla prova dalle norme stringenti del nuovo patto di stabilità.
Come già ricordato, il parlamento europeo, mettendo fine alla “tregua pandemica”, ha recentemente approvato le nuove regole di bilancio per i paesi membri, sulla base di quanto pattuito alla fine dello scorso anno tra i ministri economici dei vari governi nazionali. Dei parlamentari italiani (salvo pochissime eccezioni), trasversalmente a tutti i gruppi politici, nessuno ha votato a favore, nemmeno quelli rappresentanti delle forze di destra che con il ministro Giorgetti avevano contribuito a stilarlo. I gruppi italiani dell’europarlamento si sono compattamente astenuti, tranne i 5 stelle che hanno votato contro.
E’ evidente la finalità elettorale di questa scelta trasversale di “dissociazione”: tenersi le mani libere per poter fare “nuove” promesse di spesa pubblica e poter dire in campagna elettorale che dei futuri pesanti tagli di bilancio imposti dalle nuove regole è responsabile l’Europa “dei burocrati”.
Sì, perché dopo le elezioni di giugno il governo sarà chiamato ad affrontare una “quadratura del cerchio”: come riuscire a mettere insieme altri demagogici tagli alle tasse (soprattutto per i settori sociali elettoralmente utili per la destra) e la drastica riduzione di un deficit di bilancio che ha raggiunto il 7,4% del PIL, distante 92 miliardi di euro da quel 3% che il patto impone di raggiungere entro non più di 4 anni? Soprattutto tenendo conto degli interessi che annualmente il paese deve pagare sul mastodontico debito pubblico (2.800 miliardi, pari al 140% del PIL, distante oltre 1.500 miliardi da quel 60% del PIL previsto dal patto). In tali condizioni, anche se si riuscisse a portare in zona positiva il saldo primario del bilancio del paese (cosa che non accade da prima dello scoppio della pandemia), il peso degli interessi sul debito riporterebbe inesorabilmente i conti in rosso.
Naturalmente queste drammatiche cifre, Giorgia Meloni non si stanca di ripeterlo, non sono il frutto solo della politica del suo governo, sono la conseguenza di politiche pluridecennali. Ma la soluzione del rebus ora è diventata cosa di sua competenza. Per il momento, nella prospettiva della prova elettorale, il governo ha scelto di non scoprire le carte su quelle che potranno essere le sue intenzioni, presentando irritualmente un “documento di economia e finanza” (DEF) fatto solo di dati tendenziali, peraltro edulcorati, senza nessuna ipotesi di soluzione.
Dunque, il governo Meloni (sia tagliando le spese, sia aumentando le entrate, sia stimolando la crescita del PIL) dovrà trovare almeno tra i 15 e i 18 miliardi all’anno per avvicinarsi agli obiettivi del patto, ben sapendo che il mantenimento del taglio dei contributi fiscali adottato nell’autunno scorso per dare un minimo di respiro alle retribuzioni dei lavoratori dipendenti e la necessità di affrontare lo stato disastroso della sanità pubblica richiederebbero, già solo questi, un forte incremento di spesa.
Il rischio di una riproposizione di uno scenario già conosciuto nel 2011, quando l’Unione europea sostanzialmente impose all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano le dimissioni del governo Berlusconi e l’insediamento del governo “tecnico” di Mario Monti, è del tutto possibile.
Dunque, sul piano delle politiche economiche e sociali, alcuni nodi potrebbero venire presto al pettine, spingendo la premier a dover affrontare le contraddizioni della sua politica che fino ad ora ha navigato tra il realismo opportunista e la retorica della demagogia.

La necessità di gestire una possibile caduta del consenso

E’ proprio il rischio della necessità di un’esplicita scelta verso una “austerità” sociale e economica dichiarata, con le sue possibili conseguenze nella perdita di consenso, che spinge il governo Meloni ad accelerare la sua deriva autoritaria per mantenere e possibilmente consolidare il suo controllo sul paese.
Sono tanti i terreni sui quali Fratelli d’Italia sta agendo.
Con una legge approvata definitivamente qualche giorno fa, nei consultori, cioè nelle istituzioni incaricate di assistere le donne incinte anche nel caso in cui decidano di non proseguire la propria gravidanza, verranno introdotte anche le associazioni antiabortiste, cioè organizzazioni che operano per fare pressione morale e psicologica sulle donne affinché non abortiscano, organizzazioni che sono note per i loro materiali finalizzati a colpevolizzare severamente le donne che intendono ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza.
Questa nuova disposizione, assieme alla schiacciante percentuale di medici e di operatori sanitari che si avvalgono della “obiezione di coscienza” (che in alcune regioni supera l’80%) e all’impossibilità di accedere all’aborto farmacologico (attraverso la compressa RU486) se non in tre regioni su venti, costituisce, secondo tutti i gruppi femministi, un ulteriore pesante attacco ad un diritto riconosciuto con la legge 194 fin dal 1978, attacco che smentisce l’impegno di non cambiare quella legge che Giorgia Meloni aveva esplicitamente assunto nell’ottobre 2022 al momento del suo insediamento al governo.
Ma la nuova misura antiabortista ha anche un altro scopo e non a caso è stata adottata nell’ambito di una legge finalizzata alla gestione dei fondi europei. Essa infatti mira anche a finanziare quelle associazioni “pro-life” che da sempre ruotano nell’orbita dell’estrema destra, consolidando così un’importante clientela politica ed elettorale.
C’è poi tutta la politica dell’informazione e dei media, particolamente importante se si vuole controllare un’opinione pubblica molto disorientata e disillusa, che, anche con i dati delle ultime elezioni regionali (partecipazione mai superiore al 60%), conferma la sua propensione astensionistica ma di cui, proprio per questo, occorre assicurarsi il controllo mediatico.
La situazione dei media, in Italia, è al centro dello scontro politico da decenni, fin da quando il primo governo Berlusconi aveva mostrato gli effetti del suo monopolio delle TV private unito al controllo sulla TV di stato. Dunque Giorgia Meloni, in questi suoi 18 mesi di governo, ha operato per occupare il massimo di posti di potere nella RAI, cioè nella radiotelevisione pubblica, che peraltro è la più grande industria culturale del paese.
Per far questo, non ha dovuto adottare nuove leggi, perché sta utilizzando a piene mani le norme introdotte circa 8 anni fa dal “centrosinistra” di Matteo Renzi, che hanno totalmente subordinato la RAI al governo. La politica della destra ha spinto numerosi noti personaggi mediatici ad abbandonare l’azienda pubblica, trasmigrando ad altre emittenti, in particolare a “la 7” e alla statunitense “Discovery”.
Il desiderio di dominio sulla televisione pubblica ha anche prodotto negli scorsi giorni, alla vigilia della celebrazione dell’anniversario del 25 aprile, data della caduta del fascismo nel 1945, veri e propri atti di censura, come la cancellazione dalla programmazione di un monologo su quel regime a cura di Antonio Scurati, pluripremiato scrittore, autore di una dettagliata e documentata trilogia su Mussolini. Parallelamente il parlamento ha modificato le norme sulle campagne elettorali, raddoppiando il tempo di emissione a disposizione della maggioranza di governo.
La motivazione che la destra adduce per giustificare questi comportamenti è la “necessità di rompere il monopolio della sinistra” sulla cultura, ridare voce a “coloro che sono sempre stati ostracizzati e censurati dal servizio pubblico”.
Il sindacato dei giornalisti della radiotelevisione pubblica ha duramente criticato le interferenze, accusando la dirigenza dell’azienda di averla trasformata in un “sistema di controllo soffocante che sta danneggiando la RAI, i suoi lavoratori e tutti i cittadini”. Questi avvenimenti hanno ovviamente rinfocolato il dibattito sulla natura politica del partito di Fratelli d’Italia, ma, almeno stando ai sondaggi di opinione, sembrano non influire sull’orientamento dell’elettorato.

La premier e l’antifascismo

Né sembra avere effetto significativo la continua interrogazione a Giorgia Meloni sul suo rapporto con il fascismo e con l’antifascismo. E’ una domanda evidentemente retorica, visto che per dirsi antifascisti occorre esserlo. Giorgia Meloni il più delle volte elude la domanda, perché sa di dover politicamente ed elettoralmente contare su di una non trascurabile fetta di elettorato nostalgico di Mussolini e del suo regime. Ma la sua tesi è più insidiosa e l’ha illustrata più volte, da ultimo in un messaggio proprio del 25 aprile. Lei dichiara la propria “avversione a tutti i regimi totalitari e autoritari, quelli di ieri e quelli di oggi” e il proprio impegno “per difendere la democrazia e per un’Italia finalmente capace di unirsi sul valore della libertà”. Sostiene che l’antifascismo è stata una “arma di esclusione”: oggi antifascismo e fascismo sarebbero solo retaggi del passato. 

Così, il falso sillogismo secondo cui “essere democratici” esenterebbe dal dirsi “antifascisti” illustra bene il substrato ideologico del partito di Giorgia Meloni, basato su di una presunta “democrazia afascista”, che colloca Fratelli d’Italia in una sorta di neutralità, che pretenderebbe di elidere gli opposti ma che vuole nascondere ciò che ne ispira l’azione, la conquista del potere, con una forma di assolutismo e una vocazione autoritaria e autocratica in nome della “governabilità”.

Giorgia Meloni è ben consapevole di poter così fare breccia in un’opinione pubblica che trae un pessimo bilancio della retorica antifascista che ha ammantato le politiche antisociali degli ultimi decenni.
E’ sulla base di questa strumentale teoria, che la destra sostiene la necessità formale e sostanziale di liberare la democrazia attuale dai compromessi e dai retaggi del passato riformando la Costituzione del 1948, riforma che punta a smontare gli equilibri istituzionali scelti quasi 80 anni fa proprio per impedire il ripetersi di tragiche avventure come quella fascista e ad affidare il 100% del potere al (o alla) premier, svuotando di funzioni sia il presidente della Repubblica sia il parlamento e mettendo, con una legge elettorale costituzionale ipermaggioritaria, completamente fuori gioco qualsiasi opposizione. E soprattutto trasformando l’estrema destra, evidentemente esclusa dal patto del 1948, nella nuova “forza costituente” dell’Italia del XXI secolo.
La riforma del “premierato forte”, intervenendo sulla Costituzione, richiederà un lungo e complesso iter di approvazione e molto probabilmente un referendum popolare confermativo, ma il rischio di trasformazione strutturale del paese in una “democrazia illiberale” è tutt’altro che lontano.
Peraltro la destra sfrutta abilmente l’oscuramento che per decenni la “sinistra istituzionale” ha messo su temi come l’egualitarismo o l’esistenza delle classi sociali, mettendo colpevolmente al centro delle sue politiche la “stabilità”, la cosiddetta “governabilità”.
E la politica del governo non si ferma qui. C’è in dirittura di arrivo la riforma della cosiddetta “autonomia differenziata”, voluta dalla Lega per consolidare la sua presa elettorale al Nord, autonomia che premia le regioni economicamente forti e penalizza drammaticamente quelle del Sud. Questa riforma, che salvo imprevisti, sarà definitivamente approvata la prossima settimana, tra l’altro disgrega il valore nazionale dei contratti di lavoro, tornando a prima del 1969. C’è poi il piano per deportare i migranti in Albania, copiato da quello britannico del Ruanda e basato sulla complicità del “socialista” albanese Edi Rama; ci sono le norme di riforma della giustizia con il disegno di subordinare i pubblici ministeri al governo e con la proibizione per i giornalisti di pubblicare la trascrizione di intercettazioni telefoniche scomode per politici corrotti, ecc.

La borghesia italiana e europea di fronte alla destra

Naturalmente, a facilitare il compito del governo Meloni c’è l’esperienza negativa delle politiche neoliberali perseguite da tutti i governi degli ultimi anni, sempre con il sostegno del centrosinistra e in particolare del PD, una politica che ha distrutto ogni residuo legame tra quel partito e le classi popolari che, nella loro grande maggioranza, oggi votano a destra o si astengono e solo in parte, in particolare al Sud, sostengono il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte.
Ma soprattutto c’è un atteggiamento sempre più benevolo delle classi dominanti verso l’estrema destra. Un’estrema destra che ora sembra loro tornare utile perché, dopo aver distrutto con le politiche neoliberali dei governi di centrodestra e di centrosinistra gran parte del Welfare state, dopo aver privatizzato quasi tutto e dato ampio spazio alla speculazione finanziaria, oggi si pongono un altro obiettivo, quello indicato fin dal maggio 2013 da JP Morgan con il suo noto documento “L’aggiustamento dell’Europa a metà strada”, che affermava spudoratamente: “All’inizio della crisi si pensò che i problemi preesistenti [dei paesi della UE] fossero soprattutto di natura economica: debito pubblico troppo alto, problemi legati ai mutui e alle banche, tassi di cambio reali non convergenti, rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud e le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire un’ulteriore integrazione dell’area europea… Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo: … esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; … tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo…”.
Sbarazzarsi dunque delle “costituzioni antifasciste”, segnate appunto da valori, obiettivi sociali e spazi democratici ritenuti oramai largamente anacronistici e comunque inadeguati, è un compito che le classi dominanti non possono assegnare a partiti che in maniera più o meno lineare sono ancora legati a quei valori. C’è dunque una ragione di fondo per la quale l’ascesa delle forze politiche dell’estrema destra postfascista o neofascista, pur con le sue contraddizioni, sembra oggi tornare utile alle classi dominanti.

“Vota Giorgia”, il plebiscito che la premier sogna

E’ in questa situazione complessa ma inquietante che il paese si avvia verso la prova del voto europeo. Giorgia Meloni ha definitivamente dichiarato di voler capeggiare le liste del “suo” partito in tutte le cinque circoscrizioni elettorali interregionali, scegliendo anche di presentarsi con il suo semplice nome di battesimo, “Giorgia”, tralasciando il cognome, per sottolineare la sua popolarità personale. Vuole che il voto sia una sorta di plebiscito sul suo nome e sul bilancio del suo governo. Anche la leader del PD, Elly Schlein, sarà capolista, ma solo in due circoscrizioni. La Schlein ha in queste ultime settimane di nuovo registrato i malumori di buona parte del “suo” partito che le resta sostanzialmente ostile, perché non ne condivide la linea politica “troppo spostata a sinistra” e più disponibile all’alleanza con il Movimento 5 Stelle. Quest’ultimo spera di utilizzare le debolezze della leadership di Schlein per tentare di contendere al PD l’egemonia dell’opposizione.
Meglio non sta la sinistra alla sinistra del PD. L’Alleanza tra i Verdi e l’organizzazione di Sinistra Italiana (AVS) resta ancorata ad una politica di collaborazione e di alleanza con il PD, anche se è riuscita a presentare nelle sue liste una candidatura al centro dell’attenzione, quella di Ilaria Salis, la militante antifascista italiana detenuta da 14 mesi nelle carceri ungheresi per aver manifestato a Budapest contro il corteo neonazista del “Giorno dell’onore” che ogni anno viene organizzato per ricordare le vittime ungheresi e tedesche dell’avanzata dell’Armata rossa sovietica nel 1944-45. 
Quanto al Partito della Rifondazione comunista (PRC), dopo un acceso dibattito interno, ha scelto di partecipare ad una lista promossa dal giornalista Michele Santoro, che ha assunto il nome di “Pace terra dignità”, una lista che si presenta come “pacifista”“né di destra né di sinistra”, ma soprattutto che propone tra i suoi candidati figure impresentabili esplicitamente filoputiniane, come in particolare lo scrittore Nicolai Lilin, noto per le sue frequentazioni di iniziative neofasciste e per aver sostenuto in uno dei suoi libri che: “la nascita dell’Ucraina come entità geopolitica fu il frutto della sciagurata scelta di Lenin… totalmente attribuibile ai bolscevichi ebrei… per i loro interessi e per la loro visione anti-imperiale russa”.
Dunque, mentre la politica dell’estrema destra italiana, pur con le sue contraddizioni, procede per la sua strada, non altrettanto può dirsi per quella della sinistra, nelle sue varie versioni.

*articolo apparso su sito Refrattario e controcorrente (https://andream94.wordpress.com/). È stato pubblicato anche in francese su A l’encontre.

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