La Cina e i disoccupati che non esistono
Dalla finte aziende per simulare un impiego ai 300 milioni di migranti esclusi dalle statistiche: il mercato del lavoro cinese dietro la facciata dei dati ufficiali
La parola “occupazione” compare quattro volte nel comunicato della quarta sessione plenaria del XX Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, pubblicato nell’ottobre 2025, w sempre accompagnata da aggettivi rassicuranti come “stabile” e “di alta qualità”. In un articolo del maggio 2025, il Quotidiano del Popolo ha riportato le dichiarazioni del direttore del Dipartimento Statistiche su Popolazione e Occupazione dell’Ufficio Nazionale di Statistica, secondo cui “l’economia cinese presenta molti vantaggi, una forte resilienza e un grande potenziale, e la stabilità dell’occupazione poggia su basi solide”. Su Xiaohongshu, il popolare social network cinese, il tono è un altro. “Mia sorella mi ha detto che l’hanno licenziata, e mi sembra che intorno a me i disoccupati siano sempre di più,” scrive un utente. Un altro riporta un dato ufficiale sulla disoccupazione, citando ironicamente la formula del telegiornale di stato, “si conferma la tendenza positiva allo sviluppo”, e nei commenti qualcuno replica con una domanda semplice quanto eloquente: “Sono disoccupato da quasi un anno e non riesco a ricevere il sussidio. Vuol dire che non rientro nelle statistiche?”
Lo stigma della disoccupazione in Cina è tale che nel 2025 è fiorita un’industria a sé stante, quella delle cosiddette “finte aziende”, locali a pagamento che simulano un ambiente di lavoro con scrivanie, computer, acqua e Wi-Fi, dove disoccupati si recano ogni mattina seguendo orari d’ufficio regolari per trenta yuan al giorno. Ne sono state aperte in numerose grandi città cinesi e i relativi annunci su Xiaohongshu hanno raggiunto milioni di visualizzazioni. A Dongguan, una di queste attività ha esaurito i posti in un mese dall’apertura, al punto da ritrovarsi costretta ad applicare un processo di selezione degli aspiranti. Nella Cina del 2025, anche per fingere di lavorare bisogna superare una selezione. Come ha spiegato il fondatore di una di queste strutture alla BBC: “Non vendo un lavoro, vendo la dignità di non sentirsi una persona inutile.”
Questi disoccupati sono invisibili non solo socialmente, ma anche statisticamente, perché rientrare nelle statistiche ufficiali cinesi sulla disoccupazione è effettivamente un’impresa. Fino al 2018, la Cina utilizzava un sistema di registrazione volontaria presso gli uffici locali del lavoro, il che significava che chiunque non si fosse presentato spontaneamente allo sportello risultava, per lo stato, semplicemente inesistente come disoccupato. Dal 2018 viene pubblicato un tasso di disoccupazione urbana basato su un’indagine campionaria mensile condotta su circa 340.000 persone a livello nazionale. La definizione di occupato adottata dal nuovo sistema è però talmente ampia da svuotare di significato qualsiasi rilevazione: è considerato occupato chiunque abbia lavorato “per un’ora o più allo scopo di ottenere un salario o un reddito d’impresa” nella settimana di riferimento dell’indagine. In termini concreti, un neolaureato che faccia una diretta su Douyin per più di un’ora ricevendo un compenso irrisorio viene conteggiato tra gli occupati. Per risultare disoccupati, invece, occorre soddisfare simultaneamente tre condizioni: non aver lavorato nella settimana di riferimento, aver cercato attivamente un impiego nel periodo precedente e essere disponibili a iniziare immediatamente in caso di offerta adeguata. Criteri così restrittivi fanno sì che la stragrande maggioranza dei senza lavoro rimanga fuori dal conteggio.
Uno dei fenomeni più indicativi della disoccupazione mascherata è quello che sui social media cinesi viene chiamato il “triathlon di ferro”, espressione con cui si designano le tre occupazioni considerate l’ultima risorsa per chi perde il lavoro, ovvero le consegne di cibo, la guida per le piattaforme di trasporto e il servizio di corriere espresso. Le cifre descrivono un’esplosione del fenomeno. I rider di Meituan, la più grande piattaforma cinese di consegna di cibo, sono passati da 3,99 milioni nel 2019 a 7,45 milioni nel 2023, con un tasso medio di crescita annuale del 16,4%. I conducenti di Didi, il colosso del ride-hailing, sono cresciuti da 13 a 19 milioni tra il 2020 e il 2023, con un incremento medio annuo di circa il 21%. L’origine di questo afflusso è facilmente individuabile: secondo un rapporto governativo del 2021, il 35,2% dei rider di Meituan proveniva da fabbriche, il 31,4% era costituito da imprenditori o piccoli commercianti falliti e il 17,8% da impiegati. Sulla piattaforma Didi, circa il 20,4% dei conducenti a tempo pieno dichiarava di avere scelto il ride-hailing a causa di un licenziamento o dell’essere disoccupato. È significativo che questi dati non siano più stati divulgati nei rapporti degli anni successivi. Dei 7,45 milioni di rider di Meituan nel 2023, solo l’11%, circa 820.000, lavorava con alta frequenza, ovvero per più di 260 giorni l’anno, mentre circa il 48%, cioè 3,5 milioni di persone, prendeva ordini per meno di trenta giorni all’anno, trattandosi evidentemente di un lavoro di transizione tra un impiego perduto e uno ancora da trovare.

Tra i più colpiti ci sono i giovani. I dati dell’Ufficio Nazionale di Statistica mostrano che il tasso di disoccupazione dei residenti urbani tra i 16 e i 24 anni, esclusi gli studenti, ha raggiunto una punta del 18,9% nell’agosto 2025, segnando il massimo da un anno e mezzo. Le cause sono strutturali e convergenti. Da un lato, l’espansione massiccia dell’istruzione superiore ha prodotto un flusso crescente di laureati che il mercato del lavoro non è in grado di assorbire. I diplomati universitari sono passati nel quinquennio 2021-2025 da 9,09 milioni a 12,22 milioni, per un totale cumulato di circa 55,44 milioni. Dall’altro, L’obiettivo fissato dal XIV Piano Quinquennale di creare 55 milioni di nuovi posti di lavoro urbani nel periodo 2021–2025, pur dichiarato ufficialmente raggiunto e anzi superato con 59,21 milioni di nuovi impieghi registrati alla fine di agosto 2025, cela un equivoco di fondo. In quel conteggio rientrano infatti anche i rioccupati dopo un periodo di disoccupazione, chi cambia lavoro e i lavoratori migranti in transito. Lo squilibrio tra offerta e domanda nel mercato del lavoro rimane dunque la realtà con cui ogni nuova generazione deve confrontarsi.
Ma la crisi occupazionale non è solo una questione giovanile. In termini assoluti, secondo le stime di Caixin basate sui dati dell’Annuario Statistico Cinese 2024, il numero complessivo dei disoccupati nella fascia tra i 30 e i 59 anni è superiore a quello della fascia 15-24, semplicemente perché la prima rappresenta il 46% della popolazione contro l’11% circa della seconda. Per chi supera i 35 anni, tuttavia, la ricerca di un nuovo impiego si scontra con una barriera specifica: la cosiddetta “soglia dei 35 anni”, una forma di discriminazione anagrafica che, a differenza di quanto accade nei paesi sviluppati, colpisce i lavoratori cinesi già nella piena maturità professionale. Molte aziende utilizzano i 35 anni come criterio di sbarramento nello screening dei curricula, nelle promozioni e nei licenziamenti. Nei licenziamenti su larga scala vengono colpiti lavoratori di ogni età, ma quando le riduzioni di personale sono più circoscritte, gli over 35 sono sistematicamente i primi a essere espulsi. A rendere il fenomeno ancora più insidioso è il fatto che la vita media delle imprese private cinesi, secondo i dati della Federazione dell’Industria e del Commercio, è scesa dai circa 3,2 anni degli anni Novanta agli attuali 2,5 anni, un’instabilità strutturale che erode alla base qualsiasi prospettiva di impiego stabile a lungo termine.
Il meccanismo è aggravato dall’accelerazione tecnologica. L’avanzata dell’intelligenza artificiale e la ristrutturazione industriale stanno rendendo rapidamente obsolete competenze che fino a pochi anni fa garantivano un impiego stabile, e per i lavoratori di mezza età colmare il divario di competenze richiede molto più tempo e sforzi che in passato. Il risultato è una contraddizione strutturale: i settori tradizionali che generavano più occupazione, dall’immobiliare alla finanza, dall’istruzione privata all’internet, offrono meno posti di lavoro, mentre le nuove posizioni legate all’intelligenza artificiale, alla robotica e all’economia digitale richiedono competenze che la maggior parte dei lavoratori espulsi non possiede. Chi perde il lavoro dopo i 35 anni ha dunque una probabilità significativamente più alta di scivolare nella disoccupazione di lungo periodo o di essere risucchiato nella cosiddetta occupazione flessibile.
C’è poi un gruppo che nelle statistiche sulla disoccupazione non compare affatto, quello dei lavoratori migranti. Secondo il Rapporto di Monitoraggio sui Lavoratori Migranti del 2024, sono circa 300 milioni di persone, quasi il 40% della forza lavoro, di cui 121 milioni emigrati all’interno della propria provincia di residenza e oltre 178 milioni emigrati in altre province, spesso a migliaia di chilometri da casa. Questa popolazione sta invecchiando rapidamente: l’età media è salita da 41 anni nel 2020 a 43,2 nel 2024, e la quota degli ultracinquantenni è passata dal 26,4% al 31,6%, pari a circa 95 milioni di persone. Il rapporto di monitoraggio, tuttavia, non contiene dati sui livello di disoccupazione in tale categoria, e in base ai criteri statistici vigenti un lavoratore migrante che perde il lavoro in città e torna in campagna ha ben poche probabilità di essere conteggiato come disoccupato. Intanto, il settore edilizio, tradizionalmente il più grande bacino occupazionale per i migranti, si è contratto in misura drastica. La quota di lavoratori migranti impiegati nell’edilizia è scesa dal 18,2% al 14,3% nel 2024, il che equivale a oltre 11 milioni di persone che hanno lasciato il settore. Ma a essere in crisi non è solo il settore edile.

Alla fine del 2025, nel delta del Fiume delle Perle, cuore industriale della Cina, la crisi ha assunto dimensioni senza precedenti. In un periodo dell’anno che tradizionalmente corrisponde al picco produttivo, molte fabbriche si sono ritrovate senza ordini. A Kanglu, il quartiere di Canton noto per la concentrazione di fabbriche tessili, le strade che in dicembre sarebbero normalmente gremite di cartelli per le assunzioni erano piene soltanto di persone in cerca di lavoro. Sui social un operaio ha scritto: “Canton è finita. In giro non c’è nessuno che assume, solo gente che cerca.” Anche nelle fabbriche di elettronica di Dongguan e Shenzhen gli operai riferiscono all passaggio a turni ridotti di cinque giorni e otto ore, con ordini dimezzati rispetto all’anno precedente e linee di produzione ferme. Alla stazione degli autobus di Longhua, a Shenzhen, operai rimasti senza un tetto dormiono all’aperto nel freddo invernale. Ma la maggior parte dei lavoratori rimasti senza impiego non è restata in città: ha preso la via del ritorno verso le campagne d’origine, in un esodo anticipato di settimane o mesi rispetto al normale rientro per il Capodanno lunare. L’ondata è stata talmente massiccia da spostare il problema dalle città alle zone rurali, un fatto che ha causato allarme nel governo centrale. Il 13 novembre il Ministero dell’Agricoltura e degli Affari Rurali ha convocato una riunione per affrontare il rischio di un accumulo nelle campagne di masse di lavoratori senza lavoro e senza prospettive. In molte aree i funzionari di villaggio hanno fatto il giro delle case esortando i giovani rientrati a non restare inattivi, senza però avere nulla di concreto da offrire loro.
Molti di questi lavoratori, una volta rientrati nelle campagne, finiscono per arrangiarsi con attività saltuarie e occasionali, scomparendo di fatto dalle statistiche occupazionali. È esattamente così che si alimenta l’altro grande contenitore statistico in cui milioni di cinesi vengono fatti sparire, quello della cosiddetta “occupazione flessibile”. Quando nel 2021 l’allora primo ministro Li Keqiang dichiarò pubblicamente che “nel nostro paese ci sono attualmente più di 200 milioni di persone in occupazione flessibile”, la cifra ha suscitato un acceso dibattito. Sui social network molti disoccupati hanno commentato con amara ironia di essere stati ‘scaricati nell’occupazione flessibile’. La definizione nasce nel contesto dei licenziamenti di massa dalle imprese statali negli anni Novanta. Già alla fine del 2002 un lavoro di ricerca stimava i lavoratori flessibili a 145 milioni, pari al 58% degli occupati. Vent’anni dopo, la comunicazione ufficiale continua a ripetere la cifra di 200 milioni, rimasta identica per quasi cinque anni consecutivi, presentando l’occupazione flessibile come un ‘serbatoio’ che ‘ha contribuito positivamente a prevenire il rischio di disoccupazione su larga scala e a mantenere la stabilità complessiva della situazione occupazionale’.
Ma dietro i numeri che il sistema statistico riesce ad assorbire e occultare, il 2025 e l’inizio del 2026 sono segnati da un’ondata di licenziamenti che attraversa l’intera economia cinese. Il settore privato è il più esposto. Il rapporto annuale di Alibaba riporta ad esempio che il colosso del commercio elettronico ha tagliato quasi 25.000 dipendenti nel solo anno solare 2024, portando l’organico complessivo da 259.000 a inizio 2022 a 194.000 a fine 2024. Complessivamente, si stima che Alibaba abbia eliminato oltre 100.000 posizioni in due anni. Baidu ha avviato la sua più grande tornata di licenziamenti a memoria d’uomo, con tagli che vanno dal 5% al 30% a seconda dei reparti. Anche le aziende a capitale straniero si ritirano: Sony ha chiuso lo stabilimento di Huizhou, mettendo a rischio circa 30.000 lavoratori, mentre Canon ha cessato le attività nella fabbrica di Zhongshan. Non si tratta di casi isolati. Dall’inizio del 2025, IBM, Mercedes-Benz, Volvo e Microsoft hanno a loro volta annunciato riduzioni di personale in Cina, in un contesto in cui le tensioni commerciali sino-americane e l’incertezza normativa spingono un numero crescente di multinazionali a ridimensionare o riorganizzare la propria presenza nel paese. Nel settore dei veicoli elettrici, la guerra dei prezzi generata dalla sovraccapacità produttiva ha compresso drasticamente i margini e, di conseguenza, il costo del lavoro. Nello stabilimento principale di BYD gli operai riferiscono che il salario mensile è sceso a 5.000-6.000 yuan, mentre Neta Auto, in fase di ristrutturazione fallimentare, ha risolto i contratti di lavoro continuando a ritardare il pagamento degli stipendi arretrati. Nel settore immobiliare, la spirale dei default iniziata con Evergrande nel 2021 ha trascinato con sé le principali aziende del settore: dal 2019 al settembre 2024, quasi 1.900 imprese immobiliari hanno presentato istanza di fallimento, con effetti a catena sull’edilizia, i trasporti e la finanza. Complessivamente, nel 2024 si sono registrati in Cina oltre 100.000 procedimenti legati a istanze di fallimento, che coinvolgono più di 55.000 imprese per un valore patrimoniale complessivo di circa 1.200 miliardi di yuan, e il numero di casi è cresciuto vertiginosamente dai 43.000 del 2020.
Un aspetto particolarmente preoccupante è che la crisi non è più circoscritta al settore privato, ma si è estesa ai servizi pubblici. Operatori del trasporto pubblico, ospedali e scuole in diverse regioni registrano arretrati salariali e riduzioni di personale. Il settore sanitario è tra i più colpiti. Ospedali privati di diverse province hanno interrotto bruscamente le attività o chiuso del tutto. A inizio 2025, il Wuhan Baijia Maternity Hospital ha cessato improvvisamente l’attività, lasciando centinaia di medici e infermieri con mesi di stipendi non pagati per un totale superiore a dieci milioni di yuan, mentre la dirigenza si è resa irreperibile dall’oggi al domani. Casi analoghi sono emersi a Shanghai, nello Jiangxi e nel Jiangsu. Anche gli ospedali pubblici soffrono: a Xinxiang, nella provincia dello Henan, diversi ospedali hanno licenziato collettivamente oltre 500 operatori sanitari, e in altre aree gli ospedali di livello distrettuale hanno sostituito in massa il personale a contratto con lavoratori in appalto per ridurre i costi. La scuola non è da meno. A Zhangshu, nello Jiangxi, un istituto secondario ha trattenuto il pagamento degli straordinari degli insegnanti per otto mesi, per un importo complessivo superiore a un milione di yuan. In molte aree il calo degli studenti ha portato le autorità locali a congelare le assunzioni di docenti, mentre gli insegnanti a contratto vengono licenziati senza indennità a pochi giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico. Alcune scuole private, in difficoltà finanziarie, hanno semplicemente smesso di pagare gli stipendi.
Sullo sfondo di questa crisi si staglia un dato ulteriore. Nel 2026 andranno in scadenza depositi vincolati per un valore stimato intorno ai 50 trilioni di yuan, una massa di risparmio accumulata in anni di incertezza da centinaia di milioni di famiglie cinesi in un paese dove le reti di protezione sociale restano largamente inadeguate e il ricordo della bolla immobiliare è ancora freschissimo. Il rischio concreto, sollevato con preoccupazione anche da commentatori vicini all’establishment, è che questa enorme liquidità venga convogliata verso il mercato azionario o verso strumenti finanziari ad alto rischio, in un contesto in cui i prezzi dei beni essenziali, dall’alimentazione alle spese condominiali, dalle cure mediche alle bollette, non sono affatto diminuiti in proporzione al calo dei rendimenti, erodendo il potere d’acquisto reale dei risparmiatori. Per una popolazione così numerosa, con una copertura sociale fragile e una regolamentazione finanziaria ancora carente, la stabilità dei depositi bancari rappresenta l’ultimo argine. Se quell’argine dovesse cedere, trasformando il risparmio per il futuro in perdite da investimento, il contraccolpo sociale sarebbe incalcolabile in un paese dove la disoccupazione reale è già molto più estesa di quanto qualsiasi cifra ufficiale sia disposta ad ammettere.
(queste testo segue in parte la traccia di un articolo in cinese di Mang Mang, tuttavia abbondantemente integrato con materiali e dati di Hong Kong Labour Rights Monitor, Caixin, China Labor Forum, China Workers’ Liberation Daily, Utopia).
*articolo apparso sul substack.com il 25 febbraio 2026