La “democrazia comunale” alla prova della sua inutilità

I consigli comunali, è noto, servono a poco. Discutono questioni sulle quali, molto spesso, non hanno alcun reale potere decisionale, poiché dipendono da istanze superiori (il Cantone e, talvolta, la Confederazione). Per giustificare questa limitata efficacia — e, in fondo, il proprio operato — i rappresentanti dei partiti maggiori, soprattutto in periodo elettorale, ricordano che i margini di manovra dei Comuni sono ristretti e che, ad esempio in ambito finanziario, tre quarti delle spese — quando non di più — sono vincolati a decisioni “obbligatorie” (ossia al rispetto di leggi e disposizioni cantonali o federali).
Naturalmente, costoro omettono di dire che se i margini di manovra sono così ridotti — lasciando intendere che, in caso contrario, saprebbero realizzare politiche efficaci e rispondere adeguatamente ai bisogni della cittadinanza — è perché esiste una legge, la Legge organica comunale, che stabilisce limiti e doveri dell’ente comunale. E che questa legge, così come le decisioni che scaricano costi e compiti sui Comuni, è approvata dalle stesse maggioranze politiche che governano a livello locale. Il solito teatrino.
Queste riflessioni si sono riproposte negli scorsi giorni, di fronte all’annuncio dei risultati dei consuntivi dei principali centri del Cantone (Bellinzona, Lugano, Mendrisio, ecc.), che celebrano con entusiasmo risultati di gran lunga migliori rispetto ai preventivi. Si tratta di uno scenario che si ripete ormai da anni e con il quale i Municipi delle principali città convivono — colpevolmente — con grande disinvoltura, sfruttandone appieno le implicazioni politiche.
Già cinque anni fa, commentando il consuntivo 2021 della Città di Bellinzona, scrivevamo:
Il secondo punto pone problemi di fondo relativi al funzionamento del quadro democratico, al senso stesso di quanto viene detto e fatto negli organi che amministrano la città. È evidente come la determinazione del gettito fiscale (e, di conseguenza, del risultato dei conti preventivi) condizioni di fatto l’intero dibattito politico. Qualsiasi proposta che comporti nuove spese, in un contesto in cui è preventivato un disavanzo significativo, può essere facilmente respinta in nome della difficile situazione finanziaria; una situazione che, poche settimane o mesi dopo, può rivelarsi completamente diversa. Tale contesto viene sistematicamente utilizzato come alibi per respingere proposte magari giudicate anche interessanti, ma ritenute troppo onerose. Non è superfluo sottolineare come, in queste condizioni, il concetto stesso di democrazia — intesa come gestione partecipata della cosa pubblica — risulti profondamente compromesso, poiché il dibattito politico viene distorto da premesse finanziarie incerte e spesso fuorvianti. In sostanza, la discussione, il confronto di idee e il dibattito sulle prospettive diventano quasi superflui: a risultare decisivi sono elementi finanziari incontrollabili e imprevedibili”.
Da allora, questa dinamica non ha fatto che peggiorare, ovunque. E viene spontaneo chiedersi se, considerando che il dibattito su preventivi e consuntivi è ritenuto l’espressione più alta della “democrazia comunale”, se con le attuali regole e strutture tutta questa sceneggiata abbia ancora un senso. Non lo crediamo.