Guerra in Iran: ma che fine hanno fatto i BRICS?
I BRICS rappresentano metà dell’umanità e il 40% del PIL mondiale. Ci si sarebbe quindi potuti aspettare che l’alleanza intervenisse diplomaticamente in aiuto di uno dei suoi membri, l’Iran, bersaglio di un’offensiva militare al di fuori di qualsiasi quadro legale e con conseguenze gravemente destabilizzanti per le economie del Sud globale. E invece, nulla. Silenzio radio, o quasi.
«I BRICS devono agire per far cessare immediatamente l’aggressione israelo-americana contro l’Iran!», aveva dichiarato il presidente iraniano al primo ministro indiano tre settimane dopo l’inizio delle ostilità (Hindustan Times, 21/03/2026). L’India detiene infatti la presidenza di turno di questa crescente alleanza di paesi emergenti, il cui ampliamento a dieci membri nel 2024 e poi a undici nel 2025 era stato considerato da molti osservatori un momento cruciale nella storia delle relazioni internazionali.
Rappresentando ormai metà dell’umanità e il 40% del PIL mondiale, i BRICS sembravano in grado di incidere sui rapporti di forza di un ordine mondiale sbilanciato a favore dell’Occidente. Ci si sarebbe quindi potuti aspettare che l’alleanza intervenisse diplomaticamente in soccorso dell’Iran, colpito da un’offensiva militare fuori da ogni quadro legale e con ricadute fortemente destabilizzanti sulle economie del Sud globale.
E invece, nulla. Silenzio radio, o quasi. La riunione dei ministri degli Esteri del gruppo, il 24 aprile a Nuova Delhi, non ha prodotto alcun comunicato. «Non è stato possibile raggiungere un consenso su questo conflitto specifico», ha precisato il paese ospitante, l’India. Un silenzio tanto più significativo se si considera che la precedente campagna di bombardamenti contro l’Iran, nel giugno 2025, aveva invece portato a una condanna comune dei BRICS il mese successivo. E per una ragione precisa: nell’attuale guerra, altri due paesi membri – Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita – sono stati colpiti dai tiri di rappresaglia iraniani, poiché ospitano basi militari statunitensi. Per questi paesi era impossibile approvare una dichiarazione che condannasse Israele e gli Stati Uniti risparmiando il paese che li stava bombardando.
Tre categorie di posizionamento
Più in generale, la guerra in Iran ha messo in evidenza le linee di frattura geopolitiche che attraversano i BRICS “allargati”. Il gruppo si è diviso in tre categorie di posizionamento.
Quattro paesi hanno condannato esclusivamente l’attacco israelo-americano: Iran, Russia, Cina e Brasile. Un numero equivalente di membri ha invece condannato soltanto la risposta iraniana: Emirati, Arabia Saudita, Egitto (fortemente dipendente finanziariamente dai primi due), ma anche l’India. La parzialità di Narendra Modi, non apertamente dichiarata perché in evidente contraddizione con la tradizione indiana del non allineamento, si inserisce in una traiettoria di avvicinamento strategico agli Stati Uniti (complicata dal ritorno di Trump) e, più recentemente, a Israele, giustificata dalla duplice rivalità con Cina e Pakistan.
Infine, tre paesi stanno giocando un delicato equilibrio (“balancing act”) evitando di condannare formalmente uno dei due schieramenti: Indonesia, Sudafrica ed Etiopia. L’assenza di denunce dei bombardamenti israelo-americani è tuttavia considerata da molti in Indonesia – altro grande paese del non allineamento – come una deviazione rispetto alla politica estera “libera e indipendente” del paese, causata dall’allineamento del presidente Prabowo Subianto a Trump e Netanyahu, testimoniato tra l’altro dalla presenza iniziale dell’Indonesia nel Consiglio per la pace promosso da Trump.
Da parte sua, il Sudafrica, tradizionale alleato dell’Iran e storicamente in prima linea nella critica a Israele, ha condannato «le violazioni del diritto internazionale» già dal primo giorno della guerra, ma il comunicato iniziava con un appello al dialogo e non menzionava né gli Stati Uniti né Israele. Infine, l’Etiopia, che intrattiene relazioni cruciali con tutti i belligeranti, soprattutto nell’ambito della sua priorità strategica di accesso al Mar Rosso, si limita a un linguaggio generico mantenendo aperta la comunicazione con tutte le parti.
Un forum come altri
Le divergenze di interessi di sicurezza tra i paesi membri impediscono dunque ai BRICS di esprimersi con una sola voce nella crisi mediorientale. Il raggruppamento non è servito né come piattaforma di denuncia dell’imperialismo occidentale, né come meccanismo di sicurezza collettiva, né come forum per la ricerca di una soluzione tra le parti in guerra.
Diversi suoi membri – Arabia Saudita, Egitto e Cina – hanno tuttavia svolto un ruolo decisivo nelle riunioni che hanno portato il Pakistan a essere scelto come mediatore dei negoziati tra Stati Uniti e Iran… con grande disappunto di Nuova Delhi, che vede così il proprio rivale acquisire credibilità sulla scena mondiale.
Al di là dell’irascibilità di Trump, che spinge gli Stati ad attenuare le proprie critiche (sia al Sud che al Nord del mondo), è l’intreccio contraddittorio di alleanze internazionali e regionali della maggior parte dei membri a complicare gli allineamenti e a limitare, se non compromettere, la capacità dei BRICS di presentarsi come un blocco geopolitico.
Questa relativa impotenza non rende tuttavia il gruppo obsoleto. Da un lato, perché non si può escludere che le ricomposizioni provocate da questo nuovo episodio di unilateralismo trumpiano finiscano col rafforzare, nel lungo periodo, il ruolo dei BRICS. Dall’altro, perché la coalizione ha altri cantieri aperti – tra cui la riforma della governance mondiale e la cooperazione economica e tecnica tra i membri – che restano pienamente attuali.
In definitiva, i BRICS costituiscono un forum tra gli altri, che consente ai suoi membri di coordinarsi su alcune questioni e di accedere a determinate risorse, ma che non risponde all’insieme dei loro interessi strategici in un contesto mondiale sempre più incerto e frammentato.
*Articolo apparso sul sito del CETRI l’8 maggio 2026. Il Centro Tricontinentale (CETRI) è un centro di ricerca, editoria e formazione dedicato alle relazioni Nord-Sud e alle sfide della globalizzazione in Africa, Asia e America Latina.