Cina. La generazione perduta dei laureati
Milioni di giovani cinesi scoprono che nemmeno l’eccellenza accademica garantisce più un futuro stabile. Un’intera generazione tradita dalle promesse e spinta verso la precarietà
Negli anni in cui in Cina la crescita sembrava infinita e il futuro assicurato, l’istruzione universitaria rappresentava la promessa centrale di mobilità individuale. Bastava impegnarsi, superare il temuto esame di ammissione e conquistare un posto in una delle università di punta per guadagnarsi un posto nel mondo.
Oggi, quella promessa si è incrinata sotto il peso delle aspettative che aveva alimentato. I diplomi delle università considerate d’élite in Cina, sostenute da programmi statali come il 985 e il 211, un tempo visti come chiavi d’oro per l’ingresso nel mondo professionale, hanno perso smalto. I giovani nati dopo il Duemila, spesso i primi laureati delle rispettive famiglie, si trovano intrappolati in un sistema che non li premia più né per il merito né per la costanza.
A testimoniare questa disillusione è Crystal, ex studentessa di Pechino, che nonostante una carriera accademica impeccabile e diversi stage in aziende di rilievo, si è vista costretta a proseguire gli studi con un master per restare competitiva. Come riporta il Washington Post, la sua non è un’eccezione: è ormai consuetudine che, anche per ottenere un semplice colloquio, si debba passare da un master, spesso conseguito non per passione, ma per disperazione.
La corsa ai titoli ha così trasformato le università in camere d’attesa sovraffollate, dove lo studio finisce per funzionare come una sospensione prolungata dell’ingresso nella vita adulta. All’università Tsinghua, il numero di laureati che prosegue gli studi presso istituti cinesi è passato dal 54 per cento del 2013 al 66 per cento del 2022, e lo stesso vale per Pechino e Fudan. In questo contesto, i giovani non accumulano solo titoli ma anche incertezza. Come in buona parte dell’Europa, ormai, essere premiato non è più chi ha studiato meglio, ma chi ha saputo resistere più a lungo nel circuito dei concorsi, dei test e degli stage non retribuiti.
Questa dinamica produce un sentimento diffuso di disincanto. Gli stessi genitori che avevano sostenuto il valore del merito cominciano a mettere in dubbio quella promessa. E i figli, a loro volta, iniziano a porsi domande radicali: ha ancora senso investire anni di studio e aspettative per ritrovarsi in condizioni peggiori rispetto alla generazione precedente?
Chi si è formato nei grandi centri urbani ambiva a posizioni remunerative, in ambienti dinamici, compatibili con una certa idea di realizzazione personale. Ma la realtà è fatta di mansioni precarie, orari infiniti e stipendi compressi, spesso accompagnati da costi di vita insostenibili. Zhang Shirui, impiegato a Shanghai, spiega a Tencent News che il suo salario si riduce a poche centinaia di yuan una volta tolte le spese fisse, e solo grazie a un dormitorio aziendale riesce a non finire in un sottoscala. Lontano dalle grandi città, la situazione non migliora. Li Hao, laureato in una delle università di fascia più alta note come C9, insegna matematica in un istituto privato di Xiangyang e calcola che, senza un aiuto familiare, impiegherebbe un decennio a mettere da parte l’anticipo per una casa. L’eccellenza accademica non protegge più, e la promessa di ‘salire di livello’ attraverso l’istruzione non regge alla prova della vita adulta.
Dentro o fuori il sistema: nessuna scelta è sicura
Nel contesto di un mercato privato instabile, sempre più giovani laureati cercano rifugio nel settore pubblico, spinti non tanto da vocazione quanto dalla ricerca di uno stipendio regolare, ferie pagate e una forma di riconoscimento sociale ancora viva nelle famiglie. Ma entrare in quello che in Cina viene chiamato “il sistema”, cioè l’insieme dei posti statali nell’insegnamento e nella burocrazia centrale o locale, si rivela un percorso irto di ostacoli e disillusioni.
Shen Xu, professoressa in una scuola superiore del Fujian, racconta sempre a Tencent News di una quotidianità lavorativa estenuante, tra malattie professionali, ore aggiuntive non retribuite e pressioni familiari degli studenti. A fronte di uno status percepito come rispettabile, il lavoro di insegnante diventa un’impresa faticosa e opaca, aggravata dagli incarichi amministrativi imposti e da una retribuzione poco trasparente, con importi variabili e difficili da prevedere. Anche nei momenti più critici, l’idea di dimettersi resta impraticabile: penali contrattuali, aspettative familiari e assenza di alternative reali tengono inchiodati molti giovani a ruoli che non li valorizzano e che logorano lentamente le loro energie.
In alcuni casi, il legame forzato tra formazione e lavoro ha esiti ben più gravi. In un caso riportato dalla testata cinese Sohu, sei studenti universitari sono annegati durante una attività formativa organizzata da un’azienda mineraria, mentre erano formalmente in stage. L’esperienza, obbligatoria per il conseguimento del diploma, si è rivelata una mansione priva di supervisione reale e con rischi che nessuno si è preso cura di prevenire. Il fatto ha suscitato indignazione ma anche un senso di impotenza, perché riflette una normalizzazione del pericolo sotto l’etichetta dell’inserimento professionale.

Neppure le carriere da funzionari pubblici garantiscono la stabilità sperata. La preparazione agli esami per accedere a impieghi nell’amministrazione, considerati l’unica vera via d’uscita per molti neolaureati, richiede un isolamento prolungato, sacrifici economici e rinunce affettive. Deng Wen, ex stagista in una multinazionale, ha trascorso oltre un anno preparando prove su prove, frequentando corsi privati e affrontando la sensazione di rimanere in sospeso mentre i coetanei avanzavano. Quando finalmente ha vinto un concorso, spiega a Tencent News, è stata inviata in una località sperduta, dove l’ambiente lavorativo, dominato da colleghi molto più anziani, le ha fatto sentire una distanza ancora più marcata rispetto alla vita che aveva immaginato. La promessa implicita di una futura mobilità verso incarichi migliori resta, per ora, disattesa. La sensazione condivisa è che “uscire dal tunnel” significhi solo entrare in un altro, più lento ma non meno soffocante.
C’è poi chi tenta un ritorno al settore privato dopo aver rinunciato al sogno del posto fisso. Ma le condizioni non sono più quelle di partenza. Jiang Fei, dopo aver lasciato un’azienda per dedicarsi a tempo pieno alla preparazione degli esami pubblici, si è ritrovata senza lavoro e senza garanzie. I tentativi ripetuti di superare i test non hanno prodotto risultati, e il denaro si è esaurito. Ora si prepara a inviare nuovamente in giro il suo curriculum, consapevole di dover accettare qualsiasi posizione pur di avere nuovamente un reddito. Il suo racconto riflette una dinamica diffusa, con la quale l’incertezza si protrae ben oltre la laurea, e le strategie individuali per sfuggire alla precarietà tendono a rientrare in un circolo vizioso, dove ogni scelta ha un costo crescente e nessuna via appare davvero percorribile fino in fondo.
Il business dell’ansia
In un mercato del lavoro sbilanciato, dove l’offerta supera ampiamente la domanda e i requisiti richiesti si moltiplicano, si è aperto uno spazio per pratiche opache che speculano sulla vulnerabilità dei più giovani. Sempre più neolaureati, angosciati dal rischio di restare esclusi, finiscono nelle maglie di agenzie di collocamento che promettono assunzioni garantite dietro pagamento di somme considerevoli. In un’inchiesta pubblicata da Sohu, una giovane neolaureata, Xiao Feng, ha raccontato di aver versato 65.000 yuan (circa 8.000 euro) a un’agenzia per ottenere un impiego in un’impresa statale. Dopo settimane di attesa e nessun colloquio concreto, ha chiesto il rimborso previsto dal contratto, ottenendo soltanto continui rinvii e infine una restituzione solo parziale. Per ottenere la somma intera è stato necessario l’intervento delle autorità locali e di un programma televisivo di denuncia. Il suo caso non è isolato: la pratica delle “raccomandazioni interne a pagamento” si è diffusa come espressione cinica di un mercato in cui ogni promessa di accesso sembra monetizzabile.
L’esistenza di un mercato parallelo, fondato sull’illusione dell’accesso rapido, evidenzia quanto profondo sia il senso di spaesamento vissuto da una generazione che non trova punti fermi. L’angoscia per il rischio di “restare indietro” e la comparazione costante con i coetanei trasformano la ricerca del lavoro in un’esperienza di precarietà psicologica oltre che materiale. A pagare il prezzo più alto sono spesso giovani provenienti da famiglie modeste, che si indebitano o bruciano risparmi pur di tentare la scorciatoia. In questo senso, la disperazione occupazionale alimenta nuove forme di disuguaglianza, nelle quali il capitale economico si traduce anche in accesso privilegiato a informazioni affidabili, reti personali solide e possibilità di temporeggiare senza compromettere il proprio percorso.
Nel complesso, l’esplosione di truffe e intermediazioni fittizie segnala il fallimento di una adeguata regolamentazione pubblica del mercato del lavoro giovanile. La debolezza dei canali istituzionali e l’inefficacia dei servizi di orientamento aprono la strada a forme di sfruttamento mascherato da opportunità. Il sistema scolastico, pur producendo milioni di laureati ogni anno, non fornisce strumenti realistici per orientarsi nella complessità della transizione al lavoro. E lo stato, pur dichiarando l’intenzione di sostenere l’occupazione giovanile, interviene spesso solo dopo che il danno è stato fatto. In questo vuoto normativo e informativo, la ricerca del primo impiego si trasforma in un percorso a ostacoli in cui ogni passo può celare un inganno, e dove l’ansia stessa diventa merce da scambiare.
Laurea e precarietà in un’economia che cambia
Dietro la crisi occupazionale dei giovani laureati si intravedono le fragilità strutturali di un’economia in profonda difficoltà, segnata dal rallentamento della crescita, dalla crisi prolungata del settore immobiliare e da rapporti internazionali sempre più instabili. L’espansione della formazione al settore terziario, accelerata negli anni della pandemia, ha prodotto una massa crescente di laureati che si affacciano sul mercato proprio mentre le imprese private, soprattutto nei settori tecnologici e dei servizi, riducono le assunzioni o alzano l’asticella dei requisiti. Come racconta un giovane intervistato da Nikkei Asia , è servito l’invio di trecento candidature prima di ottenere un’offerta concreta, e solo per un impiego lontano dal proprio settore di specializzazione. L’aumento della qualificazione della forza lavoro non trova corrispondenza nelle opportunità reali, e la distanza tra formazione e impiego genera una frattura che investe al contempo il lavoro e i progetti personali.

Le difficoltà che i giovani incontrano si radicano in un cedimento strutturale del modello di sviluppo, che va oltre la semplice ciclicità economica. Il settore immobiliare, per anni motore dell’espansione e dell’occupazione, è in crisi profonda. Il commercio internazionale è frenato da dazi e incertezze normative, soprattutto nei rapporti con gli Stati Uniti. Le imprese esportatrici, come riportano le cronache da Yiwu, si rivolgono a mercati alternativi, riducendo il personale in patria o sospendendo le assunzioni. A farne le spese sono proprio i neolaureati, percepiti come poco esperti e facilmente sacrificabili. In un’economia che tende a premiare la flessibilità e a minimizzare i costi di formazione, l’investimento sulla nuova forza lavoro viene considerato un rischio anziché una risorsa.
A complicare il quadro, vi è la crescente consapevolezza tra molti studenti di percorsi tecnici che la laurea non rappresenta più una garanzia di riscatto. In molti casi, serve solo a differire una realtà già nota, confermando che la retorica del “salto” educativo rischia di illudere più che emancipare.
La risposta istituzionale a questa crisi è ambigua. Da un lato, il governo ha sospeso temporaneamente la pubblicazione dei dati sulla disoccupazione giovanile, salvo poi reintrodurli in forma parziale e riorganizzando le fasce d’età. Dall’altro, le politiche pubbliche si concentrano più sulla gestione dei numeri che sulla qualità delle opportunità offerte. Le fiere del lavoro organizzate nelle città di provincia, con centinaia di aziende presenti e padiglioni dedicati alla scrittura dei curriculum, mostrano un’attività frenetica, ma spesso simbolica. Le posizioni offerte sono in larga parte generiche, mal retribuite o poco coerenti con i percorsi formativi. Il rischio è quello di alimentare una narrativa formale di ripresa, dietro la quale si cela una crescente insicurezza lavorativa e un’erosione del valore del sapere.
La precarietà professionale non è solo un problema economico, ma si riflette in modo diretto sul piano demografico e sociale. La possibilità di costruire una vita autonoma e di progettare il futuro è rimandata indefinitamente. Molti giovani, consapevoli dell’impossibilità di accedere a una stabilità economica, rinunciano al matrimonio, alla genitorialità e perfino alla residenza nelle città in cui hanno studiato. La disoccupazione giovanile rompe i legami tra generazioni, altera la distribuzione della popolazione e alimenta un senso di stagnazione collettiva. È qualcosa di più di un passaggio complesso verso l’età adulta, e che segna invece una cesura storica, un momento in cui la promessa di miglioramento costante smette di valere. E in questo vuoto, si fa strada la convinzione che il lavoro, nella forma in cui è stato finora concepito, non possa più rappresentare il fondamento della dignità individuale.
Verso una nuova grammatica del vivere
In assenza di riferimenti solidi, molti giovani cominciano a cercare altrove risposte più praticabili. Le loro scelte si articolano in strategie minime, quotidiane, che rivelano una discontinuità profonda rispetto ai modelli dominanti. Al desiderio di avanzamento si affianca la ricerca di equilibrio, alla corsa alla competizione subentrano esigenze di tempo, cura e protezione. Sono tentativi di restare a galla senza rinunciare a sé stessi. Le risposte che emergono assumono forme individuali, spesso silenziose, che indicano una volontà di sottrarsi alla logica dell’efficienza e della competizione, lontane dalle espressioni più spettacolari o collettive. C’è chi abbandona le grandi città e chi preferisce restare in periferia, chi rifiuta il tempo pieno e chi sceglie lavori che non implichino fedeltà aziendale. Alcuni prolungano il percorso di studi, non per acquisire maggiori competenze, ma per evitare il contatto con un mondo esterno percepito come ostile o inutile.
In questo contesto frammentato, molti giovani laureati si ritrovano, forse per la prima volta, a interrogarsi sul senso stesso del “realizzarsi”. Non è solo una reazione alla crisi occupazionale, ma una forma embrionale di riorientamento culturale. Il tempo libero, il corpo, le relazioni e la salute mentale acquistano centralità come spazi da coltivare consapevolmente, mentre la dignità si costruisce nella possibilità di preservare un nucleo di autonomia soggettiva, non nella rincorsa a uno status riconosciuto.
Ciò non significa che queste scelte siano prive di contraddizioni. La precarietà resta, le disuguaglianze si consolidano, le pressioni familiari e sociali continuano ad agire. Molti si ritrovano intrappolati tra il desiderio di sottrarsi e la necessità di sopravvivere. Le soluzioni individuali non sempre offrono sbocchi duraturi, e il rischio dell’isolamento è reale. Tuttavia, in questo panorama disgregato, si avverte una tensione di fondo che ha una forza propria, quella di una generazione che, pur senza certezze, si rifiuta di accettare la riduzione dell’esistenza al solo rendimento. Nella somma delle rinunce e delle deviazioni si profila una possibile opposizione. Forse proprio in questa tacita insubordinazione si cela il segnale più importante. I giovani che non trovano un impiego tradizionale stanno semplicemente cercando un altro modo di stare al mondo. Non si tratta certo di una rivoluzione, ma di una discontinuità lenta che scorre sotto la superficie della società cinese e che, col tempo, potrebbe incidere più profondamente.
*articolo apparso su Substack.com il 30 luglio 2025.