Le fandonie dei datori di lavoro sul finanziamento dell’AVS
«Il lavoro non deve essere tassato ulteriormente»: l’Unione padronale svizzera (UPS), la cui missione è, come tutti sanno, difendere «il lavoro», rilancia la sua campagna contro il finanziamento dell’AVS (assicurazione vecchiaia e superstiti) tramite i contributi salariali, assimilati a un’imposta [1].
Secondo l’UPS, gli aumenti necessari per finanziare «tutti i progetti di estensione discussi» rappresenterebbero «100’000 franchi sull’intera vita lavorativa» delle persone con un reddito mediano, il che «grava pesantemente sulle famiglie attive». Far riferimento a cifre «imponenti» è sempre un ottimio spauracchio. Inoltre, «un aumento dei contributi salariali frena la crescita e l’attrattiva» della piazza economica elvetica. Conclusione: «Da un punto di vista intergenerazionale, l’IVA è chiaramente lo strumento più equo» per finanziare le nuove spese dell’AVS.
Ma, in ogni caso, l’UPS «raccomanda […] una maggiore disciplina in materia di spesa e riforme strutturali, ad esempio per frenare l’indebitamento dell’AVS». Il termine «riforma» deve essere chiaramente inteso in questo modo: un innalzamento dell’età pensionabile, ovvero un obiettivo centrale dei datori di lavoro che sarebbe rafforzato dalla costruzione socio-politica di un presunto «deficit dell’AVS».
Uno «studio» al di sopra di ogni sospetto
Naturalmente, l’UPS non giustifica questa posizione – che, in realtà, ribadisce da tempo – attriubendola alla alla difesa degli interessi dei datori di lavoro. Tuttavia, l’associazione non ha esitato, rinnegando ogni meschinità, a commissionare «un nuovo studio della BSS Volkswirtschaftliche Beratung, in collaborazione con il professor Marius Brülhardt”. Marius Brülhardt, professore alla facoltà HEC dell’Università di Losanna, è stato presidente dal 2009 al 2021 della Commissione dei programmi di Avenir Suisse, una sorta di cugina dell’UPS, incaricata dai datori di lavoro e dalla classe dominante elvetica di promuovere l’argomentazione neoliberista in Svizzera. Il «nuovo studio» è quindi al di sopra di ogni sospetto.
Il momento in cui l’UPS ha scelto per pubblicare lo studio non è certamente casuale. La 13a rendita AVS, approvata con voto popolare nel 2024 con grande disappunto della destra e dell’UPS, sarà versata il prossimo dicembre. La destra parlamentare ne blocca per ora il finanziamento e non vuole un aumento dei contributi salariali per finanziarla. Questa primavera, il Dipartimento federale dell’interno (DFI) pubblicherà inoltre il suo progetto di legge per una riforma dell’AVS entro il 2030. La destra e i datori di lavoro sono furiosi perché le proposte circolate finora non prevedono un aumento formale dell’età pensionabile.
Infine, la (parziale) abolizione del tetto massimo delle rendite per coniugi (attualmente, la loro somma non può superare di una volte e mezza la rendita individuale massima) è in discussione in Parlamento, sotto la pressione di un’iniziativa del Centro. L’UPS vuole quindi tirare il freno a mano.
I motivi dell’ostilità padronale nei confronti dei contributi salariali
Per raggiungere questo obiettivo, l’UPS ricorre a un primo trucco: assimila i contributi salariali che finanziano l’AVS a un’imposta. Basandosi sull’immagine negativa (ampiamente immeritata, ma questo è un altro discorso) dell’imposta, si tratta di imporre l’idea che i contributi salariali siano «prelevati» a spese dei lavoratori dipendenti. Ciò consente poi di contrapporli ai pensionati, che ne «beneficiano».
Questa presentazione è naturalmente falsa. In un sistema pensionistico finanziato con il metodo della ripartizione, come l’AVS, i contributi odierni finanziano direttamente le rendite degli attuali pensionati, che hanno versato i contributi ieri quando erano più giovani. Allo stesso tempo, questi contributi costituiscono il diritto degli attuali lavoratori dipendenti a ricevere, domani, le rendite finanziate dai contributi delle persone che saranno allora attive (in gran parte i loro figli o nipoti). E così via.
I contributi salariali sono quindi la parte dei salari riservata al finanziamento comune, in forma socializzata, dei redditi che i lavoratori dipendenti percepiscono dall’AVS quando raggiungono l’età pensionabile. Non vengono «prelevati» dai lavoratori dipendenti: tornano loro sotto un’altra forma e in un altro momento (è quindi logico che i pensionati non «contribuiscano» al finanziamento della loro pensione: lo hanno già fatto durante la loro vita lavorativa).
Nella ripartizione globale tra lavoro e capitale della ricchezza prodotta dal lavoro, i contributi salariali fanno quindi parte di ciò che spetta ai lavoratori dipendenti. Un aumento dei contributi salariali corrisponde a un aumento di stipendio. Anche se, a seconda del rapporto di forza, il datore di lavoro cercherà di limitarlo e di prelevare la maggior parte possibile di tale aumento dalla massa salariale esistente. Questo è il motivo fondamentale per cui i datori di lavoro sono visceralmente contrari agli aumenti dei contributi salariali [2].
Il secondo motivo è che il finanziamento dell’AVS è combinato con un meccanismo di ridistribuzione molto efficace. Da un lato, il contributo, pari all’8,7% del salario lordo (4,35% a carico del datore di lavoro e 4,35% detratto dal salario lordo), è versato sull’intero importo dei salari percepiti, fino all’ultimo franco dei salari più elevati. Ciò corrisponde, ad esempio, a 5’220 franchi all’anno per uno stipendio annuo di 60’000 franchi e a 52’200 franchi per uno stipendio annuo di 600’000 franchi. I redditi molto elevati moltiplicano inoltre gli espedienti per sottrarsi a questo obbligo, ad esempio assicurandosi una quota crescente dei propri redditi non più sotto forma di salario, ma di dividendi o pacchetti azionari, non soggetti ai contributi salariali. Dall’altro lato, le rendite garantite dall’AVS sono definite in modo tale da limitare fortemente le differenze tra loro. Per le persone con una durata contributiva completa, la rendita massima è il doppio della rendita minima (2’520 franchi contro 1’260 franchi). Siamo molto lontani dagli enormi divari di reddito che affliggono il 2° pilastro (LPP), dove ognuno contribuisce «per sé», il che va benissimo all’UPS e soci. Anche se il livello delle rendite AVS è chiaramente troppo basso, questo meccanismo di ridistribuzione è alla base del forte sostegno popolare all’AVS, che da decenni ostacola i progetti di smantellamento avanzati dagli ambienti padronali.
L’UPS smentita dal “suo” studio
Per distruggere questo sostegno popolare all’AVS, il padronato e la destra lavorano da anni cercando di aizzare i giovani attivi contro i pensionati. Anche quest’anno l’UPS ripropone il suo ritornello: «I dati mostrano che sono i giovani nuclei familiari sotto i 35 anni quelli su cui i contributi salariali pesano di più. Si tratta spesso di giovani famiglie per le quali il costo della vita e le spese di custodia dei figli sono già elevati». Si potrebbe quasi credere a un’UPS trasfigurata in sindacato… ma certo non fino al punto di sostenere un aumento generale dei salari (che sarebbe tuttavia la misura più logica per aiutare queste “giovani famiglie” ad affrontare il “costo della vita”).
Che cosa dicono in realtà questi “dati”? Lo studio commissionato dall’UPS a BSS [3] confronta il peso rappresentato nel bilancio delle famiglie da un punto percentuale supplementare di contributi salariali con quello di un aumento dell’IVA che generi risorse equivalenti (+1,34%) [4].
Contrariamente a quanto sostiene l’UPS, dallo studio di BSS emerge che i contributi salariali non “pesano” in modo significativamente maggiore dell’IVA sulle classi di età più giovani. Un aumento dell’1% dei contributi salariali rappresenterebbe infatti per i minori di 35 anni un contributo di 56 franchi al mese, contro 52 franchi con l’IVA. È nella fascia 45-54 anni che si osserva la differenza maggiore tra le persone attive: 73 franchi al mese con i contributi salariali contro 67 franchi con l’IVA. Sei franchi al mese, cioè quasi nulla. Al contrario, l’IVA grava fortemente sul bilancio delle persone pensionate (che per definizione non versano contributi salariali): 51 franchi al mese per i 65-74enni, 32 franchi al mese per le persone di 75 anni e più.
E che cosa succede se si considera il livello di reddito? Per i tre quintili [un quintile corrisponde al 20%] con i redditi più bassi, cioè per il 60% delle famiglie, i contributi salariali rappresentano un importo inferiore a quello prelevato tramite l’IVA: 0 franchi contro 27 franchi per il primo quintile, 23 franchi contro 42 franchi per il secondo quintile e 47 franchi contro 55 franchi per il terzo quintile. Per il quarto quintile, lo scarto, molto limitato, è in senso opposto: 75 franchi per i contributi salariali contro 70 franchi per l’IVA. Solo per i redditi più elevati del quinto quintile – vale a dire il 20% delle famiglie con i redditi più alti – l’IVA risulta più vantaggiosa: 95 franchi al mese contro 112 franchi di contributi salariali.
Questi risultati confermano che l’IVA è una tassa socialmente regressiva: tassando le spese di consumo, pesa relativamente di più sui redditi bassi che su quelli alti, una parte importante dei quali viene risparmiata. Mostrano anche che è una menzogna far credere che il bilancio delle giovani generazioni sarebbe massicciamente più colpito dai contributi salariali rispetto all’IVA. Una doppia smentita per l’UPS.
Un ricatto senza fondamento
L’altro grande argomento dell’UPS è che «un aumento dei contributi salariali frena la crescita e l’attrattività» della piazza economica elvetica. È il classico ricatto occupazionale del padronato contro ogni misura sociale. È privo di fondamento.
In primo luogo, lo studio di BSS pubblica un grafico che ricorda come il tasso complessivo dei contributi salariali (per l’AVS, ma anche per l’AI – assicurazione invalidità –, l’assicurazione contro la disoccupazione e l’assicurazione perdita di guadagno) sia attualmente inferiore al massimo raggiunto alla fine degli anni Novanta e all’inizio degli anni Duemila, fatto spiegabile con la riduzione dei contributi per l’assicurazione contro la disoccupazione. Non è dunque il margine che manca.
In secondo luogo, l’“attrattività” della piazza economica svizzera gode di ottima salute. Secondo i dati dell’OCSE, i costi salariali unitari – misura pertinente per valutare la competitività di costo di un’economia – sono aumentati tra il 2015 e il 2025 del 5% in Svizzera, contro il 40% in Germania, il 21% in Francia, il 20% in Italia e il 28% negli Stati Uniti. Tra i fattori che contribuiscono a questa competitività molto elevata dell’economia elvetica vi sono in particolare un’intensità e una durata del lavoro da primato. Secondo Eurostat, nel 2024 il tempo di lavoro settimanale dei lavoratori a tempo pieno era in media di 43 ore in Svizzera, contro 38,7 ore nell’insieme della zona euro e 38,8 ore in Germania. Nessun paese dell’Unione europea ha una durata del tempo di lavoro così elevata come la Svizzera. Tra il 2015 e il 2024, questa durata settimanale del lavoro è diminuita di 1,6 ore nella zona euro, di 2,4 ore in Germania, ma solo di 0,6 ore in Svizzera.
Senza nemmeno parlare del fatto che, da tempo, i settori economici svizzeri orientati all’esportazione si sono specializzati in ambiti in cui il prezzo non è il criterio determinante: la “competitività di qualità” occupa un posto di rilievo nella struttura competitiva della formazione capitalistica svizzera. Così, «Gli azionisti hanno di che rallegrarsi: le imprese svizzere dovrebbero distribuire 64 miliardi di franchi di dividendi»: titolava il quotidiano Le Temps il 27 gennaio scorso. Una valutazione della situazione del padronato elvetico molto favorevole e più realistica di quella alimentata dalla propaganda dell’UPS.
Mentre si avvicinano scadenze decisive per il futuro dell’AVS, le ragioni per difendere il suo modello di finanziamento, basato sui contributi salariali, restano dunque intatte e devono essere difese attivamente attraverso la spiegazione e, se necessario, la mobilitazione delle forze sindacali e di tutte e tutti coloro che si richiamano ai valori fondamentali della sinistra.
[1] UPS, comunicato stampa del 19 gennaio 2026.
[2] Per un approccio complessivo alla questione dei contributi salariali, tenendo conto delle specificità francesi, si può leggere il seguente contributo di Jean-Marie Harribey: https://harribey.u-bordeaux.fr/travaux/sante/quelle-cotisation-sociale.pdf (Red.)
[3] BSS, Aumento dei contributi salariali: conseguenze per le famiglie, il mercato del lavoro e la piazza economica svizzera. Rapporto finale 13.01.2026.
[4] L’ufficio BSS parte dall’ipotesi che i datori di lavoro riescano a far finanziare ai salariati tre quarti dei contributi salariali, mentre la ripartizione legale dovrebbe essere del 50/50. Ciò corrisponde all’ipotesi di una debolezza dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali nel difendere il potere d’acquisto. Per l’IVA, BSS parte dall’ipotesi che l’88% del suo aumento venga trasferito al consumatore sotto forma di aumenti dei prezzi.
*articolo apparso sul sito alencontre.org il 1° febbraio 2026