Francia. Lotta antifascista e divisioni politiche a sinistra

Dal 12 febbraio, dopo uno scontro a Lione tra un gruppo di antifascisti e un gruppo di fascisti che ha causato la morte di uno di questi ultimi, il Paese ha compiuto una svolta sordida in una campagna di demonizzazione e criminalizzazione di La France insoumise (LFI), accusata direttamente di essere politicamente responsabile della morte di questo militante. Questa campagna è molto strutturata, condotta su più livelli dal Rassemblement national (RN), dalla destra e dal «blocco centrale» di Macron, con il sostegno dei media reazionari e conservatori, nelle mani di grandi gruppi capitalisti e miliardari come Bolloré, Arnaud, Saade, Kretínský, Mohn, Bouygues, Dassault, Pinault, Niel o Drahi.

Questa nuova campagna di delegittimazione e demonizzazione di LFI a livello politico assume grande importanza perché ci avviciniamo alle elezioni presidenziali e legislative del 2027 e quindi alla fine di un ciclo elettorale iniziato nel 2017 con l’elezione di Macron e dei suoi governi costruiti attorno alle sue alleanze politiche caotiche all’Assemblea nazionale. I Républicains (LR) stanno quindi moltiplicando i ponti verso il Rassemblement national, presunto favorito delle prossime elezioni. Il “blocco centrale” di Macron, già in avanzato stato di decomposizione, non sopravviverà al 2027, poiché nessun candidato presidenziale proveniente da questo schieramento rivendicherà né la sua eredità né il suo bilancio, come hanno fatto Gabriel Attal ed Edouard Philippe. L’unico punto in comune tra RN, LR e Macronisti è che bisogna fare di tutto per evitare che un’unione politica di sinistra attorno a un programma anti-austerità arrivi in una posizione di forza, come è successo nel 2022 e nel 2024 con La France insoumise e il Nouveau Front Populaiere (NFP). Le classi dominanti sono disposte a prendere in considerazione coalizioni che includano l’estrema destra, in ruolo di guida o di alleato, ma temono un’alleanza popolare che vada contro le politiche ultraliberiste, politiche che l’estrema destra sostiene in Francia come nel resto d’Europa.

La morte di questo militante fascista è stata quindi il punto di partenza di un’ondata di odio contro La France insoumise e la Jeune Garde, un’organizzazione nazionale antifascista i cui militanti sono accusati di aver organizzato la risposta al commando di estrema destra quel giorno a Lione. Raphaël Arnault, eletto deputato LFI nel 2024, è uno dei fondatori della Jeune Garde e il suo assistente parlamentare è tra gli indagati in questo caso. La Jeune Garde antifascista è stata creata nel 2018 a Lione e da allora si è sviluppata in diverse città francesi di fronte al moltiplicarsi delle aggressioni anti-immigrati e anti-LGBT da parte di gruppi di estrema destra, in particolare a Lione, e degli attacchi contro il movimento operaio e associativo, i locali e durante le riunioni e le manifestazioni. Il sito Rue89 ha registrato a Lione 102 attacchi, aggressioni e atti di odio dal 2010. La Jeune Garde, agendo in collaborazione con i partiti di sinistra, EELV, LFI, NPA, PCF tra gli altri, i sindacati CGT, Solidaires, FSU e il movimento sociale, è riuscita a Lione a combattere la recrudescenza delle aggressioni di estrema destra e ad ottenere la chiusura di alcune loro sedi, così come lo scioglimento di diversi gruppuscoli fascisti. Da allora, ha svolto un ruolo molto dinamico nell’organizzazione dell’azione di protezione antifascista. Nell’ottobre 2021, ad esempio, ha manifestato a Lione contro le violenze di estrema destra insieme al Planning familial, Alternatiba, CGT, Solidaires, UNEF, EELV, LFI, NPA e PCF.

A seguito della richiesta del RN e dei neofascisti di Nemesis, gruppo di cui affermava di sostenere l’azione («bravi per la vostra lotta, sapete che vi sono molto vicino», aveva dichiarato) Bruno Retailleau, presidente dei Républicains, nel giugno 2025, quando era ministro dell’Interno, fece approvare dal governo un decreto di scioglimento della Jeune Garde (insieme all’associazione Urgence Palestine). La Jeune Garde ha presentato ricorso al Consiglio di Stato contro questo scioglimento e c’è stata una forte reazione da parte delle organizzazioni sindacali della CGT e di Solidaires, del movimento sociale, dell’EELV, del PCF, del NPA, in particolare. La Ligue des Droits de l’Homme e il GISTI (Groupe d’information et de soutien des immigrés) sono intervenuti a sostegno davanti al Consiglio di Stato. La Jeune Garde, presentata come «la guardia pretoriana di Jean Luc Mélenchon» o «il braccio armato di LFI», è semplicemente un’organizzazione antifascista che lavora con tutto il movimento operaio e contribuisce a costruire l’autodifesa delle organizzazioni e dei militanti.

Oggi viene criminalizzata fino a renderla quasi un’organizzazione terroristica, su istigazione di Nemesis e dell’estrema destra, seguiti ampiamente dal governo e da numerosi media. L’obiettivo è di utilizzare tutto questo come leva per isolare LFI, invitata a rompere i suoi legami con la Jeune Garde, e spingere Raphaël Arnaud a rinunciare al suo mandato.

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Per diversi giorni, sui principali media, la narrativa dell’estrema destra è stata ripresa e diffusa in continuazione: un giovane pacifico, «il giovane Quentin», cattolico tradizionalista senza precedenti, sarebbe stato vittima di un agguato, di un linciaggio a terra da parte di un gruppo di una quindicina di antifascisti scatenati, e sarebbe morto due giorni dopo in ospedale con diverse contusioni alla testa.

Il curriculum di questo militante e la ricostruzione dei fatti, così come ricostruiti da diversi video e indagini diffusi da Le Canard Enchaîné, Le Monde, Mediapart e Libération, tracciano un quadro piuttosto diverso dalla narrazione dell’estrema destra.

Mediapart ha ricostruito il profilo e il percorso politico di Quentin Deranque, membro, tra l’altro, dell’Action française, del gruppo Audace, erede del Bastion social, del gruppuscolo fascista degli «Allobroges Bourgoin», con cui aveva partecipato alla parata neonazista del 9 maggio 2025 [1]. Il 12 febbraio si trovava davanti alla sede di Sciences Po Lyon, dove si teneva una conferenza con Rima Hassan, eurodeputata di LFI e attivista palestinese. Come già era successo più volte in passato, la destra e l’estrema destra avevano cercato di ottenere il divieto della conferenza. Non essendoci riusciti, un gruppo di militanti di Nemesis, collettivo di estrema destra razzista e identitario, ha deciso di organizzare un picchetto davanti a Sciences Po con uno striscione (“islamo-sinistroidi fuori dalle nostre università”). Questo gruppo Nemesis (dal nome della dea greca della vendetta divina!) è stato perseguito più volte per incitamento all’odio razziale, specializzato in provocazioni ampiamente mediatizzate sui social network e sui media “amici” (come CNews o Europe 1), avendo in particolare cercato di provocare più volte i cortei femministi delle manifestazioni dell’8 marzo, ma anche contro le manifestazioni di solidarietà con i migranti o persino contro un comizio di Valérie Pécresse, candidata dei Repubblicani alle presidenziali del 2022. Questo gruppo manifestava davanti a Sciences Po con il sostegno a distanza di una quindicina di militanti di estrema destra, tra cui Quentin Deranque. Un primo scontro è avvenuto tra il gruppo Nemesis e i militanti antifascisti che garantivano la protezione della conferenza. Un secondo scontro è avvenuto poco dopo, vicino a Sciences Po, tra il gruppo di militanti di estrema destra e un numero equivalente di militanti antifascisti. In seguito alla risposta degli antifascisti, il gruppo di estrema destra ha indietreggiato, disperdendosi e lasciando soli tre di loro, tra cui Quentin Deranque. È stato allora che, a terra, ha ricevuto diversi colpi violenti alla testa. Senza chiamare i vigili del fuoco o il Pronto Soccorso, egli decide di allontanarsi a piedi con un altro membro del suo gruppo e, dopo un’ora e mezza, il suo gruppo, ormai ricompattato, decide di chiamare i vigili del fuoco per soccorrerlo, a un chilometro dal luogo dello scontro. È morto due giorni dopo a causa delle ferite riportate.

Ancor prima della sua morte, i media hanno ripreso la versione dei portavoce di Nemesis secondo cui il militante fascista era caduto in un agguato e linciato da un gruppo di estrema sinistra,la Jeune Garde, e i canali di informazione hanno trasmesso in modo continuativo e ossessivo il video degli ultimi istanti dello scontro in cui veniva colpito a terra.
Un’azione di autodifesa da parte di militanti antifascisti non può giustificare questi colpi. Questo atto è inoltre lontano dalla concezione della lotta antifascista avanzata dalla Jeune Garde, che ha sempre sostenuto l’azione di autodifesa collettiva, ha sempre agito in collegamento e in unità con tutte le organizzazioni del movimento operaio, per costruire un antifascismo collettivo e unitario di fronte ai fascisti, al contrario di una guerra privata virilista, e quindi anche al contrario di quanto è successo il 12 febbraio, quando gli antifascisti hanno colpito alla testa questo militante fascista caduto a terra. Ma lungi dal gridare allo scandalo contro i militanti della Jeune Garde, ciò non deve che mettere ancora più in evidenza il rischio, di fronte all’aumento delle aggressioni e degli attacchi dell’estrema destra, di non mettere al centro delle preoccupazioni, in tutte le organizzazioni del movimento operaio, la costruzione di un’autodifesa collettiva basata sui membri di queste organizzazioni, con una formazione adeguata. Altrimenti, sono i gruppi che si dedicano principalmente all’azione politica antifascista che rischiano di ritrovarsi investiti di questi compiti di protezione, e da questa specializzazione possono nascere derive o atti individuali che esulano dal quadro e dalle raccomandazioni collettive. Qualunque sia stato il coinvolgimento dei militanti della Jeune Garde il 12 febbraio, quanto accaduto dovrebbe spingere non a mettere in secondo piano l’autodifesa antifascista, ma al contrario a renderla più presente in tutte le organizzazioni.

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Inquietante il cambiamento avvenuto immediatamente a livello politico: quasi tutte le forze politiche, compresi i socialdemocratici, parlano ora di una violenza generalizzata dell’estrema sinistra di cui LFI sarebbe l’istigatrice. Marion Maréchal [nipote di Jean Marie Le Pen e leader di un gruppo neofascista] può così dichiarare con tono dottorale su BFM il 17 febbraio che «statisticamente, la violenza dell’estrema destra è irrisoria rispetto alla violenza dell’estrema sinistra, che è strutturale». Tuttavia, i numeri, come i fatti, sono ostinati: in Francia, dal 1986, 58 persone sono state uccise da militanti di estrema destra, 6 da persone classificate come di estrema sinistra (di cui 4 dal gruppo Action directe, un’altra quindici anni fa durante una rissa tra hooligan del PSG e infine Quentin Deranque questo mese) [2].

«C’è stato un calo strutturale della violenza politica fisica rispetto ai decenni precedenti e oggi, se si escludono gli atti attribuiti agli islamisti e ai separatisti, la letalità politica è quasi inesistente rispetto ad altri paesi europei e, naturalmente, agli Stati Uniti» [3]. Tuttavia, negli ultimi anni, la stessa DGSI (Direzione Generale della Sicurezza Interna) ha registrato «una preoccupante recrudescenza di azioni violente e intimidazioni da parte dell’estrema destra in Francia», come ha dichiarato al quotidiano Le Monde l’ex capo della DGSI, Nicolas Lerner, nel luglio 2023, una recrudescenza motivata, secondo lui, da una logica di guerra di civiltà, che cerca di provocare scontri per impedire il grande rimpiazzo. Persino Gérald Darmanin, allora ministro dell’Interno, il 20 settembre successivo, sul quotidiano Ouest France, dichiarava riguardo ai rischi del terrorismo politico: «Tra gli ultra-politicizzati c’è una piccola parte dell’estrema sinistra (…) che attacca essenzialmente i beni. Ma la minaccia principale è rappresentata dall’estrema destra, in particolare negli ultimi cinque anni, con i suprematisti bianchi e gli accelerazionisti (che si preparano per una guerra razziale). Non ci sono stati attentati in Francia, ma dieci progetti sventati e individui arrestati, condannati o in attesa di processo». Secondo un rapporto di Europol sulle minacce terroristiche in Europa, 69 membri dell’estrema destra sono stati arrestati in Francia per aver preparato azioni terroristiche. Manuel Bompard, coordinatore di La France insoumise, ha inviato al quotidiano Libération un elenco di nomi indicando che «dal 2022, in questo Paese, l’estrema destra – gruppi legati all’estrema destra – ha ucciso 12 persone»: Federico Aramburu, Éric Casado-Lopez, Emine Kara, Mahamadou Cissé, Angela Rostas, Djamel Bendjaballah, Rochdi Lakhsassi, Hamid G. e Hadi R. Aboubakar Cissé (che secondo la signora Braun-Pivet non meritava un minuto di silenzio all’Assemblea nazionale), Hichem Miroaoui. A questa lista dovrebbe aggiungersi Ismaël Aali, ucciso lo scorso gennaio a Lione. I loro omicidi hanno suscitato meno reazioni rispetto alla morte dell’attivista identitario di Lione.

Si tratta per lo più di immigrati o persone di origine straniera, il che rientra chiaramente nell’ossessione di una guerra razziale. Le azioni fasciste e le aggressioni sono in aumento, stimolate dall’ascesa del RN, e l’antifascismo è un’esigenza e una necessità di prim’ordine.

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L’antifascismo sarebbe quindi diventato, in una manipolazione orwelliana, il nuovo fascismo, responsabile delle violenze politiche. Il settimanale Marianne ha d’altronde messo in prima pagina questo concentrato orwelliano: «I NUOVI ANTIFASCISTI», sovrapponendo questo titolo alle foto di Raphaël Arnaud, J.L. Mélenchon e Rima Hassan [4]. Si capisce subito che si tratta di un’inversione di valori che non si basa affatto sulla realtà, ma sulla volontà delle classi dirigenti di cercare di cancellare i punti di riferimento e banalizzare il possibile arrivo di un partito fascista all’Eliseo e/o alla guida del governo. Si tratta quindi della volontà di trasformare la realtà avvalendosi del potere dei media e dei social network, sempre più orientati verso una linea editoriale e verso cronisti apertamente reazionari, se non di estrema destra. In tutto questo c’è quindi una pericolosa riproposizione dei meccanismi che hanno seguito la morte di Charlie Kirk negli Stati Uniti, con Donald Trump che ha sfruttato questo omicidio per dichiarare che «la sinistra è il partito dell’omicidio», il suo accolito Elon Musk che ha affermato che «la sinistra radicale ha contribuito all’omicidio» e, con un decreto, Trump che ha dichiarato terrorista l’intero movimento antifa negli Stati Uniti. Sulla scia di tutto ciò, uno studio del Ministro della Giustizia, che concludeva che l’estrema destra era il movimento che aveva ucciso di più negli Stati Uniti dagli anni ’90, è stato semplicemente rimosso dal sito ministeriale. Il punto in comune con le azioni di Trump è proprio quello di spingere verso un cambiamento identico in Francia, e alcune forze politiche stanno testando le possibilità di alimentare il fuoco. Come denuncia la deputata ecologista Sandrine Rousseau, «si attacca l’antifascismo proprio nel momento in cui il fascismo sta per arrivare al potere». Quando la portavoce del governo si permette di dire «non più un solo deputato LFI all’Assemblea» o quando la deputata di Renaissance Aurore Bergé risponde a Jordan Bardella, presidente del RN, che chiede un «fronte repubblicano anti-LFI» alle prossime elezioni legislative «cominciate a ritirare i vostri candidati di fronte alla LFI», si vede che nuove dighe stanno cominciando a cedere.

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Che la destra e il RN cerchino di imbavagliare LFI e di rendere Mélenchon un repellente incapace di raccogliere un numero sufficiente di voti a sinistra per le elezioni presidenziali è ovviamente del tutto normale. Che il macronismo faccia lo stesso dimostra che i portavoce delle classi dirigenti non vogliono che si ripeta la situazione del 2024. Nonostante mesi di divisioni tra i partiti di sinistra, dopo il successo del RN alle elezioni europee e lo scioglimento dell’Assemblea nazionale da parte di Macron, l’arrivo di una maggioranza e di un governo RN nel giugno 2024 è stato bloccato solo dalla forza e dall’unità della sinistra, unita attorno a una serie di misure di rottura con le politiche di austerità capitaliste. Questa unità, realizzata con un peso predominante di LFI nel Nuovo Fronte Popolare, i cui deputati avevano formato la prima forza all’Assemblea Nazionale, è diventata lo spettro da abbattere in vista del 2027. Perché nonostante le numerose divisioni presenti oggi a sinistra, la forza del rifiuto delle politiche di austerità e il crescente sentimento di ingiustizia sociale possono, con la mobilitazione delle organizzazioni del movimento sociale come è avvenuto nel 2024, costringere in un modo o nell’altro tutte le forze politiche di sinistra a unirsi elettoralmente di fronte al pericolo neofascista. Il congelamento a sinistra, da diversi mesi, di ogni dinamica unitaria e offensiva rende ogni giorno più difficile questa prospettiva, e la cosa più probabile è una frammentazione dei candidati di sinistra al primo turno delle presidenziali, anche se, nonostante tutto, è proprio questo rischio di una nuova spinta a sinistra nel 2027 che l’estrema destra e i macronisti vogliono eliminare, prendendo di mira La France insoumise.

France, Paris, 2024-06-23. New Popular Front s procession. Feminist demonstration against far right. Photograph by Martin Noda / Hans Lucas
France, Paris, 2024-06-23. Cortege du Nouveau Front Populaire. Manifestation feministe contre l extreme droite. Photographie de Martin Noda / Hans Lucas

Ciò che è più grave è che i leader del PS più opposti all’esperienza del NFP hanno compiuto negli ultimi giorni nuovi passi che, associandosi alla campagna diffamatoria contro LFI e la Jeune Garde, mirano esplicitamente a impedire qualsiasi ricostituzione di un fronte politico basato sulla rottura con le politiche liberali. Diverse dichiarazioni di Raphaël Glucksmann, leader di Place publique, o di François Hollande, ex presidente della Repubblica (PS), hanno fatto eco alle posizioni di Macron e Lecornu, invitando LFI a rendere conto del proprio operato. Non è stato così per Olivier Faure e altri leader, ma questi ultimi ribadiscono comunque (per ora…) che non ci sarà, ad esempio, alcun accordo di rinuncia per le prossime elezioni comunali del 15 e 22 marzo, se non contro il RN. Questa posizione di rottura con LFI è chiaramente in atto dall’adozione di una linea “responsabile” di sostegno ai governi minoritari macronisti/LR per far passare i bilanci 2025 e 2026 all’Assemblea e dal rifiuto di votare le mozioni di censura sui bilanci presentate e votate dalle altre componenti del NFP (LFI, EELV e PCF). In realtà, l’obiettivo è quello di far virare il partito verso l’orientamento che era quello della minoranza attorno a Hollande durante gli ultimi congressi. È la linea che, molto probabilmente con la candidatura di Raphaël Glucksmann, spera di raccogliere nel 2027 i resti elettorali del macronismo «di sinistra» per ripristinare una socialdemocrazia di gestione del liberalismo come erano i governi di Hollande dal 2012 al 2017, prima che crollassero di fronte al disapprovazione popolare. Sognando il ritorno dell’elettorato perso nel 2017 a favore di Macron, vogliono mollare gli ormeggi dell’unione di sinistra con LFI, imponendo anche loro la propria candidatura per il 2027.

C’è quindi una grande fragilità del fronte necessario per opporsi all’estrema destra, di cui è responsabile l’attuale situazione delle componenti del NFP. Tutto è sovradeterminato dalle tattiche elettorali. Innanzitutto le elezioni comunali del prossimo marzo, in cui, come del resto per le elezioni europee del 2024, regna la massima disunione. Con pochissime eccezioni, non ci sono liste NFP nelle città e alla volontà socialista di distinguersi da LFI risponde la strategia di quest’ultima di radicarsi a livello municipale nelle città grandi e medie, all’altezza del suo peso elettorale nazionale. Lo stesso vale per le prospettive delle presidenziali del 2027, poiché, senza nemmeno parlare di programma, il punto di scontro a sinistra si riduce alla modalità di designazione di un candidato. La France insoumise avanza chiaramente da sola costruendo una campagna Mélenchon, certa che la sua presenza e il suo peso politico lo imporranno come candidato contro il RN, creando di fatto, se non attorno a un accordo, una dinamica di unione come nel 2022. Anche Glucksmann, da solo, fa la scommessa opposta. La demonizzazione di Mélenchon [5] da un lato e l’agonia del macronismo dall’altro lasciano spazi che potrebbero consentirgli di arrivare al secondo turno, con un programma socialdemocratico molto moderato. Le altre componenti cercano di arrangiarsi, con un raggruppamento attorno a EELV, al gruppo Après e a François Ruffin, con Lucie Castets (ex candidata del Nouveau Front populaire), che vuole organizzare delle primarie aperte a tutta la sinistra («da Poutou a Hollande», secondo le parole di Ruffin) nell’ottobre 2026 per un candidato unico. LFI e Glucksmann rifiutano chiaramente… Il PS e il PC oggi non si pronunciano.

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In questi schemi, le principali forze politiche di sinistra lasciano agli attivisti il ruolo di spettatori o li costringono a scegliere per quale candidato presidenziale schierarsi. Ci sono ovviamente questioni programmatiche reali, con una socialdemocrazia che salva i governi di Macron e accetta di avallare i bilanci di austerità. Ma ci sono anche questioni di funzionamento democratico di fronte a una France insoumise che, forte del suo peso, intende raccogliere consensi per la sua campagna senza cercare di costruire la minima unità di campagna. Questi disaccordi elettorali pesano oggi fortemente sulla capacità di organizzare fronti unitari per agire insieme su tutte le questioni di attualità e costruire un rapporto di forza politico e sociale in grado di contrastare il RN, e le organizzazioni del movimento sociale hanno difficoltà a prendere il sopravvento per imporre le proprie scadenze. È tuttavia urgente rispondere con un’azione unitaria a tutte le questioni sociali e politiche, nazionali e internazionali, in cui le forze del NFP, o almeno la maggior parte di esse, potrebbero agire insieme in campagne e azioni comuni, su tutte quelle questioni in cui il NFP avanzava, almeno, elementi di rivendicazioni comuni. Del resto, nonostante gli impegni assunti nel 2024, le principali forze che compongono il NFP hanno fatto poco per sviluppare e mantenere collettivi NFP a livello locale e nazionale. Eppure è proprio lì che si sono unite le forze del movimento sociale e sindacale che sono state il cemento della campagna del 2024. Tutto questo ha un peso e, da due settimane, nonostante le posizioni molto chiare assunte da molti, non c’è stata quasi nessuna espressione e nessun raduno unitario per denunciare l’estrema destra e la campagna di criminalizzazione condotta contro LFI dopo la morte del neofascista lionese.

Nel complesso, quindi, la situazione rimane aperta ma piuttosto drammatica, e la resistenza affermata da La France insoumise di fronte agli attacchi di cui è oggetto non potrà sostituire la costruzione di una dinamica unitaria di tutte le forze convinte della necessità di un fronte antifascista e anche di mantenere un programma di rottura con le politiche al servizio dei gruppi capitalisti e delle grandi fortune. (27 febbraio 2026)

[1] «Mort de Quentin Deranque : retour sur le parcours d’un militants néofasciste» – mediapart.fr.

[2] Violences politiques en France, de 1986 à nos jours (Violenza politica in Francia, dal 1986 ad oggi) – Isabelle Sommier, Xavier Crettiez e François Audigier – Presses de SciencesPo, 2021.


[3] Ibidem.


[4] Copertina del settimanale Marianne n°1510, dal 19 al 25 febbraio 2026.


[5] Questa demonizzazione, ben orchestrata dai media, è rafforzata anche dall’immagine pubblica «fuori dal sistema» che Mélenchon vuole dare di sé stesso, quando il leader politico commette provocazioni dal palco come quella che ha appena fatto in un comizio elettorale, scherzando sulla pronuncia del nome di Jeffrey Epstein, «Epst-ein» o «Epst-ine»… attingendo a un triste repertorio dal sapore antisemita, che Mélenchon non poteva ignorare. [Su questo tema, si veda l’articolo di Mathieu Dejean su Mediapart.]