Numero unico anti-violenza: il Ticino opta per una soluzione low cost?
Pubblichiamo la presa di posizione, fortemente critica, del Collettivo femminista Io l’8 ogni giorno sull’attivazione del numero anti-violenza 142 annunciata negli scorsi giorni dal governo. Ricordiamo che, per anni, il Collettivo Io l’8 ogni giorno, ha rivendicato l’introduzione di questo numero. (Red)
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Il numero unico è un passo (obbligato) nella giusta direzione, ma affidarlo a servizi non specializzati rivela una scelta di risparmio inaccettabile. Combattere la violenza sulle donne richiede investimenti seri, non soluzioni di ripiego.
La misura e i suoi limiti
L’attivazione del numero unico anti-violenza rientra tra gli obblighi delle nazioni che, come la Svizzera, hanno sottoscritto la Convenzione di Istanbul. Ma la scelta del Consiglio di Stato di affidarne la gestione al Servizio LAV e alla Federazione Cantonale Ticinese Servizi Autoambulanze solleva interrogativi che non possiamo ignorare: sulla qualità dell’accoglienza, sulla coerenza della rete, sulla reale capacità di rispondere ai bisogni delle vittime. Ci chiediamo se a guidare questa scelta non siano state, più che i bisogni delle donne, le esigenze del bilancio cantonale.
Una scelta di risparmio: inaccettabile!
Affidare un servizio così delicato a strutture già impegnate su altri fronti – invece di investire in personale dedicato e formato – ha il sapore di una soluzione al ribasso. Quando si risparmia sulla protezione delle donne che subiscono violenza, il costo ricade su di loro: in termini di vite, di sicurezza, di dignità.
Non è accettabile che il Cantone risparmi sulla vita delle donne.
Costruire un sistema di protezione serio ha un costo che la collettività è tenuta ad assumersi. Chiediamo che il prossimo bilancio cantonale preveda risorse adeguate e dedicate per un sistema antiviolenza all’altezza della situazione.
Ascolto specializzato: non è negoziabile
Le donne che subiscono violenza – in particolare violenza domestica e violenza sessuale – hanno diritto a un ascolto competente, dedicato e non giudicante. Quando trovano il coraggio di chiedere aiuto, spesso dopo mesi o anni di silenzio, devono trovare interlocutrici e interlocutori formati, concentrati esclusivamente su di loro. La violenza di genere non è un’urgenza «tra le altre»: richiede tempo, continuità, attenzione e una preparazione specifica.
Risposte H24: la promessa mancata
Al di fuori degli orari d’ufficio del LAV, le chiamate vengono deviate a un servizio che invita a richiamare dal lunedì al venerdì, dalle 9:00 alle 16:00. Una donna che vive con il partner violento o che riesce a telefonare solo in momenti di relativa sicurezza non può essere rimandata a un orario d’ufficio. Questo tradisce la logica stessa di un numero attivo 24 ore su 24. Se le risorse non ci sono, è perché non si è scelto di investirci.
Il diritto di parlare con una donna
Per molte donne – soprattutto per chi ha subito violenza sessuale – la possibilità di parlare con una professionista donna non è un dettaglio: è una condizione essenziale per potersi aprire. Non è chiaro se la linea fuori orario sarà gestita da personale femminile, e questa incertezza è inaccettabile in un servizio che deve essere costruito attorno ai bisogni delle vittime.
Verso un vero centro antiviolenza cantonale
La scelta di coinvolgere la Federazione delle ambulanze appare come la via meno costosa: un servizio già esistente, da riutilizzare. Ma questo approccio frammenta ulteriormente una rete già complessa, in cui le donne devono già interagire con una molteplicità di servizi (case protette, Servizio LAV, polizia, ARP, UAP, servizi sanitari) senza coordinamento efficace. È ora di immaginare un vero centro antiviolenza cantonale, in cui competenze sociali, psicologiche, sanitarie e legali siano riunite in un’unica struttura. Un investimento strutturale, non una somma di soluzioni di fortuna.
Il confronto con il quadro federale
Il Ticino si inserisce inoltre in un quadro federale disomogeneo: i cantoni hanno adottato modelli diversi, generando differenze di trattamento che incidono direttamente sui diritti delle vittime. Un numero unico nazionale avrebbe potuto garantire uniformità, qualità e accesso paritario. La scelta cantonale rischia invece di isolare il Ticino e di offrire un servizio inferiore rispetto ad altre regioni del Paese.
La nostra posizione
Accogliamo l’introduzione di un numero dedicato, ma lo diciamo con chiarezza: non è sufficiente. Chiediamo che il Ticino smetta di cercare la soluzione più economica e inizi a costruire quella più efficace. Le donne del nostro cantone meritano un sistema all’altezza della gravità del fenomeno e della loro dignità.