Tempo di lettura: 4 minuti

Mentre l’esercito israeliano sta completando i preparativi per attaccare la città di Rafah, che ha ospitato più della metà della popolazione di Gaza dopo il suo sfollamento da altre aree della Striscia, cioè più di un milione di persone, le Forze di Supporto Rapido sudanesi si preparano ad attaccare la città di El Fasher, capitale del Nord Darfur, la cui popolazione ha superato il milione di abitanti dopo che nuovi sfollati si sono aggiunti ai precedenti. In entrambi i casi, la popolazione locale si trova ad affrontare una guerra genocida: una è condotta dall’esercito sionista ispirato da un progetto razzista ebraico che mira a controllare l’intera Palestina e si basa sul genocidio accompagnato dalla pulizia etnica, mentre l’altra è fatta da bande armate motivate da ambizioni tribali e razziste arabe che mirano a controllare l’intera regione del Darfur (che è circa venti volte l’area della Palestina tra il fiume e il mare) e si basa anch’essa sul genocidio accompagnato da pulizia etnica.

Mentre affrontiamo l’orrore della guerra genocida sionista in corso a Gaza, che dopo sette mesi e una settimana ha causato quasi 45.000 morti (tenendo conto dei corpi non identificati ancora sotto le macerie, che secondo le stime più basse sono 10.000), ci troviamo di fronte a una guerra non meno orribile in Darfur, se si misura il numero di morti lo scorso autunno nella sola città di El Geneina, nel Darfur occidentale, dove un rapporto delle Nazioni Unite ha stimato tra i 10.000 e i 15.000 morti per mano delle Rapid Support Forces su una popolazione totale di 150.000 persone. Questa percentuale è un avvertimento che il bilancio delle vittime a El Fasher potrebbe raggiungere tra i 60.000 e i 100.000 se gli aggressori la occupassero, soprattutto perché la guerra genocida combattuta in Darfur sotto la direzione di Omar al-Bashir, a partire dal 2003, ha lasciato un numero di morti che ha raggiunto i 300.000 secondo le stime delle Nazioni Unite. Senza contare l’entità della catastrofe umanitaria, che in Sudan supera quella di Gaza, dato che il numero di sfollati all’interno e all’esterno del territorio sudanese supera gli 8,5 milioni, una gran parte dei quali è minacciata da una carestia non meno terribile di quella che ora minaccia la popolazione di Gaza.

Se l’esercito sionista occupasse Rafah dopo averla assediata senza che nessuno dei residenti e degli sfollati osasse uscire per paura di essere massacrati, come avviene a El Fasher, il bilancio delle vittime non sarebbe inferiore a quello che attende la capitale del Nord Darfur. Ma la pressione internazionale su Israele, compresa quella del suo partner statunitense nella guerra contro Gaza – influenzata dall’incredibile movimento globale di solidarietà con la popolazione di Gaza, compreso quello partito dalle università statunitensi – ha costretto lo Stato sionista a cercare di ridurre il numero di potenziali vittime del suo attacco a Rafah, invitando i gazawi a lasciare la città e a trasferirsi nella zona costiera “umanitaria” ampliata di Al-Mawasi, a ovest della città di Khan Yunis. Tuttavia, a differenza di Gaza e Rafah, non c’è alcun movimento globale intorno alla guerra in corso in Sudan né alcun interesse per il destino che attende El Fasher, fatta eccezione per alcuni rari articoli sulla stampa mondiale.

Questa differenza di interesse viene interpretata dai sostenitori di Israele come derivante da “antisemitismo”, nel senso di ritenere lo Stato “ebraico” responsabile di standard più elevati di quelli a cui sono tenuti gli altri Paesi. La verità è che il mondo occidentale si preoccupa di Israele per “compassione narcisistica”, poiché vede lo Stato sionista come un cuneo occidentale nel fianco dell’Oriente arabo. È questa “compassione narcisistica” che porta i media occidentali a prestare molta più attenzione alle vittime dell’11 settembre, che sono state circa 3.000, e alle vittime del 7 ottobre, che sono state 1.143 da parte israeliana, di quanta non ne prestino ai milioni di vittime che sono cadute e stanno cadendo nelle guerre in particolare nell’Africa subsahariana. Ma l’identificazione occidentale con Israele, che è fondamentalmente “compassione narcisistica”, si ritorce contro di esso, poiché le persone di buona coscienza nell’opinione pubblica occidentale lo ritengono responsabile così come ritengono responsabili i propri governi.

Così, il movimento contro la guerra degli Stati Uniti in Vietnam nei Paesi occidentali ha superato di gran lunga quello contro la guerra russa in Ucraina. Questo perché coloro che sono contrari alla guerra in Occidente hanno visto che la responsabilità della prima ricadeva sul Paese occidentale più potente, mentre non sentono una responsabilità simile per ciò che sta facendo lo Stato russo. Il motivo per cui il loro interesse per l’assalto di Israele a Gaza è molto più grande di quello per ciò che sta accadendo in Darfur è la consapevolezza che lo Stato sionista è parte organica del campo occidentale e che la sua aggressione contro il popolo palestinese non sarebbe stata possibile senza la partecipazione degli Stati Uniti. Questo è ciò che intendeva Mahmoud Darwish quando disse al poeta israeliano Helit Yeshurun, durante un’intervista da lei condotta nel 1996: “Sai perché noi palestinesi siamo famosi? Perché voi siete il nostro nemico”. L’interesse per la questione palestinese deriva dall’interesse per la questione ebraica. Sì, è così. La gente è interessata a voi, non a me…! L’interesse internazionale per la questione palestinese riflette semplicemente l’interesse della gente per la questione ebraica”.

Questa è la verità, ma non ci assolve, noi arabi, dalla colpa di “compassione narcisistica” nel mostrare interesse per ciò che lo Stato sionista sta facendo ai nostri fratelli e sorelle palestinesi, usando armi fornite dagli Stati Uniti d’America, ma indifferenza per ciò che le bande arabe stanno facendo a persone africane non arabe nel Darfur, usando armi fornite dagli Emirati Arabi Uniti. Le persone di buona coscienza che aderiscono ai valori umanistici devono denunciare i crimini che avvengono in Darfur e in Sudan, così come denunciano i crimini che avvengono a Gaza e in Palestina.

*La traduzione italiana si basa sulla versione inglese dall’originale arabo pubblicato su Al-Quds al-Arabi il 14 maggio 2024, fatta dall’autore (www.gilbert-achcar.net/genocidal-war-and-solidarity)

Print Friendly, PDF & Email