Italia. Lo sciopero e le manifestazioni per Gaza e per la Flotilla
Anche prendendo per buone le valutazioni, notoriamente poco attendibili, della polizia (circa 400.000), si è trattato di una giornata storica. Le manifestazioni sono state enormi ed ovunque, ed ovunque enormi (in almeno 100 centri abitati).
Anche lo sciopero è riuscito ovunque con il blocco dei trasporti, la chiusura totale di migliaia di posti di lavoro pubblici e privati. La percentuale di scioperanti, sempre estremamente difficile da valutare, che secondo i sindacati è stata del 60%, ha comunque raggiunto livelli inediti almeno negli ultimi decenni.
Sì, la mobilitazione di ieri 3 ottobre è stata per l’Italia la più grande certamente negli ultimi venti anni, dopo la chiusura del grande movimento pacifista, altermondialista e democratico dei primi anni del nuovo millennio. Anzi, forse, la sua capillarità e la sua diffusione sul territorio nazionale hanno superato anche le dimensioni di quell’esperienza.
E, soprattutto, questa mobilitazione ha riempito le piazze senza che ci fosse alle sue spalle una potente organizzazione a promuoverla. Certo, il ruolo dell’Unione sindacale di base (che la ha formalmente indetta), delle organizzazioni giovanili che le orbitano attorno, della CGIL che, dopo la mossa falsa della mobilitazione 19 settembre, ha capito che doveva accantonare almeno per una volta la sua tradizionale autoreferenzialità, è stato un ruolo importante e organizzativamente decisivo, ma la mobilitazione si è basata soprattutto su di una diffusa e potente pressione dalla base, che, fino a qualche settimana fa, nessuno si sarebbe potuto aspettare nel contesto del noioso teatrino della politica italiana di questi ultimi anni.
La stessa scelta di Maurizio Landini, il leader della Cgil, di concordare la mobilitazione con gli “odiati” sindacati di base, indicendo persino alla vigilia dello sciopero una conferenza stampa comune, è la dimostrazione di quanto questa pressione dal basso abbia sconvolto i comportamenti “routinari” di certi apparati. Evidentemente, lo schiaffo del parziale flop delle manifestazioni autoreferenziali di venerdì 19 e il grande successo delle manifestazioni del 22 hanno creato anche dentro la confederazione di Corso d’Italia una pressione degli attivisti e dei funzionari di base per una scelta diversa.
Occorre anche ricordare che il movimento italiano di solidarietà con la Palestina era stato segnato, fino a qualche tempo fa, da una deprecabile cartellizzazione tra un settore “più radicale” e uno “più moderato” che certamente non ne aveva aiutato lo sviluppo come movimento autonomo, ampio e unitario su basi di reale solidarietà internazionalista. Ai più le iniziative, pur numerose e diffuse, erano apparse come frutto di una concorrenzialità per l’egemonia. La vicenda della Global Sumud Flotilla e il feroce proseguimento del genocidio hanno creato anche una spinta verso la convergenza che ha dato i suoi frutti nella giornata del 22 settembre, in quella di ieri e, prevedibilmente, anche nella manifestazione nazionale che oggi sfilerà nelle strade di Roma.
Certamente, il massacro in corso da due anni nella Striscia di Gaza, la vergognosa operazione di pirateria messa in atto dai corsari sionisti nel Mediterraneo orientale, la brutalità delle azioni e delle dichiarazioni dei ministri israeliani, le sconce dichiarazioni della “nostra” premier hanno fatto il resto, offrendo ulteriore carburante al motore della mobilitazione sociale. Anche un settore importante della base del centrodestra, soprattutto tra le elettrici e gli elettori di Fratelli d’Italia, ha in parte sentito fondate le ragioni della mobilitazione e condiviso la necessità di dare un segno che andasse al di là delle ipocrite dichiarazioni governative utili solo a coprire la totale complicità dell’Italia con il genocidio in corso.
Naturalmente, quanto è accaduto in questi giorni non modificherà la negativa situazione politica e sociale del nostro paese. I negativi risultati elettorali delle regionali marchigiane di domenica scorsa indicano tuttora la debolezza, anzi, potremmo dire l’inconsistenza di una reale alternativa al governo della destra. Quanto alla sinistra “radicale”, la sua innegabile crisi programmatica e politica la rende sempre più irrilevante e marginale.
Ma le mobilitazioni di questi giorni indicano che esistono ancora importanti potenzialità morali, sociali e virtualmente politiche. Quello che manca sono i soggetti politici in grado di farle esprimere anche sul piano generale.
*articolo apparso su Refrattario e controcorrente il 4 ottobre 2025