Per un’alternativa politica e sociale, un dibattito necessario

Pubblichiamo questo contributo al dibattito sulle prospettive della sinistra. L’articolo è stato scritto prima degli interventi odierni (cfr La Regione di mercoledì 11 marzo) di Marina Carobbio e Anna Biscossa; tuttavia può essere considerato come una prima replica a quegli interventi poiché affronta, da un punto di vista diverso, le stesse questioni. (Red)

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Tempestivamente (quasi una risposta preventiva), Fabrizio Sirica ha anticipato su Naufraghi del 6 marzo quella che immagino sia la sua posizione rispetto all’appello «È ora di cambiare» apparso su La Regione di sabato 7 marzo, diffuso attraverso diversi siti e che in tre giorni ha già ricevuto il sostegno di circa 200 militanti di orizzonti diversi della sinistra.

Egli afferma, in buona sostanza, che non sia necessario aprire una discussione sulla politica che deve condurre la sinistra: sembra suggerire che si deve continuare così, business as usual. Va tutto bene, inutile aprire un dibattito strategico; basta invece coordinare in modo più organico ciò che già oggi viene fatto. Concretezza è la sua parola d’ordine.

Da qui la sua insistenza su quello che egli chiama il progetto di un “casa progressista”. Iniziativa simpatica quella di Sirica; ma che, in realtà – lo dico senza tema di smentita – fa riferimento ad un paio di riunioni che per il momento non sono arrivate ad alcuna conclusione pratica; l’ultima volta ci siamo lasciati con la consapevolezza comune che, comunque, questo “progetto” si dovesse e potesse al massimo concretizzare in due o tre riunioni di coordinamento all’anno (per le varie campagne in atto – leggi votazioni su referendum o iniziative–, per organizzare il 1° maggio e poco altro); e con l’impegno di presentare una nuova bozza di questo funzionamento minimo. Soprattutto da parte sindacale si è insistito in questa direzione, ricordando che le organizzazioni sindacali non hanno ancora nemmeno discusso – con i loro associati e nelle loro istanze direttive – di questa prospettiva. A noi, e per questo abbiamo aderito alla proposta, questa ipotesi di coordinamento va bene e vi parteciperemo, anche se è evidente che in essa – qualora si concretizzi – non vi è nulla di utile per interrogarsi sul cambiamento della fase politica che stiamo vivendo e individuare i percorsi strategici per farvi fronte.

I temi posti dall’appello “È ora di cambiare” apparso in questi giorni sono tutt’altra cosa. Esso chiede di prendere atto del profondo cambiamento della fase politica – a livello locale, nazionale e internazionale – e della necessità di aprire un vero dibattito politico sulle strategie della sinistra.

Viviamo infatti in un contesto segnato da una crisi profonda del capitalismo, dall’acuirsi delle tensioni geopolitiche e dei venti di guerra, dal ritorno di logiche imperialiste sempre più aggressive e dall’avanzata, in molti paesi, di forze di estrema destra autoritarie e fasciste. In una fase come questa, la sinistra non può limitarsi alla gestione ordinaria dell’esistente: deve interrogarsi sulle proprie strategie, sulle proprie alleanze e sulla propria capacità di costruire opposizione sociale e politica.

Una strategia che deve sicuramente essere unitaria – a tutti i livelli – ma che non può evitare di interrogarsi sui limiti delle politiche concertative e di collaborazione con i partiti borghesi, di fronte alla profondità dell’attacco ai diritti sociali e democratici portato avanti proprio da questi partiti, sempre più spesso in sintonia con gli orientamenti della destra più reazionaria. Basterebbe citare, limitandosi a questioni recenti e decisive, il loro atteggiamento in merito alla messa in pratica dell’iniziativa sul 10% e alla revisione della legge sulle stime immobiliari.

Una politica di opposizione, di indipendenza e di rifiuto di una logica concertativa ad ogni costo è oggi più che mai necessaria per permettere di fare concreti passi avanti a favore dei salariati e delle salariate.

Un piccolo esempio può illustrare cosa intendiamo. Qual è stata la molla che ha convinto l’Unione Sindacale Svizzera a lanciare (nel 2021) l’iniziativa per una 13ª mensilità AVS? Senza ombra di dubbio la sconfitta del “compromesso” architettato attorno al progetto PV 2020, respinto in votazione popolare nel 2017. Quel progetto prevedeva, tra le altre cose, anche l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne da 64 a 65 anni. In cambio, i futuri pensionati (e solo le future pensionate, non quelle che già ricevevano una rendita AVS) avrebbero ricevuto 70 franchi in più al mese. Il “compromesso” venne difeso dal PSS e da diverse federazioni sindacali a spada tratta, valorizzando proprio questa contropartita dei 70 franchi.

Fu invece il rifiuto di questa logica concertativa ad ogni costo a spingere alcuni settori sindacali – in particolare la SSP/VPOD romanda – insieme a diverse forze della sinistra radicale (SolidaritéS, MPS, Forum Alternativo, ecc.) e ai Verdi, a lanciare il referendum che portò alla bocciatura di PV 2020 al momento del voto popolare. Per farla breve: senza il lancio di quel referendum la 13ª AVS non avrebbe probabilmente mai visto la luce.

Questo appello contiene anche una novità: esprime l’auspicio che la sinistra, in questa prospettiva di opposizione e di unità, discuta della possibilità di presentarsi in modo unitario – con liste comuni per governo e parlamento – alle prossime elezioni cantonali e federali. Non è necessariamente la priorità immediata sulla quale discutere (non sono mai molto produttive le discussioni elettorali), ma è un tema che non può più essere eluso.

Non sappiamo se le ipotesi di unità e di opposizione che proponiamo nell’appello siano le più giuste. Le rilanciamo pubblicamente perché pensiamo che debbano essere oggetto di un ampio dibattito politico che non è più possibile rimandare. È un’urgenza che vale anche per realtà ben più grandi della nostra: basti pensare a paesi come la Germania, la Francia o l’Italia.

Le sottoponiamo, come abbiamo già fatto in passato, alla discussione e al confronto. È possibile che la maggioranza del “popolo di sinistra” la pensi diversamente. Ma sarà difficile prenderne coscienza senza sviluppare una discussione aperta, plurale e approfondita.

Invitiamo quindi a prendere atto di quanto scriviamo. Non è un appello contro nulla e nessuno; non è una manovra elettorale, men che meno un atto di sfiducia verso qualcuno. È un appello di persone, di militanti, che si interrogano sul che fare nel momento in cui gli equilibri del capitalismo neoliberale tendono a modificarsi in profondità e pericolosamente con tutte le conseguenze del caso.

*articolo apparso su Naufraghi mercoledì 11 marzo 2026