Lavoro, voto popolare e ascesa dell’estrema destra

Recenti studi analizzano il legame tra le trasformazioni del lavoro e l’adesione popolare all’estrema destra. Sono utili da considerare per definire la strategia sindacale contro l’iniziativa anti-immigrazione dell’UDC, e al di là di questa scadenza.

Il 14 giugno sarà sottoposta al voto una nuova iniziativa anti-immigrazione dell’UDC: «No a una Svizzera da 10 milioni!». Essa mira a limitare il numero di abitanti, in particolare attraverso uno smantellamento massiccio del diritto d’asilo, il ritiro dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo o, ancora, l’abolizione della libera circolazione delle persone. Lo storico Damir Skenderovic parla di una nuova «iniziativa di diversione», in continuità con proposte xenofobe fin dagli anni Sessanta.

È “di diversione” nella misura in cui indica i/le migranti come responsabili di «affitti in aumento», «salari in diminuzione» o «treni sovraffollati», distogliendo lo sguardo dalla responsabilità che l’UDC, come principale partito di governo, ha per questi problemi (ben reali). E perché non vuole affatto limitare l’immigrazione — indispensabile per le imprese svizzere — ma sostituire l’attuale regime migratorio con un sistema di rotazione di manodopera precarizzata e senza diritti.

Niente più piante di mela

Per queste ragioni, i sindacati e i partiti di sinistra vi si oppongono. La Wochenzeitung li ha esortati a non «tirare fuori di nuovo le piante di mela», immagine utilizzata durante la campagna contro l’iniziativa «Contro l’immigrazione di massa» nel 2014 per simboleggiare la prosperità della Svizzera che l’iniziativa rischiava di compromettere.

Scommessa fallita, come si ricorda, perché l’UDC vinse la votazione mobilitando una narrazione molto più incisiva: affinché i/le lavoratori/trici “indigeni” potessero beneficiare di tale prosperità, bisognava lasciare fuori coloro che pretendevano indebitamente la loro parte della torta. La replica sindacale sulla necessità di mantenere le misure d’accompagnamento per proteggere le condizioni di lavoro non è stata molto convincente, poiché la maggioranza dei/delle lavoratori/trici sperimenta ogni giorno nelle aziende la debolezza della legislazione svizzera sul lavoro.

Oltre alla questione immediata posta dall’iniziativa, la discussione sulla strategia di campagna da adottare rimanda alla questione più fondamentale del perché parti importanti delle classi popolari aderiscano al discorso dell’estrema destra. Indagini recenti apportano nuovi elementi a questo interrogativo.

Un voto popolare da recuperare?

Al centro dell’interesse delle scienze sociali da tempo, l’aumento delle preferenze delle classi popolari per l’estrema destra viene generalmente spiegato attraverso un doppio movimento: la precarizzazione delle loro condizioni di vita e un “disamore” verso i partiti di sinistra, considerati troppo lontani dalle loro preoccupazioni.

Se in Svizzera si osserva una tendenza simile — dove, dall’anno 2000, «l’UDC ha sostituito il PS come primo partito tra gli operai in Svizzera» — ricerche più recenti hanno permesso di sfumare l’idea di una semplice conquista del voto operaio. Da un lato, la base elettorale dell’estrema destra rimane composta in maggioranza da piccoli imprenditori e salariati della classe media inferiore. Dall’altro, deluse dalla sinistra, le classi popolari scelgono più spesso l’astensione piuttosto che l’estrema destra, della quale non condividono a priori l’orientamento xenofobo e nazionalista.

Queste osservazioni sono confermate da studi sui successi elettorali dell’AfD in Germania e del Rassemblement National in Francia. Il sentimento di essere stati abbandonati dallo Stato è evocato come principale motivo del voto per l’AfD, molto prima del tema del «troppi immigrati». Il voto per il RN è anch’esso motivato principalmente da preoccupazioni sociali (il potere d’acquisto, con 20 punti di vantaggio rispetto al tema degli immigrati).

Ne deriva che l’adesione popolare alle idee dell’estrema destra è meno l’espressione di una convergenza ideologica che di un voto “antisistema”, fondato su paure e sofferenze vissute quotidianamente. Félicien Faury ha analizzato come il RN riesca ad alimentare questi risentimenti diffusi contro le «élite», che privilegerebbero «tutte le minoranze possibili e immaginabili» (Marine Le Pen) a scapito di «chi merita davvero», proponendo senza sosta collegamenti tra il tema dell’immigrazione e una lista sempre più lunga di altre questioni sociali, economiche e politiche.

Secondo Häusermann e colleghi, questa strumentalizzazione è tanto più efficace quanto più beneficia dell’assenza di un’offerta politica alternativa. Peggio ancora: laddove la sinistra ha cercato di riprodurre la narrazione social-sciovinista dei «lavoratori indigeni prima di tutto», ha finito per rafforzare l’estrema destra. Le loro conclusioni indicano invece che un programma che rimetta al centro della discussione la redistribuzione dall’alto verso il basso e la diversità permetterebbe di costruire coalizioni con ambizioni maggioritarie.

Destabilizzazione degli stabili

Indagini più qualitative indicano tuttavia che avere un “programma giusto” non basta per recuperare l’elettorato popolare, perché la fragilizzazione delle classi popolari cavalcata dall’estrema destra ha radici profonde. Questi studi condividono il presupposto di partenza che Thomas Coutrot chiama «il lungo braccio del lavoro»: poiché il lavoro occupa un posto centrale nell’organizzazione delle nostre esistenze, delle nostre reti sociali e delle nostre identità, la sua trasformazione ha inevitabilmente un impatto importante sul rapporto con la politica.

A livello materiale, innanzitutto, perché il lavoro resta la base della riproduzione sociale per l’80% della popolazione che ne dipende. La polarizzazione, ampiamente documentata, tra creazione di posti ad alto valore aggiunto e proliferazione di lavori precari, non spiega da sola la riconfigurazione dei comportamenti elettorali. Guardando dentro la “scatola nera dei contesti di lavoro” si coglie meglio l’effetto di esclusione politica che produce. Una vasta indagine tra operai dell’industria tedesca ha identificato nella “paura della precarizzazione” un potente fattore di divisione tra i collettivi di lavoro e di “destabilizzazione degli stabili” che, per preservare presunti privilegi, sviluppano una tendenza alla sovra-adattabilità alle esigenze dell’impresa e una concezione di “solidarietà esclusiva” a scapito dei lavoratori precari. I ricercatori hanno stabilito una correlazione tra queste dinamiche di concorrenza interna e la ricettività ai discorsi dell’estrema destra.

A ciò si aggiunge anche un livello soggettivo poiché il lavoro ha un forte potenziale di dare senso all’attività umana, a condizione che possa essere “ben fatto” e riconosciuto come socialmente utile. Se il lavoro è “impedito”, può generare importanti sofferenze fisiche e psicologiche.

Diverse ricerche hanno messo in luce un sentimento molto diffuso tra i lavoratori di “perdita di senso del lavoro”, che porta a un aumento delle malattie psicosociali ma anche allo sviluppo di strategie di difesa individuali: strategie che permettono di resistere, ma spesso al prezzo di rivolgersi contro i colleghi che non si conformano (virilismo eccessivo, ridicolizzazione o esclusione dell’altro, ecc.). Distruggendo le basi delle pratiche di cooperazione, l’organizzazione del lavoro nelle imprese diventa così, secondo Christophe Dejours, «il centro geometrico da cui ha origine il processo di degenerazione della democrazia».

A livello sociale, infine, poiché il lavoro è di per sé un’attività collettiva il cui potenziale emancipatore dipende strettamente dal suo ambiente. Diversi studi sul legame tra tecniche di controllo (digitali), democrazia nelle imprese e comportamenti elettorali hanno osservato una forte correlazione tra assenza di possibilità di partecipazione e scambio tra colleghi durante il lavoro e adesione alla visione del mondo sociale proposta dall’estrema destra.

Questi risultati non spiegano da soli l’ascesa dell’estrema destra, ma ne completano la comprensione attraverso gli effetti del “lungo braccio del lavoro”: le molteplici vessazioni e umiliazioni che i lavoratori vivono quotidianamente in un contesto ipercompetitivo segnato dall’indebolimento delle protezioni legali e dei collettivi nei luoghi di lavoro, nonché da una distribuzione sempre più diseguale delle risorse per avere successo.

La sociologa statunitense Arlie Hochschild ha utilizzato l’immagine della “fila d’attesa” per spiegare il successo elettorale di Trump: rimasti bloccati nonostante sacrifici e investimenti nelle “giuste” formazioni, settori delle classi popolari tendono a dirigere la loro frustrazione contro una società che non ha mantenuto la promessa di mobilità sociale attraverso il lavoro, e contro coloro che sono sospettati di saltare la fila (migranti, minoranze di genere, assistiti, ecc.). Questa frustrazione può trasformarsi in violenza distruttiva, come mostrano quotidianamente le immagini provenienti dagli Stati Uniti.

Riapprendere l’azione collettiva

In questo contesto, la definizione di «iniziativa di diversione» per l’iniziativa dei «10 milioni» assume tutto il suo senso, e i sindacati hanno ragione a combatterla con tutte le loro forze. Ma le ricerche presentate qui mostrano anche che non basterà limitarsi a contrastare la retorica dell’estrema destra durante una campagna referendaria. Per affrontare gli effetti deleteri delle trasformazioni del lavoro sul rapporto dei lavoratori con la politica, suggeriscono la necessità di rafforzare gli strumenti di autodifesa collettiva e di solidarietà nei luoghi di lavoro.

Ciò passa attraverso la mobilitazione collettiva per conquistare diritti sostanziali per i lavoratori (protezione contro il licenziamento, diritto a un salario dignitoso, a un lavoro che abbia senso, alla partecipazione, ecc.). Ricordiamoci che i sindacati possono ancora funzionare come uno dei principali spazi di cooperazione e socializzazione delle classi popolari, capaci di sottrarle all’influenza di un management autoritario, della concorrenza permanente e della sofferenza individualizzata.

Riapprendere l’azione collettiva sui luoghi di lavoro è oggi un’urgenza democratica.

*Alessandro Pelizzari è sociologo, membro del SSP/VPOD. Ex segretario sindacale, è direttore della Haute école de travail social et de la santé Lausanne – HETSL. Questo articolo è apparso sul giornale del sindacato SSP romando Service public il 13 febbraio 2026.

[1] Su questa iniziativa, vedi gli articoli di Dario Lopreno pubblicati in Services Publics e raccolti sotto forma di opuscolo.
[2] https://www.woz.ch/2538/10-millionen-schweiz/die-grosse-ablenkung/!WD054VKCH15T
[3] https://www.woz.ch/2550/svp-initiative/nie-mehr-apfelbaum/!4ZSMF9GKEFVQ
[4] Si veda per esempio Julia Cagé & Thomas Piketty, Une histoire du conflit politique : élections et inégalités sociales en France 1789–2022, Seuil, 2023.
[5] Daniel Oesch & Line Rennwald, «La disparition du vote ouvrier ? Le vote de classe et les partis de gauche en Suisse», in Sarah Nicolet & Pascal Sciarini (a cura di), Le destin électoral de la gauche. Le vote socialiste et vert en Suisse, Georg éditeur, 2010, pp. 220-258.
[6] Silja Häusermann et al., Wählerschaft und Perspektiven der Sozialdemokratie in der Schweiz, NZZ Libro, 2022.
[7] Johannes Hillje, Rückkehr zu den politisch Verlassenen, Das Progressive Zentrum, 2018; e Christina Guthier et al., Erschöpfung 2023. Eine Untersuchung zu Wahrnehmung, Ursachen und Einstellungen, 2024.
[8] Benoît Bréville, «Qui sont les électeurs du Rassemblement national ?», Le Monde diplomatique, marzo 2015.
[9] Félicien Faury, Des électeurs ordinaires. Enquête sur la normalisation de l’extrême droite, Seuil, 2024.
[10] Si veda per esempio Christophe Guilluy, Le temps des gens ordinaires, Flammarion, 2020.
[11] Silja Häusermann et al., op. cit.
[12] Thomas Coutrot, «Le bras long du travail», Documento di lavoro Ires, 2024.
[13] Marlene Carvalhosa Barbosa & Alessandro Pelizzari, «In fondo alla scala: la produzione dei lavoratori e delle lavoratrici poveri», in A. Pelizzari (a cura di), Le prix de la dignité. Les politiques du salaire minimum en Suisse, Éditions HETSL, 2026 (di prossima pubblicazione).
[14] Baptiste Giraud, «I contesti di lavoro determinano il voto? Elementi di riflessione a partire dal caso delle classi popolari», in Collectiv ALCoV (a cura di), Les contextes du vote, Septentrion, 2025.
[15] Klaus Dörre, In der Warteschlange, Westfälisches Dampfboot, 2023.
[16] Yves Clot, Le travail à cœur. Pour en finir avec les risques psychosociaux, La Découverte, 2010.
[17] Thomas Coutrot & Coralie Perez, Redonner du sens au travail, Seuil, 2022.
[18] Christophe Dejours, Pratique de la démocratie. Servitude volontaire, travail et émancipation, Vrin, 2025.
[19] Thomas Coutrot, op. cit.; Alexis de Brito, «Dal voto di sinistra al voto RN: gli effetti politici delle traiettorie operaie in una segheria rurale», La Nouvelle Revue du Travail, vol. 26, 2025; Christian Pfeifer, Can Worker Codetermination Stabilize Democracies? Works Councils and Satisfaction with Democracy in Germany, Working Paper Series in Economics, n. 420, Leuphana Universität Lüneburg, 2023.
[20] Arlie Hochschild, Stolen Pride, The New Press, 2024.
[21] Carolin Amlinger & Oliver Nachtwey, Gekränkte Freiheit, Suhrkamp Verlag, 2022; idem, Zerstörungslust, Suhrkamp Verlag, 2025.