Il rinnovo del ROC ospedaliero, un’occasione persa

Un’infermiera qualificata che avesse cominciato a lavorare presso l’Ente Ospedaliero Cantonale (EOC) all’inizio del 2017 (cioè otto anni fa) avrebbe avuto diritto a un salario minimo, fissato nel contratto collettivo di lavoro – il Regolamento Organico Cantonale (ROC) – di 64’376 franchi all’anno (4’952 franchi al mese). La stessa infermiera che iniziasse a lavorare oggi presso l’EOC riceverebbe un salario annuo di 66’651 franchi (5’127 franchi al mese).

Si tratta di un aumento di 175 franchi al mese, pari a poco più del 3% del salario del 2017. Scarti analoghi si riscontrano analizzando tutte le altre figure professionali che lavorano negli ospedali pubblici cantonali, sia nel settore delle cure sia in quello amministrativo.

Un aumento del salario lordo che, in realtà, corrisponde a un impoverimento dei salari ospedalieri, soprattutto se si fa riferimento al salario reale, ossia al potere d’acquisto. Nello stesso periodo preso in esame (2017–2026), l’indice dei prezzi al consumo in Svizzera è aumentato di circa l’8%. Ne risulta quindi una perdita di potere d’acquisto di circa il 5%, che è in realtà ancora maggiore se si tiene conto del fatto che l’indice nazionale dei prezzi al consumo non considera l’incremento dei premi della cassa malati, una voce di spesa che ha colpito in modo particolarmente pesante i salari e il loro potere d’acquisto negli ultimi anni.

Non rischiamo di essere smentiti affermando che le lavoratrici e i lavoratori del settore ospedaliero abbiano subito negli ultimi anni una degradazione dei loro salari, in particolare del loro potere d’acquisto, in un contesto in cui impegno e ritmi di lavoro, pressioni e stress, intensità e difficoltà sono aumentati in modo significativo.

Eppure…

Eppure, da molti anni – e in modo particolare dopo l’esperienza del COVID – sentiamo ripetere la necessità di migliorare le condizioni lavorative e salariali di coloro che operano nel settore infermieristico. Addirittura, il loro ruolo nel corso della pandemia è stato caratterizzato come “eroico”: come si sa, i complimenti e gli elogi non costano finanziariamente nulla.

Un riconoscimento della necessità di potenziare e sostenere il ruolo del personale infermieristico è però giunto a livello politico nazionale. Come si ricorderà, il 28 novembre 2021 il 61% dei votanti ha approvato l’iniziativa popolare denominata “Per cure infermieristiche forti”, che chiedeva una modifica della Costituzione impegnando Confederazione e Cantoni a promuovere e garantire cure infermieristiche sufficienti e di qualità, nonché un numero adeguato di infermieri formati. Dopo il voto, il Parlamento federale ha deciso di attuare il contenuto dell’iniziativa in due fasi.

La prima fase si è concentrata su una serie di misure relative alla formazione, tese ad aumentare il numero di infermieri diplomati: nuove basi legali e un aumento dei fondi per incentivare la formazione. Per il momento non sembrano esserci risultati significativi, anche perché i primi fondi sono stati stanziati solo nel 2025; questa “offensiva” si inserisce inoltre in un contesto di politiche di austerità e di tagli alla spesa pubblica da parte di numerosi Cantoni.

La seconda tappa è ancora in fase di definizione. Essa verte sulle condizioni di lavoro degli infermieri e su misure tese a rendere la professione più attrattiva.

Il Consiglio federale ha presentato alcune proposte al Parlamento, in particolare una nuova legge federale sulle condizioni di lavoro nel settore infermieristico e alcune modifiche alla Legge federale sulle professioni sanitarie, volte a rafforzare ruoli professionali e competenze.

Se la prima tappa ha trovato un accordo più o meno generale, la seconda è bloccata e suscita numerose opposizioni.

Le proposte del Consiglio federale, vale la pena ricordarlo, sono assai minimaliste: per quanto riguarda salari e condizioni di lavoro, esse rinviano sostanzialmente alle cosiddette parti sociali, auspicando negoziati a livello cantonale per la conclusione di contratti collettivi di lavoro (CCL). Le misure concrete si limitano in particolare a ridurre l’orario massimo settimanale da 50 a 45 ore, a fissare l’orario normale di lavoro tra 40 e 42 ore, a compensare le ore supplementari – qualora non possano essere recuperate in tempo libero – con un supplemento del 25% e, infine, a compensare il lavoro domenicale e notturno con un supplemento del 50%.

In realtà, basterebbe prendere l’esempio del Ticino – ma il discorso vale anche per altri Cantoni – per rendersi conto che tali disposizioni sono già in vigore da tempo. Un CCL (il ROC) esiste infatti da anni; lo stesso vale per l’orario di lavoro, da tempo fissato in media a 40 ore settimanali. Per quanto riguarda i supplementi legati agli orari di lavoro, va inoltre ricordato che essi sono in parte già previsti dal Codice delle obbligazioni; l’unica vera novità sarebbe il supplemento per il lavoro domenicale e notturno.

Si tratta di una proposta che ha già – giustamente – ricevuto critiche da parte sindacale: la VPOD/SSP nazionale ha giudicato complessivamente del tutto insufficiente il progetto del Consiglio federale e ha richiesto modifiche sostanziali.

Ma nemmeno la destra politica è disposta ad accogliere queste proposte, sebbene esse rappresentino, come detto, poco più che aggiustamenti cosmetici. All’inizio di gennaio, la Commissione della sicurezza sociale e della sanità del Consiglio nazionale (CSSS-N) ha infatti proposto di “rivedere in maniera sostanziale la seconda fase di attuazione dell’iniziativa sulle cure infermieristiche”. In particolare, la Commissione – lavorando sul messaggio del Consiglio federale – intende mantenere la durata massima del lavoro a 50 ore (e non a 45, come proposto), stralciare le disposizioni sulla compensazione del lavoro straordinario, fissare la durata normale della settimana lavorativa a 42 ore senza possibilità di riduzione a 40 e, infine, compensare il lavoro domenicale e festivo, oltre al riposo compensativo, solo con un supplemento del 25% invece del 50% previsto. Va inoltre segnalato che la Commissione ha adottato queste proposte con una netta maggioranza: su tutte, il voto è stato di 16 a 9.

Tutto ciò induce a ritenere che, se non si riuscirà a costruire una mobilitazione seria ed efficace a livello nazionale capace di modificare i rapporti di forza, le prospettive di miglioramento delle condizioni di lavoro – in particolare per quanto riguarda orario e salario – attese dalla seconda fase di attuazione dell’iniziativa siano praticamente nulle.

Un rinnovo inadeguato, un’occasione persa

Proprio per queste ragioni, il rinnovo del ROC, in scadenza alla fine del 2025, assumeva una grande importanza. Il Ticino, come detto, è uno dei Cantoni nei quali le “novità” previste dalla seconda fase di attuazione dell’iniziativa “Per cure infermieristiche forti” non apporteranno, anche nella migliore delle ipotesi, progressi significativi per il personale infermieristico, e nemmeno per il resto del personale che lavora negli ospedali. Va inoltre sottolineata un’ulteriore manchevolezza del progetto del Consiglio federale: le modifiche proposte si applicherebbero solo al cosiddetto “personale ausiliario”, senza che tali figure vengano definite con precisione.

Per questo motivo, il rinnovo del ROC avrebbe dovuto essere impostato in modo diverso, mettendo al centro la necessità di una rivalutazione dei salari e delle condizioni di lavoro, in particolare attraverso una riduzione dell’orario di lavoro.

A rendere urgenti queste rivendicazioni concorrono, da un lato, la diminuzione dei salari reali di chi lavora all’EOC: il richiamo fatto all’inizio di questo articolo appare più che eloquente nel mostrare la necessità di una cospicua rivalutazione dei salari del personale ospedaliero; dall’altro, condizioni di lavoro sempre più difficili e stressanti che spingono il personale ad abbandonare la professione o a cercare soluzioni individuali, come la riduzione dell’orario di lavoro con conseguente diminuzione del salario. Non è un caso che la maggioranza del personale che lavora all’EOC sia impiegata a tempo parziale.

Il rinnovo del ROC è invece avvenuto in modo piuttosto discreto, senza una reale spinta alla mobilitazione e alla consultazione delle lavoratrici e dei lavoratori, in particolare nella fase di impostazione del rinnovo. Il pacchetto rivendicativo, per quanto è dato sapere, è stato infatti sostanzialmente definito consultando unicamente i membri delle commissioni del personale. Come spesso avvenuto negli ultimi anni, l’impressione è che si sia voluto limitarsi a mantenere quanto acquisito, evitando rivendicazioni capaci di aprire una vera fase contrattuale: il più puro stile di sindacalismo concertativo.

Il risultato non è stato brillante. Le dichiarazioni sindacali di bilancio delle trattative si limitano a sottolineare i progressi ottenuti in materia di indennità per il lavoro notturno, festivo e notturno festivo. In questi casi, le indennità passano rispettivamente da 2.50 a 4 franchi l’ora, da 5 a 6 franchi l’ora e da 2.50 a 6 franchi l’ora. Per il resto, si tratta di modifiche di dettaglio, quando non di semplici conferme dell’esistente.

Anche questi miglioramenti vanno tuttavia relativizzati alla luce di almeno tre elementi.

Il primo è che il supplemento per il lavoro notturno festivo è, come detto, l’unico che trova un riscontro anche a livello federale: si tratterebbe quindi di una sorta di anticipazione.

Il secondo è che l’entità complessiva di questi aumenti è limitata e non tale da rappresentare un reale rafforzamento dei salari. Vale infatti la pena ricordare che un lavoratore può svolgere al massimo sette turni notturni al mese; anche sommando questi supplementi a quelli per altri turni (come quelli festivi, anch’essi comunque limitati), il possibile miglioramento salariale mensile non supera alcune decine di franchi.

Il terzo elemento, forse il più problematico, è che limitare gli aumenti al solo lavoro notturno e festivo invia un segnale negativo: solo ricorrendo sistematicamente a forme di lavoro particolarmente gravose per la salute delle lavoratrici e dei lavoratori sarebbe possibile ottenere un incremento salariale. Una prospettiva tutt’altro che edificante.