Donald Trump e Minneapolis: le parole del fascismo e quelle dell’emancipazione
Il cammino verso la barbarie fascista è innanzitutto tracciato dalle parole che banalizzano la violenza estrema e l’odio, razzista e maschilista. Tuttavia, ed è il fatto più importante, Minneapolis indica il duro cammino da seguire per reinventare la speranza di emancipazione.
«Per 47 anni hanno ucciso persone in tutto il mondo e io, il 47° Presidente degli USA, LI UCCIDO, è un grande onore farlo».
«Abbiamo distrutto tutto sull’isola di Kharg (terminale petrolifero iraniano), ma potremmo continuare, solo per divertimento» (JUST FOR THE FUN).
«POSSO PRENDERLA (Cuba), POSSO FARE TUTTO».
(citazioni recenti di Donald Trump)
Il cammino verso la barbarie fascista è innanzitutto tracciato dalle parole che banalizzano la violenza estrema e l’odio, razzista e maschilista. Questo è ciò che illustra il percorso di Trump, dalle parole ai fatti. Due esempi.
La carriera politica di Trump iniziò nel 1989. Acquistò una pagina intera di pubblicità su un giornale di New York per chiedere l’esecuzione di cinque giovani neri accusati dello stupro e dell’omicidio di una jogger a Central Park. Il vero colpevole – bianco – si autodenunciò anni dopo. I giovani, condannati ingiustamente, trascorsero anni in carcere. Trump non espresse mai alcun rimorso.
Nessun rimorso nemmeno per la sua celebre apologia dello stupro: «le prendo per la vagina, quando sei una star puoi fare tutto». Si noti l’analogia con la frase su Cuba («posso prenderla, posso fare tutto»): è esattamente lo stesso schema. Il legame tra legittimazione della violenza maschile e legittimazione della violenza imperialista appare in piena luce. Trump vuole poter piazzare i suoi hotel sulle belle spiagge di Cuba, così come vuole poter mettere le sue sporche mani sulle donne (o appropriarsi del petrolio del Venezuela). Impunemente e con la forza.
Nessun rimorso nemmeno per le 165 studentesse di una scuola femminile in Iran, polverizzate da un missile Tomahawk. Trump inizialmente ha sostenuto che il missile fosse stato lanciato dall’esercito dei mullah. La menzogna è stata smascherata: si trattava di un errore statunitense dovuto all’intelligenza artificiale che seleziona automaticamente i bersagli… «In guerra ci sono morti», no? Nemmeno i 7 soldati statunitensi che hanno perso la vita nella guerra criminale contro l’Iran hanno suscitato la minima reazione empatica in Trump. È un sociopatico. Durante la cerimonia di accoglienza delle bare, la sua principale preoccupazione era impedire al vento di rivelare lo stato reale del suo cranio ottuagenario. Da qui il famoso cappellino…
La citazione «le prendo per la vagina» risale al 2005. È riemersa due mesi prima delle elezioni del 2016. Il fatto che non abbia impedito a Trump di accedere alla presidenza è tragicamente rivelatore. Testimonia l’ampiezza della banalizzazione sociale della violenza. Questa violenza è certamente intrinseca allo sfruttamento capitalista e si basa sempre, in ultima istanza, sulla violenza patriarcale contro le donne. Allo stesso tempo, questi fenomeni morbosi sono stati amplificati in modo spettacolare da decenni di violenza delle politiche neoliberali (applicate da entrambi i partiti dominanti negli USA… e dalla socialdemocrazia in Europa), nonché dall’assenza di un’alternativa credibile alla lotta individualista di tutti contro tutti. È in questo letamaio di ingiustizie crudeli, abusi sistematici e disperazione che il fascismo affonda le sue radici. Le affonda innanzitutto nelle parole. Anche l’antifascismo deve riflettere sulle parole.
Un commentatore statunitense, su DailyBeast, ha paragonato il negazionismo di Trump riguardo all’uccisione delle 165 bambine iraniane al negazionismo della sua amministrazione sugli omicidi di Renée Good e Alex Pretti, uccisi dagli scagnozzi dell’ICE a Minneapolis, riassumendo il tutto in una parola: «fascismo». È esattamente questo. Le parole del fascismo, le menzogne del fascismo nelle lotte interne preparano i crimini del fascismo all’esterno, e devono essere combattute come tali. L’antifascismo può commettere errori, ma considerare l’antifascismo come fascismo – la piccola canzone perversa di moda! – è di per sé una banalizzazione immonda che prepara il fascismo.
Detto questo, bisogna vedere che la vicenda di Minneapolis è anche portatrice di speranza. Trump è un fascista, sì. Invidia il regime neofascista del suo amico mafioso Putin (e le dittature in generale). Ma IL fascismo non ha trionfato negli USA. Il progetto neofascista di Trump oggi è anzi piuttosto in difficoltà. Ha subito a Minneapolis una sconfitta notevole. La sua ministra Kristi Noem, simbolo al tempo stesso della crudeltà, dell’arroganza e dell’avidità trumpiana, è stata sacrificata. Aveva esagerato. Questo è il problema del progetto fascista: fare troppo, troppo in fretta, può provocare un contraccolpo.
La guerra criminale contro l’Iran è una fuga in avanti per sfuggire a Minneapolis, al caso Epstein, alla decisione giudiziaria sui dazi e ad altri problemi. Il fallimento politico enorme di questa avventura militare potrebbe amplificare la sconfitta subita dal trumpismo a Minneapolis (sconfitta alla quale Trump – attenzione alle illusioni elettorali sulle elezioni di metà mandato – potrebbe reagire con un tentativo di colpo di Stato!). Si vedrà.
Nel frattempo, il fatto più importante è che Minneapolis indica il duro cammino da seguire per reinventare la speranza di emancipazione. Certo, i partiti di sinistra hanno la responsabilità di unirsi attorno a un programma di rottura. Ma questa unità non cadrà dal cielo. Fondamentalmente, la speranza risiede nella lotta solidale dal basso, organizzata democraticamente per la difesa dei nostri vicini umani, dei nostri fratelli e sorelle sfruttati e oppressi. Nel rifiuto delle stigmatizzazioni e delle campagne d’odio che colpiscono in particolare migranti, persone razzializzate, persone transgender e donne. Nella denuncia di tutte le guerre di aggressione, di tutte le occupazioni, di tutte le crudeltà. Commesse da tutti i regimi.
In questa lotta, in questo rifiuto, in questa denuncia, le PAROLE sono importanti. Solidarietà, Giustizia, Etica, Generosità, Condivisione, Rispetto (degli esseri umani e della natura di cui fanno parte) sono parole portatrici di valori, e questi valori hanno più che mai il potenziale di sollevare il mondo.
Questo è il senso profondo della celebre frase di Guevara: «la solidarietà è la TENEREZZA dei popoli». Questo senso profondo è troppo spesso ignorato da una sinistra che continua a ripetere che «la religione è l’oppio dei popoli»… Questa sinistra dimentica che Marx scrive subito dopo: «essa è il sospiro dei popoli oppressi». Essere rivoluzionari non significa denunciare i martiri perché sospirano, ma incitarli all’azione comune per l’emancipazione collettiva attraverso la realizzazione concreta sulla Terra dei valori a cui aspirano. La tenerezza non ha detto la sua ultima parola: resta un’idea nuova. Non è «mezzanotte nel secolo». Il futuro resta aperto.