Cuba. L’arte del negoziato “modello Avana”
A febbraio, il segretario di stato americano Marco Rubio ha incontrato Raul Guillermo Rodriguez-Castro, nipote di Raúl Castro, in occasione di una riunione della Comunità Caraibica (CARICOM) sull’isola di Saint Kitts. Le spedizioni di petrolio venezuelano verso Cuba erano già state interrotte in seguito al rapimento del presidente Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti. Poco dopo, Donald Trump ha ordinato il blocco di tutte le spedizioni di petrolio verso l’isola, indipendentemente dalla provenienza, sebbene in seguito abbia consentito a una petroliera russa di effettuare una consegna, la prima da gennaio.
L’incontro a Saint Kitts è stato seguito da negoziati tra rappresentanti di Cuba e degli Stati Uniti. Sono emerse poche informazioni sul contenuto delle discussioni, ma Cuba ha dichiarato la propria disponibilità a pagare una somma forfettaria a titolo di risarcimento per le confische effettuate all’inizio degli anni ’60, somma che Washington distribuirà a circa 6.000 richiedenti (tra imprese e privati). Il governo cubano ha già concluso accordi simili con Canada, Svizzera, Regno Unito e Francia, sebbene le somme in gioco fossero considerevolmente inferiori.
Le due parti troveranno più facile raggiungere un accordo sulle questioni economiche che su quelle politiche. Negli ultimi anni, il governo cubano ha fatto diverse concessioni al settore privato, anche se spesso le ha poi revocate. Ciononostante, il settore privato controlla attualmente la maggior parte del commercio al dettaglio. Il monopolio statale sul commercio estero si è indebolito, poiché le aziende private hanno potuto importare più merci dall’estero. E, cosa ancora più importante, il numero di cubani impiegati nel settore privato è aumentato considerevolmente, rappresentando ora circa un terzo della forza lavoro. È stata recentemente approvata una legge che autorizza la creazione di partenariati pubblico-privati, anche se gli effetti concreti di questa politica restano ancora da valutare.
Il Cuban Liberty Act
Esistono, tuttavia, seri ostacoli a un accordo economico con gli Stati Uniti. A differenza del Venezuela, Cuba ha poco da offrire economicamente. Del settore dello zucchero non rimane praticamente nulla. Per quanto riguarda il turismo, c’è una pletora di hotel di lusso nuovi, ma vuoti. Vecchi edifici, strade, auto private, trasporti pubblici e servizi come la raccolta dei rifiuti sono tutti in stato di degrado. Le amministrazioni statunitensi, siano esse repubblicane o democratiche, saranno inclini a insediarsi a Cuba per raccogliere i frutti dei progetti di ricostruzione e dei servizi, ignorando il resto. I cubani che vedono negli Stati Uniti un salvatore economico sono destinati alla delusione. Quando una potenza imperialista interviene in un paese meno sviluppato, esiste una fondamentale asimmetria tra la ricerca del profitto da parte della metropoli imperiale e i bisogni materiali delle sue colonie.
Per gli Stati Uniti, esistono significativi ostacoli legali e politici a un accordo con Cuba. La legge Helms-Burton del 1966 [ufficialmente denominata Cuban Liberty and Democratic Solidarity Act] ha sistematizzato e rafforzato il blocco economico dell’isola. Questa legge [con portata extraterritoriale] è destinata a rimanere in vigore fino all’instaurazione della “democrazia” a Cuba. Può essere abrogata solo dal Congresso (il che ha ostacolato i tentativi di Barack Obama, durante il suo secondo mandato (gennaio 2013-gennaio 2017), di ristabilire le relazioni con Cuba). Il Titolo III della legge autorizza i cittadini statunitensi a citare in giudizio le aziende straniere che “commerciano” beni confiscati dal governo cubano, sebbene i presidenti degli Stati Uniti possano sospendere questa disposizione. Ogni presidente, da Bill Clinton a Joe Biden, repubblicano e democratico, lo ha fatto, con l’eccezione di Donald Trump.
Relativamente pochi cittadini cubano-americani hanno intentato cause legali per ottenere un risarcimento o per rivendicare le proprie proprietà. Ma la situazione potrebbe cambiare se Trump raggiungesse un accordo con Cuba simile a quello stipulato con il Venezuela. La maggior parte dei cubano-americani sarebbe scontenta di qualsiasi accordo che mantenga la famiglia Castro al potere. Ciò potrebbe avere ripercussioni elettorali anche per i repubblicani: in Florida, il 5-6% degli elettori è di origine cubana.
Gli ostacoli alla “democrazia”
Per quanto riguarda il governo cubano, è improbabile che commetta un suicidio politico rinunciando al monopolio del Partito Comunista, che la Costituzione pone al di sopra della Costituzione stessa. Né il governo permetterà una democratizzazione significativa della società cubana. Potrebbe tuttavia essere disposto a riattivare il Registro delle Associazioni e ad allentare – in una certa misura – i criteri per la registrazione di nuove associazioni. La Legge sulle Associazioni del 1985 stabilisce che nessun nuovo gruppo può essere registrato se ha obiettivi identici o simili a quelli di un gruppo già registrato. Ciò impedisce la formazione non solo di partiti politici diversi dal Partito Comunista, ma anche di qualsiasi associazione che possa competere con organizzazioni affiliate al partito, come la Federazione delle Donne Cubane o la Confederazione dei Lavoratori Cubani.
Il governo cubano probabilmente accetterebbe il rilascio dei suoi circa mille prigionieri politici, pur non rinunciando ad espellerli al momento della liberazione (come già fatto in passato). Sarebbe ancor più interessato a selezionare gli esuli politici a cui sarebbe consentito il rientro: la priorità verrebbe data a coloro che sono disposti a investire nel paese.
Una vera democrazia non interessa nessuno
È fondamentale comprendere che non c’è assolutamente nulla di democratico nei negoziati tra i rappresentanti di Trump e il governo cubano. Se si raggiungerà un accordo, sarà il puro prodotto di una politica imposta dall’alto. A differenza dei precedenti presidenti statunitensi, Trump non ha nemmeno affermato di avere una giustificazione democratica per la sua politica estera, e questi negoziati non porteranno alcuna significativa democratizzazione a Cuba (tranne forse una maggiore liberalizzazione economica). Ciò che Trump spera realmente di ottenere attraverso questi negoziati è sconfiggere il governo cubano per riaffermare e consolidare il controllo degli Stati Uniti sul Sud America e sull’“emisfero occidentale”. Dato lo squilibrio di potere, il governo cubano cerca principalmente di guadagnare tempo, sperando che un’amministrazione post-Trump gli permetta di recuperare parte del suo potere. Ma non c’è dubbio che questo governo dovrà fare sostanziali concessioni a Washington per sopravvivere.
Eppure il regime cubano non abbandonerà mai le sue rivendicazioni “rivoluzionarie”, a prescindere dalle ritorsioni di Trump. L’America Latina ha visto esempi di pose rivoluzionarie che mascheravano una deriva conservatrice. Dai primi anni ’40 ai primi anni ’80, il Messico era nominalmente una repubblica democratica, ma in realtà era uno stato a partito unico i cui cosiddetti partiti di opposizione erano controllati dal Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) al potere. C’era un certo grado di libertà di stampa, a patto che i giornalisti non sfidassero seriamente il PRI.
Nonostante le numerose industrie nazionalizzate del Messico, la crescita economica del secondo dopoguerra derivò sempre più dal fiorente settore privato. Come parte della sua copertura “rivoluzionaria”, il PRI sostenne la Rivoluzione cubana, rendendo il Messico l’unico paese latinoamericano a mantenere relazioni diplomatiche con Castro per molti anni. Allo stesso tempo, tuttavia, concesse alla CIA carta bianca, autorizzando, tra le altre cose, la sorveglianza delle persone in viaggio verso Cuba attraverso gli aeroporti messicani.
* docente e attivista, professore emerito di Scienze politiche alla City University of New York (CUNY), membro dell’organizzazione Jewish Voice for Peace. Questo articolo è apparso il 1° aprile 2026 sulla London Review of Book