Dumping a Mendrisio: tutt’altro che un’eccezione!
Sono bastate poche ore per smentire i rappresentanti padronali che, in una conferenza stampa, avevano affermato che tutto va bene, che il dumping non esiste, che i contratti e le condizioni di lavoro vengono rispettati e che, di conseguenza, non si dovrebbe sostenere l’iniziativa popolare «Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!», sulla quale voteremo il prossimo 8 marzo.
Quanto è successo a Mendrisio, nel quadro dell’attività di due studi di architettura, è – potremmo dire – un classico di quanto avviene in Ticino, solitamente nel silenzio totale, in diversi settori professionali.
Prima di tutto, è purtroppo consueto il caso di lavoratori e lavoratrici che risultano ufficialmente assunti con un contratto a tempo parziale (ad esempio al 50%), ma che in realtà lavorano a tempo pieno. In questo modo il salario effettivo non corrisponde a quello dichiarato e gli oneri sociali non vengono versati. Una situazione ideale per fare concorrenza sleale ad altre imprese che, invece, rispettano le regole e pagano correttamente i propri dipendenti.
Sono poi stati necessari tre anni perché la situazione venisse alla luce, grazie al coraggio della denuncia dei lavoratori e delle lavoratrici coinvolti. Una circostanza che raramente si verifica, poiché chi lavora ha pochi diritti sul posto di lavoro e sa bene che, denunciando tali abusi, rischia di ritrovarsi senza impiego.
È anche per questa ragione che l’iniziativa sulla quale voteremo propone l’introduzione di procedure e controlli che permettano, ogni anno, di verificare il rispetto delle condizioni di lavoro e dei diritti, consentendo alle autorità di intervenire d’ufficio.
Un altro elemento rilevante è che nel settore in questione esiste un contratto collettivo di lavoro e dunque una commissione paritetica che dovrebbe, in linea di principio, effettuare controlli regolari per prevenire simili situazioni. La vicenda dimostra tuttavia come i meccanismi di controllo attualmente in vigore siano insufficienti a individuare e contrastare il dumping e il mancato rispetto delle condizioni di lavoro. Senza dimenticare che, nella maggioranza dei settori professionali in Ticino, non esistono contratti collettivi di lavoro e quindi nemmeno commissioni paritetiche incaricate dei controlli.
Quanto accaduto a Mendrisio, purtroppo, non è un caso isolato: è isolato solo il fatto che sia emerso. A dimostrazione che sotto la superficie del “tutto va bene, non c’è dumping, i salari sono rispettati” si nasconde un vero e proprio Far West, un mercato del lavoro sempre più selvaggio che impoverisce chi lavora e vive in questo Cantone potendo contare solo sul proprio salario.
La realtà ci restituisce numerose storie di diritti negati: dal mancato rispetto dei salari minimi e dei salari usuali nel settore e nella professione, alla violazione della parità salariale tra donne e uomini a parità di lavoro; dai salari insufficienti per giovani qualificati, spesso costretti a riprendere la via dell’emigrazione, a quelli delle donne, che guadagnano in media circa 700 franchi in meno rispetto agli uomini per lo stesso lavoro; dagli stage forzatamente gratuiti al moltiplicarsi di stage illegali, nel settore privato come in quello pubblico; fino a casi come quello di Mendrisio, in cui si dichiara un impiego a tempo parziale mentre, nei fatti, si lavora a tempo pieno.
Tutto questo deve finire. Per questo, il prossimo 8 marzo, dobbiamo votare SÌ all’iniziativa «Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale”.
*articolo apparso sul quotidiano La Regione il 10 febbraio 2026