La nascita non dovrebbe essere un business
Partorire non è solo una questione intima e privata: è una questione politica. Tra crescente medicalizzazione e imperativi di redditività, la nascita diventa un rivelatore delle trasformazioni contemporanee del sistema sanitario. Intervista alla geografa Clélia Gasquet-Blanchard affronta tutti questi temi che sono di grande attualità anche nostro Cantone nel quale il dibattito sulla maternità e sulla strutture più adeguate per affrontarla non si è mai interrotto fin dal referendum del 2016 (che l’MPS aveva lanciato e sostenuto) quando venne bloccata una privatizzazione di fatto del settore maternità nel Luganese. Oggi, come detto, il dibattito è riproposto. È stato rilanciato, ad esempio, l’obiettivo di ridimensionare, vedi sopprimere, il reparto maternità e ostetricia all’ospedale regionale di Mendrisio. L’intervista che segue (che fa riferimento alla situazione francese che, per molti aspetti, è assai simile alla nostra) aiuta a riflettere su tutte queste dinamiche. (Red)
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Partorire non è solo una questione intima e privata: è una questione politica. Tra crescente medicalizzazione e imperativi di redditività, la nascita diventa un rivelatore delle trasformazioni contemporanee del sistema sanitario. Intervista alla geografa Clélia Gasquet-Blanchard.
La nascita è un’esperienza estremamente comune, quasi universale, ma raramente pensata politicamente in sé. Come è arrivata a studiare il modo in cui oggi la maternità è organizzata e vissuta?
Nelle ricerche collettive che ho condotto ho lavorato sulle esperienze e sui percorsi delle donne incinte che partoriscono, così come del personale sanitario che le accompagna. Essendo geografa, ho analizzato la questione attraverso i luoghi in cui partorivano e venivano curate dai professionisti della salute che vi lavorano. Abbiamo indagato maternità pubbliche e private, grandi e piccole, un po’ in tutta la Francia. Il nostro approccio era centrato sui rapporti sociali nelle cure, in particolare nel rapporto medico tra una paziente e un o una professionista sanitaria.
Mi sono rapidamente resa conto che la maternità viene pensata piuttosto a livello individuale, come questione di ogni singola donna, senza una riflessione collettiva sul tema, nonostante le istituzioni svolgano un ruolo politico nell’amministrazione della popolazione, attraverso un’alleanza tra potere medico e potere statale.
In che modo l’istituzionalizzazione progressiva della nascita ha trasformato il rapporto con il parto?
L’istituzionalizzazione della nascita ha chiaramente permesso di ridurre la mortalità materna e infantile. Da questo punto di vista, il fatto che lo Stato e il potere medico si occupino della questione è positivo. Tuttavia, questa evoluzione ha progressivamente sostituito forme precedenti di accompagnamento e mutuo aiuto basate su relazioni transgenerazionali e comunitarie. Oggi questo tessuto sociale si sta fortemente indebolendo.
Nella società contemporanea la popolazione è per lo più urbana, organizzata attorno al modello della famiglia nucleare, generalmente eteronormativa. Questo contesto è importante da considerare quando si riflette sulla maternità, perché la sua generalizzazione accompagna le trasformazioni nella gestione della nascita.
Con il pretesto della sicurezza, una medicina sempre più tecnicista e capitalistica produce una divisione del lavoro di cura — con forti gerarchie ospedaliere tra il personale sanitario — ma ridefinisce anche la divisione del lavoro tra la donna che partorisce e la sua famiglia. Le nuove modalità di genitorialità, estremamente esigenti, sono particolarmente difficili da sostenere in un contesto di disimpegno dello Stato dalle politiche sociali e sanitarie.
Come gestiscono le istituzioni mediche la tensione tra sicurezza e imprevedibilità della nascita?
La sicurezza e la medicalizzazione non sono solo negative, perché hanno contribuito ad aumentare l’aspettativa di vita, tra le altre cose. Il problema è il controllo crescente che, in Francia dagli anni Ottanta, mostra un aumento del peso del capitale nel settore delle cure e più in generale nel sistema sanitario. Nicolas Da Silva e Philippe Batifoulier hanno teorizzato questo fenomeno con il concetto di capitalismo sanitario, da cui ovviamente non sono escluse la nascita e la maternità.
In questo contesto la tensione tra sicurezza e imprevedibilità viene gestita dalle istituzioni attraverso il modo in cui amministrano e organizzano le cure. La pressione finanziaria ostacola chiaramente il lavoro di cura. I professionisti sanitari si trovano di fronte a richieste di efficienza e redditività che pesano sul loro lavoro, impedendo il tempo necessario per la relazione con le pazienti. Questo si vede nella durata media dei ricoveri nelle maternità.

Tra il personale sanitario si è diffusa l’idea che «le donne staranno meglio a casa loro» che in un ambiente medico. Tuttavia i consigli forniti nei reparti dopo il parto sono preziosi e contribuiscono a rassicurare le donne nel rapporto con il neonato.
In Francia, negli anni Settanta, le donne restavano circa otto giorni in maternità; oggi il soggiorno è di circa quattro giorni e mezzo, e sempre più spesso si propongono dimissioni precoci due giorni e mezzo dopo la nascita. Il personale sanitario accompagnava le donne in modo approfondito prima e dopo il parto — controllo delle contrazioni post-parto, supporto all’allattamento, ecc. Tutti questi atti oggi sono poco valorizzati in ospedale, perché non si tratta di gesti tecnici ma di lavoro di cura, strutturalmente meno redditizio. Così sono proprio i professionisti sanitari a dover sostenere la contraddizione tra il tipo di assistenza che vorrebbero offrire e l’obbligo di limitarsi agli atti tecnici.
Cosa cambia la banalizzazione delle pratiche medico-tecniche nella nascita e nel lavoro ospedaliero collegato?
L’esempio del taglio cesareo è abbastanza eloquente. Il tasso di cesarei in Svizzera è intorno al 35% — contro il 20-22% in Francia. Secondo le raccomandazioni dell’OMS, nella popolazione generale il tasso dovrebbe essere tra il 5% e il 15%: sotto il 5% le donne sarebbero sotto-operate e quindi a rischio; sopra il 15% sarebbero operate troppo spesso.
Nei paesi occidentali, come Francia o Svizzera, l’ingresso nella maternità avviene a un’età più avanzata rispetto ad altri paesi, quindi il rischio di gravidanze patologiche è più elevato. Il tasso francese corrisponde più o meno alle raccomandazioni dell’OMS, mentre in Svizzera le supera nettamente. Siamo ancora lontani dai livelli del Brasile o della Cina, dove quasi il 50% delle gravidanze termina con un cesareo, ma le donne residenti in Svizzera sembrano comunque essere operate troppo spesso.
Al di là delle cifre, bisogna guardare al tipo di istituzione. Nel caso francese che ho studiato, le donne hanno più probabilità di subire un cesareo nelle piccole maternità private a scopo di lucro che nei grandi ospedali pubblici altamente tecnicizzati. È controintuitivo, perché questi ultimi si occupano anche delle gravidanze a rischio e quindi dovrebbero logicamente ricorrere più spesso al cesareo. Ma non è così, perché entrano in gioco altre logiche.
I grandi centri ospedalieri, pur essendo molto attrezzati tecnicamente, hanno anche ostetriche molto competenti e qualificate, che assistono i parti senza dover chiamare i ginecologi per un cesareo. Al contrario, nelle piccole maternità private a scopo di lucro la proposta di cesareo può essere legata a logiche di efficienza e redditività.
Un cesareo può essere programmato: non avverrà la sera né nel fine settimana. Questo permette di ottimizzare l’organizzazione delle cure e garantire una migliore redditività alla struttura. Così, mentre i grandi ospedali sono talvolta immaginati come «fabbriche di bambini», la realtà sul campo in Francia è molto diversa. Più in generale, possiamo chiederci: la diffusione di pratiche mediche così tecnicizzate risponde a esigenze di sicurezza o agli imperativi di redditività del capitale?
Quali sono gli effetti dell’aumento degli imperativi di gestione ed efficienza sulla realtà contemporanea della nascita nei paesi occidentali?
Con il modello dell’ospedale-piattaforma, imposto dalla pressione della redditività, emergono nuove professioni incaricate di gestire i “flussi” che entrano, circolano ed escono dallo spazio ospedaliero. I bed manager (gestori dei posti letto) hanno il compito di rendere più fluida la rotazione dei posti disponibili, liberando i letti il più rapidamente possibile.
Per le donne in condizioni di grande precarietà, senza alloggio, questo processo può essere estremamente violento: un posto in maternità garantisce loro uno spazio molto più sicuro rispetto agli ambienti in cui vivono quotidianamente, quando non sono addirittura per strada.
In alcune istituzioni queste donne sono chiamate “bed blockers”, perché occupano letti che potrebbero essere disponibili per altre pazienti. Qui emerge una vera logica di piattaforma: queste donne sono viste come un ostacolo al flusso ospedaliero, mentre in Francia lo Stato ha il dovere di garantire un alloggio alle donne incinte o con bambini sotto i sei anni.
La maternità attraversa tensioni importanti nella storia del femminismo, tra critica dell’assegnazione e riappropriazione del corpo. In che modo la sua ricerca interviene in questo dibattito?
Non pretendo di spostare questo dibattito, perché il mio libro parla soprattutto dei rapporti tra capitalismo e salute più che di femminismo. È evidente che rispettare i codici della maternità è più facile per le femministe bianche delle classi superiori e liberali. Possono permettersi lunghi congedi parentali e delegare il lavoro domestico ad altre donne, spesso precarie e razzializzate, che vengono sfruttate.
Questa riorganizzazione legata alla maternità non è semplicemente possibile — economicamente e socialmente — per una donna che lavora come cassiera o il cui partner fa turni notturni. In breve, il dibattito femminista sulla maternità non dovrebbe ignorare la questione di classe, troppo spesso resa invisibile
Il suo libro non propone un modello ideale di nascita e maternità, ma suggerisce che altre possibilità sono state chiuse. Quali piste dovrebbero essere riaperte oggi?
Bisogna coinvolgere diversi attori sul campo per riflettere collettivamente sulla nascita, di fronte al rullo compressore neoliberale del capitalismo sanitario. È fondamentale difendere il servizio pubblico della salute dagli attacchi che subisce.
Bisogna dirlo chiaramente: per quanto riguarda gravidanza e parto, le donne sono molto ben curate nell’ospedale pubblico in Francia. Le violenze ginecologiche e ostetriche non avvengono necessariamente nelle grandi “fabbriche di bambini” del servizio pubblico. Il personale sanitario è sicuramente sotto pressione e non ha sempre tempo e mezzi per lavorare nel modo migliore, ma non è sistematicamente maltrattante. Al contrario, quando il settore privato a scopo di lucro prende il sopravvento, il maltrattamento tende a generalizzarsi e diventare sistemica.
Oggi, in Francia, curare nel sistema pubblico è quasi un impegno militante, mentre questo viene progressivamente smantellato. È una forma di lavoro di cura che deve essere rivalorizzata. Solo in questa prospettiva sarà possibile pensare la nascita e la maternità in modo alternativo: come un’istituzione che sostiene e valorizza il lavoro invisibile della cura.
C’è sempre qualcuno che si è preso cura di noi perché potessimo crescere e vivere in società. Questo richiede un’istituzione solida, fondata su un vero collettivo, affinché la relazione di cura possa realizzarsi nelle migliori condizioni possibili.
*L’intervista, condotta da Antoine Dubiau, è apparsa su SolidaritéS il 7 marzo 2026