Stati Uniti-Venezuela. «Obiettivi che vanno ben oltre Caracas e il suo settore petrolifero»
Il rapimento di Nicolás Maduro da parte dell’amministrazione Trump ha riportato l’attenzione mondiale sul Venezuela e sulle sue enormi riserve di petrolio. Tuttavia, limitarsi ad accettare alla lettera il discorso bellicoso di Trump – in particolare le sue dichiarazioni secondo cui gli Stati Uniti vogliono «riprendersi il petrolio… che avremmo dovuto riprenderci molto tempo fa» – può farci perdere di vista alcune dinamiche più profonde all’opera nell’aggressione degli Stati Uniti. Il petrolio è senza dubbio essenziale per comprendere ciò che sta accadendo, ma in un modo che va ben oltre il controllo diretto delle riserve di greggio del Venezuela.
Il greggio ha poca utilità immediata, deve essere trasformato attraverso la raffinazione in una miriade di prodotti commerciabili che possono poi entrare nel processo di accumulazione. Fin dall’inizio del XX secolo, le grandi aziende occidentali hanno capito che il controllo dell’intera catena del valore (estrazione, raffinazione, produzione petrolchimica, trasporto e commercializzazione) era la chiave per plasmare i mercati, fissare i prezzi e disciplinare i concorrenti. [1] Il loro dominio non si basava semplicemente sulla proprietà dei pozzi, ma anche sul controllo delle infrastrutture e delle reti di distribuzione che determinavano come il petrolio veniva trasportato e chi ne traeva profitto.
Storicamente, questa strategia di integrazione verticale ha dato alle più grandi aziende occidentali un potere assoluto sull’industria petrolifera mondiale. Ma questo potere ha cominciato a essere messo in discussione negli ultimi due decenni, con l’emergere di grandi aziende pubbliche in Medio Oriente, America Latina e Cina che hanno fatto concorrenza alle loro controparti occidentali. È importante notare che queste aziende, in particolare Saudi Aramco e i giganti petroliferi statali cinesi, hanno seguito la strada intrapresa dalle aziende occidentali nel corso del XX secolo, integrandosi verticalmente e controllando in modo unificato le riserve a monte e le attività a valle come oleodotti, trasporto marittimo, raffinazione e produzione petrolchimica.
Il Venezuela, tuttavia, contrasta fortemente con questa tendenza globale. Anziché consolidare il proprio controllo sull’intera catena del valore, la sua azienda pubblica, Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA), è stata sistematicamente privata delle sue capacità a valle. Ciò è particolarmente evidente nel settore della raffinazione, fase cruciale in cui il petrolio greggio viene trasformato in prodotti a più alto valore aggiunto. Anni di sanzioni imposte dagli Stati Uniti, aggravate dal deterioramento interno della PDVSA, hanno interrotto l’accesso a pezzi di ricambio, catalizzatori, finanziamenti e contributi tecnici essenziali per il mantenimento delle operazioni di raffinazione. Le conseguenze sono state catastrofiche: nel 2014 il Venezuela rappresentava circa un quinto della capacità di raffinazione del Sud e Centro America; nel 2024 la sua quota era crollata al solo 6%. Oggi, le cinque principali raffinerie del Paese funzionano ben al di sotto del 20% della loro capacità, contro circa il 70% di dieci anni fa.
Questo deterioramento del sistema di raffinazione venezuelano è fondamentale per comprendere la situazione attuale. Senza raffinerie funzionanti, il petrolio greggio venezuelano non può essere valorizzato all’interno del Paese. Si accumula quindi nei depositi o viene venduto a prezzi molto ridotti ad acquirenti indipendenti (come quelli cinesi) disposti ad aggirare il regime di sanzioni. Allo stesso tempo, le esportazioni venezuelane di prodotti raffinati sono crollate, diminuendo di quasi l’80% in due decenni. Nel 2005 gli Stati Uniti erano ancora importatori netti di benzina, diesel e cherosene venezuelani; nel 2012 il Venezuela era diventato dipendente dai prodotti raffinati importati dalle raffinerie situate sulle coste del Golfo del Messico, che un tempo dipendevano dal suo petrolio greggio. Il Venezuela si è così trovato in una posizione di profonda subordinazione nei confronti degli Stati Uniti, costretto a esportare petrolio greggio a prezzi ridotti e a importare carburanti a più alto valore aggiunto che non è più in grado di produrre internamente.
Questo tipo di dipendenza strutturale sarà ulteriormente accentuata dall’intervento degli Stati Uniti. Il ripristino del settore a valle venezuelano non consiste semplicemente nel «rimettere in funzione» gli impianti inattivi una volta mutate le condizioni politiche. La raffinazione del petrolio è uno dei segmenti più capitalistici e tecnicamente impegnativi della filiera petrolifera: richiede una rete elettrica stabile, servizi pubblici funzionanti, un approvvigionamento continuo di materie prime chimiche e manodopera qualificata in grado di mantenere e far funzionare macchinari molto complessi. Quando le raffinerie sono ferme o funzionano in modo intermittente, la corrosione si diffonde, i catalizzatori si degradano, le pompe e i compressori si bloccano e i sistemi di controllo si guastano. Le esperienze di Iraq, Iran e Libia dimostrano che, una volta che il settore della raffinazione crolla sotto il peso delle sanzioni o della guerra, i costi di riavvio possono eguagliare o superare il costo di costruzione di nuovi impianti.
In questo contesto, il futuro del Venezuela sotto la sovranità degli Stati Uniti diventa chiaro. Privato di un settore di raffinazione funzionante, privato dell’accesso ai fattori produttivi necessari per trattare il proprio petrolio greggio e privo dei capitali necessari per ricostruire le sue infrastrutture distrutte, il Paese è strutturalmente confinato al ruolo di fornitore di petrolio greggio di scarso valore alle raffinerie con sede negli Stati Uniti. Questo è il risultato di una strategia perseguita da Washington da due decenni: respingere il Venezuela nella periferia estrattiva di un sistema energetico emisferico dominato dagli Stati Uniti. Il Paese sta infatti tornando alla posizione subordinata che occupava all’inizio del XX secolo: ricco di petrolio greggio, ma dipendente dal capitale e dalle raffinerie degli Stati Uniti per trasformare questo petrolio in valore.
A monte
Che dire allora delle ripetute affermazioni di Trump secondo cui le compagnie petrolifere statunitensi si precipiteranno nel settore in Venezuela, in particolare nella vasta cintura dell’Orinoco? All’indomani del rapimento di Maduro, Trump ha insistito sul fatto che «le nostre grandi compagnie petrolifere americane si insedieranno lì, spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture petrolifere gravemente danneggiate e inizieranno a far guadagnare soldi al Paese», suggerendo che le aziende statunitensi potrebbero rilanciare la produzione venezuelana in brevissimo tempo. Qualche giorno dopo, è andato ancora oltre, affermando che le aziende americane potrebbero ripristinare i giacimenti petroliferi venezuelani in meno di diciotto mesi, con il governo federale che rimborserebbe persino questi investimenti.
Queste dichiarazioni fanno certamente eco alle vanterie imperialiste di Trump sul «recupero del nostro petrolio», ma sono state accolte con un ostenato silenzio da parte dei dirigenti delle grandi compagnie petrolifere statunitensi. Questa riluttanza è in parte dovuta all’incertezza che regna su quale sarà la situazione politica in Venezuela nei prossimi sei mesi, per non parlare dei decenni necessari per rendere redditizi gli investimenti nei giacimenti petroliferi. Ma il problema più profondo risiede nell’entità dei capitali necessari per rilanciare la produzione di petrolio greggio venezuelano. Gli oleodotti e i serbatoi di stoccaggio sono corrosi; metà della flotta di petroliere del Paese è in cattive condizioni e la manodopera qualificata che un tempo sosteneva la PDVSA si è dispersa in tutto il mondo. La ricostruzione di questa infrastruttura di estrazione richiederebbe decine di miliardi di dollari. Secondo una stima recente (Financial Times, 5 gennaio 2026), occorrerebbero almeno 115 miliardi di dollari solo per raddoppiare la produzione e raggiungere i 2 milioni di barili al giorno entro l’inizio degli anni 2030. Si tratta di cifre colossali, pari a tre volte la spesa complessiva in investimenti di ExxonMobil e Chevron dello scorso anno, che consentirebbero comunque di raggiungere solo un livello di produzione inferiore alla metà di quello dei giacimenti petroliferi texani.
Per questi motivi, le grandi compagnie petrolifere statunitensi hanno mantenuto un atteggiamento piuttosto discreto riguardo alla prospettiva di un ritorno nel settore petrolifero venezuelano. [2] Per le grandi aziende come ExxonMobil e ConocoPhillips, tra le poche ad avere un bilancio sufficiente per sostenere tali investimenti, il Venezuela non è considerato una manna immediata, ma un’impresa ad alto rischio e costo elevato che offre pochi vantaggi. Tutto ciò va ricollocato nel contesto di un mercato petrolifero mondiale caratterizzato da prezzi bassi e un notevole eccesso di capacità produttive.
Tuttavia, al di là della questione del rilancio della produzione a monte in Venezuela, l’intervento degli Stati Uniti è estremamente importante per le compagnie petrolifere di questo paese per ragioni che non riguardano il Venezuela in quanto tale. Il motivo più immediato riguarda le straordinarie scoperte di petrolio e gas nella vicina Guyana [capitale Georgetown], dove oltre 10 miliardi di barili di greggio leggero a basso tenore di zolfo hanno trasformato un’economia un tempo periferica in una nuova frontiera ambita dalle aziende energetiche mondiali. Quasi tutta questa ricchezza di idrocarburi è concentrata nella regione dell’Essequibo, un territorio rivendicato da tempo dal Venezuela.
Nell’ultimo decennio, la Guyana è diventata un punto centrale della strategia upstream di ExxonMobil. La società prevede di produrre circa 1,7 milioni di barili di petrolio al giorno in questo Paese nei prossimi tre anni, con una produzione che dovrebbe rappresentare quasi un terzo del portafoglio mondiale di greggio della società entro il 2027. In questo contesto, il conflitto territoriale intorno all’Essequibo ha assunto un’importanza considerevole. Nel 2023, Maduro ha tentato di affermare la sovranità del Venezuela sulla regione attraverso un referendum nazionale. Caracas ha poi intensificato le attività militari lungo il confine e, nell’aprile 2024, ha ufficialmente dichiarato l’Essequibo uno Stato venezuelano, con l’annuncio all’inizio del 2025 di una prospettiva elettorale. Un governo venezuelano allineato con gli Stati Uniti elimina praticamente questa possibilità e garantisce le condizioni necessarie per un’accumulazione ininterrotta da parte delle aziende statunitensi nei fiorenti giacimenti offshore e onshore della Guyana.
Una seconda considerazione importante per le compagnie petrolifere statunitensi riguarda gli enormi crediti finanziari che detengono nei confronti del Venezuela a seguito delle nazionalizzazioni operate da Chávez nel 2007. Secondo recenti rapporti, i crediti della ConocoPhillips ammontano a 12 miliardi di dollari, mentre la ExxonMobil sostiene di essere creditrice di circa 20 miliardi di dollari. Il rovesciamento di Maduro e la «gestione» del governo venezuelano da parte degli Stati Uniti apriranno probabilmente la strada al pagamento di queste somme colossali, sia direttamente, sia attraverso il trasferimento di attività legate agli idrocarburi. In questo senso, il cambio di regime orchestrato dagli Stati Uniti garantisce entrate finanziarie al capitale petrolifero statunitense in una forma molto più rapida e affidabile rispetto a qualsiasi investimento a breve termine nelle infrastrutture petrolifere venezuelane in rovina.
«Il nostro emisfero»
L’ultimo fattore, e forse il più importante, alla base dell’intervento americano è l’obiettivo esplicito di rompere i profondi legami economici e politici tra Venezuela e Cina. Non si tratta principalmente dell’accesso della Cina al petrolio venezuelano; sebbene circa l’80% delle esportazioni petrolifere del Venezuela sia attualmente destinato alla Cina, ciò rappresenta solo circa il 4% delle importazioni totali di greggio della Cina. Ciò che conta non è il volume degli scambi petroliferi, ma la posizione simbolica del Venezuela nel quadro della più ampia espansione continentale della Cina e il ruolo che il petrolio svolge nel rafforzamento dell’influenza politica ed economica della Cina nel Paese.
Negli ultimi due decenni, il Venezuela è diventato uno dei maggiori partner di Pechino tra i Paesi del Sud. Secondo un recente studio, gli impegni di prestito cinesi al Venezuela hanno superato i 106 miliardi tra il 2000 e il 2023, classificandosi al quarto posto tra tutti i debitori. È importante notare che non si è trattato di prestiti allo sviluppo di tipo convenzionale, ma di finanziamenti garantiti dal petrolio. La stragrande maggioranza dei crediti cinesi era garantita dal petrolio greggio venezuelano, con PDVSA tenuta a rimborsare Pechino con consegne a lungo termine piuttosto che con trasferimenti in contanti. Infatti, le esportazioni di petrolio sono diventate il meccanismo attraverso il quale il capitale cinese è entrato in Venezuela, legando il Paese a un ciclo di rimborso del debito denominato in materie prime. A causa delle sanzioni statunitensi, questo petrolio greggio è stato venduto a prezzi preferenziali e la maggior parte non è stata destinata alle aziende pubbliche cinesi, ma ha invece alimentato le cosiddette raffinerie “teapot” concentrate nella provincia cinese dello Shandong. Queste raffinerie indipendenti e private operano ai margini dei mercati mondiali e hanno potuto assorbire il petrolio venezuelano proprio perché le sanzioni statunitensi avevano bloccato i canali commerciali più ufficiali. In questo modo, il sistema “petrolio in cambio di prestiti” è servito a legare l’influenza finanziaria di Pechino alla sopravvivenza dello Stato venezuelano.
Gli Stati Uniti stanno ora cercando di smantellare questi legami deviando il greggio venezuelano dagli acquirenti cinesi verso le raffinerie della costa del Golfo ottimizzate per le qualità di petrolio pesante e solforoso, riaffermando così il loro controllo sui flussi energetici dell’emisfero. Non si tratta principalmente di un riallineamento economico, ma di un tentativo di staccare il Venezuela dall’orbita strategica della Cina e di riaffermare la supremazia degli Stati Uniti in America Latina. Come ha dichiarato il Segretario di Stato Marco Rubio in una recente intervista, «siamo nell’emisfero occidentale… e non permetteremo che l’emisfero occidentale serva da base operativa per gli avversari e i rivali degli Stati Uniti». O, come ha affermato più crudamente la Casa Bianca il 4 gennaio, «questo è il nostro emisfero».
Il rapimento di Maduro è una dichiarazione di potere imperiale americano, volta a inviare un messaggio a un continente che sarà al centro delle future lotte per l’energia, le infrastrutture e l’estrazione di materie prime strategicamente importanti, come i minerali rari. Segna il ritorno della disponibilità di Washington a ricorrere alla forza diretta per garantire le condizioni di accumulazione in un emisfero in cui la Cina è diventata un partner economico dominante e dove nuove frontiere estrattive – dal petrolio offshore della Guyana al litio della Bolivia – stanno rapidamente ridisegnando il panorama geopolitico. In questo senso, gli obiettivi finali dell’invasione americana vanno ben oltre Caracas e il suo settore petrolifero in pieno collasso.
*articolo apparso sul sito della casa editrice Verso il 13 gennaio 2026. L’autore ha pubblicato presso la stessa casa editrice Crude Capitalism: Oil, Corporate Power, and the Making of the World Market (settembre 2025)
[1] Questa struttura verticalmente integrata ha permesso l’emergere delle “Sette Sorelle”, cinque società americane e due europee che sono state le precursori delle attuali ExxonMobil, Chevron, Shell e BP. Queste aziende hanno controllato sostanzialmente l’intero settore petrolifero mondiale per gran parte del XX secolo. L’integrazione verticale ha dato loro il potere di escludere i concorrenti dalle infrastrutture essenziali, di fissare i prezzi mondiali e di manovrare con flessibilità nei diversi segmenti del settore in base all’evoluzione delle condizioni di mercato. Si veda Hanieh, Crude Capitalism, per una storia più approfondita di queste aziende.
[2] Un’eccezione parziale è possibile nel caso di Chevron, che ha beneficiato di una deroga speciale da parte dell’amministrazione Trump per continuare a operare nel Paese nonostante le sanzioni.