Neutralità. Uno strumento operativo del capitalismo svizzero
Neutralità: per chi si pone, come noi, da un punto di vista internazionalista è quasi una bestemmia. Nulla che abbia, abbia avuto o possa avere a che fare con le migliori tradizioni del movimento operaio. Le tradizioni peggiori invece – che dall’internazionalismo sono scivolate verso un generico pacifismo – sono finite, alla fine, per accodarsi ai progetti e alle politiche dei rispettivi imperialismi nazionali.
Internazionalismo contro neutralità: per noi significa difesa incondizionata dei diritti dei popoli, qualunque sia il contesto di governo e quello che oggi si definisce “geopolitico”. Diritti dei popoli che sono chiari: dai diritti democratici più elementari (da quelli politici a quelli sindacali e associativi), al diritto all’autodeterminazione, fino ai diritti delle minoranze linguistiche, culturali, razziali, ecc. Diritti talmente calpestati – oggi come ieri – e così frequentemente al centro delle notizie quotidiane che chiunque può comprendere, anche intuitivamente, di cosa parliamo.
Nel dibattito sulla neutralità – rilanciato in Svizzera dall’estrema destra, che ha proposto anche un’iniziativa sulla quale saremo chiamati a votare, per coprire una politica sovranista e nazionalista simile a molte altre in Europa – dobbiamo quindi affermare con forza che, di fronte alle guerre di aggressione (Ucraina, Gaza e Palestina, Iran), stiamo con i popoli aggrediti; che, di fronte ai tentativi di strangolare la sovranità popolare (come a Cuba, per citare solo l’ultimo esempio), siamo dalla parte dei popoli colpiti; che, di fronte ai tentativi di rimettere in discussione il diritto all’autodeterminazione, sosteniamo le rivendicazioni dei popoli che si difendono.
E, naturalmente, la nostra posizione qui e ora in Svizzera non può che essere quella di chiedere al governo del nostro paese un atteggiamento di solidarietà e di partecipazione attiva alla difesa dei diritti dei popoli: esattamente il contrario della neutralità o di una partecipazione “a geometria variabile”, che dice sì alle misure di solidarietà con l’Ucraina e resta in silenzio di fronte al massacro in Palestina.
Questa posizione, intrinsecamente internazionalista, assume un rilievo decisivo in un paese come la Svizzera, che è uno dei maggiori paesi imperialisti: non un piccolo Stato che ospita organizzazioni internazionali e si mette al servizio della pace, ma uno snodo fondamentale dell’imperialismo mondiale, seppur in posizione gerarchicamente subordinata rispetto a potenze come Stati Uniti e Cina.
Il testo che segue, frutto di un lavoro di ricerca del compagno Elia Agostinetti, ripercorre la vicenda della neutralità svizzera e ne mette utilmente in evidenza il carattere di classe, al servizio dell’imperialismo svizzero. (Red)
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La ricostruzione storica rende evidente una tesi semplice: la neutralità svizzera non è un principio eterno, non è una scelta morale, non è una vocazione umanitaria. È uno strumento operativo del capitalismo svizzero che si è riconfigurato ininterrottamente per due secoli. Nasce come compromesso geopolitico imposto dalle grandi potenze nel 1815. Si trasforma in atout strategico nell’età imperialista. Diventa modello economico esplicito nelle due guerre mondiali. Si specializza in paradiso fiscale e piazza di trading nel dopoguerra. Serve il capitale globale nella fase neoliberale. Resiste, come ideologia e come dispositivo giuridico, alla frammentazione in corso.
La storia della neutralità
Dopo la caduta di Napoleone, la Svizzera è vista come un cuscinetto tra due potenze belligeranti: Francia e Austria. Le viene quindi imposta la neutralità nell’interesse degli Stati europei nel Congresso di Vienna del 1815. Durante la guerra franco-prussiana e la Grande Guerra, rivendicare la neutralità ha permesso di non precludersi mercati molto redditizi. La neutralità, in questa fase, nasce come soluzione di compromesso tra grandi potenze. Dura sessant’anni prima di essere trasformata in mito identitario. Nel XIX secolo, come ricorda Meuwly, «la neutralità non si impone come principio guida. È solo la conseguenza di una Svizzera indipendente che si afferma sulla scena internazionale». Gli svizzeri non la rivendicano: la subiscono e, progressivamente, imparano a monetizzarla.
Già nel XVI secolo i grandi mercanti e banchieri di Ginevra, Basilea e Zurigo sono al cuore delle reti internazionali di circolazione delle merci e dei crediti. L’origine della fortuna della grande famiglia borghese de Pury — uno degli ispiratori del famigerato Libro Bianco del 1993 — deriva dallo sfruttamento di centinaia di schiavi importati con la forza dall’Africa in immense proprietà agricole in America.
Negli anni 1860 gli oligarchi basilesi fanno lobbying presso il Parlamento inglese e partecipano direttamente alla lunga guerra coloniale contro il Ghana. Ricompensa: all’inizio del ‘900 la Basler Handelsgesellschaft è una delle maggiori società al mondo di esportazione del cacao. Nel 1957, quando il Ghana è la prima colonia europea d’Africa a conquistare l’indipendenza, l’oratore svizzero alla festa del 1° agosto degli espatriati elvetici conclude il suo discorso con: «Vive le canton suisse Ghana!». Hanno quindi cambiato bandiera — mettendosi contro gli inglesi — per mantenere la propria posizione dominante.
Intanto, la collaborazione con l’Impero inglese non impedisce loro di partecipare alle guerre imperialiste e coloniali tedesche in Namibia, Sierra Leone e Camerun e a quella francese in Africa occidentale, reclutando truppe o fondando direttamente compagnie commerciali. Non avendo flotta né eserciti, la Svizzera si vende come arbitro. Gioca sulle contraddizioni tra grandi potenze per piazzare le proprie pedine. L’ambasciatore francese a Berna Camille Barrère (1894-1897) lo aveva capito benissimo: «La marine de la Suisse, c’est l’arbitrage».
Da un lato, la borghesia svizzera è tanto imperialista quanto le sue rivali. I grandi gruppi svizzeri esportano capitali su larga scala. Nel 1913 la Svizzera è il Paese al mondo con il maggior volume di investimenti diretti all’estero pro capite: 700 dollari pro capite, contro 440 del Regno Unito, 320 dei Paesi Bassi — tanto quanto le due maggiori potenze imperiali messe insieme.
Nel 1914-1915 i circoli dirigenti svizzeri considerano seriamente di abbandonare la neutralità ed entrare in guerra a fianco del Reich tedesco, nella speranza di ottenere colonie africane e un corridoio verso il Mediterraneo. Giudicano l’operazione troppo rischiosa e scelgono di mantenere la neutralità. È questa scelta del 1914-1915 che rivela la natura politica della neutralità svizzera: non una vocazione pacifica, ma un calcolo strategico freddo. Restare neutrali paga di più che fare la guerra: industriali e banchieri svizzeri fanno affari d’oro con entrambi i campi belligeranti. La Svizzera non sceglie: vende a entrambi i campi, presta denaro a entrambi, offre i suoi buoni uffici a entrambi. Il profitto è enorme. Alla fine della Seconda guerra mondiale, mentre l’Europa è distrutta, le banche svizzere sono intatte, piene dei capitali di chi ha voluto mettersi al sicuro — inclusi quelli di nazisti, di vittime del nazismo i cui eredi non li rivedranno mai, di dittatori di ogni colore.
Nel secondo dopoguerra, la scelta di non aderire alle Nazioni Unite gioca qui un ruolo decisivo. Le élite economiche e politiche svizzere non si sentono vincolate dalle decisioni della comunità internazionale. Fanno riferimento — come riporta Public Eye — «con veemenza alla neutralità federale». Il risultato operativo è che le aziende svizzere possono condurre dalla Svizzera operazioni commerciali impossibili da un altro Paese. Quando l’ONU decreta un embargo commerciale contro il regime di apartheid bianco in Rhodesia, l’azienda svizzera André & Cie (Losanna), quinta al mondo nel commercio di cereali, gioca un ruolo importante nell’aggiramento dell’embargo. Negli anni ’80, l’amministrazione Carter decreta il boicottaggio americano dei cereali contro l’Unione Sovietica dopo l’invasione dell’Afghanistan. André & Cie aggira il boicottaggio, raccogliendo gli affari abbandonati dalle imprese statunitensi. La Svizzera diventa uno Stato nel cuore dell’Europa che non si sente vincolato dalle decisioni dell’ONU e che garantisce al capitale globale — legale o illegale, pulito o sporco — un rifugio sicuro.
Con la caduta del Muro di Berlino, gli oligarchi russi — vecchi dell’era Eltsin e nuovi legati al KGB di Pietroburgo — cercano rifugio per i loro patrimoni. Londra e la Svizzera sono le due destinazioni privilegiate. In Svizzera arrivano con i bagagli: il paesaggio alpino, il segreto bancario, gli avvocati, i fiscalisti, le scuole private, i gioiellieri, gli orologiai, i notai. Un ecosistema intero si organizza attorno a loro. Nel 2002 lo stock di investimenti diretti svizzeri all’estero era di quasi 300 miliardi di dollari, ottavo al mondo. Considerando il netto (stock estero meno stock estero in Svizzera), il capitalismo svizzero sale al quarto rango mondiale.
Nel 2014, quando gli Stati Uniti e, in misura minore, l’Unione europea sanzionano gli oligarchi più vicini a Putin, la Svizzera non segue. Rifiuta di attaccare i suoi clienti. I milionari russi continuano a essere ben accolti. Le operazioni di commercio di materie prime continuano. Le gestioni patrimoniali continuano. Il 24 febbraio 2022 l’esercito russo invade l’Ucraina. Il modello svizzero della neutralità commerciale globale entra in crisi aperta. Per giorni il Consiglio federale esita. Il 28 febbraio 2022, sotto pressione internazionale e interna, la Svizzera riprende integralmente le sanzioni dell’Unione europea. La rottura è però in gran parte di facciata. Nella primavera del 2024, su pressione in particolare del PLR, il Consiglio nazionale decide di non aderire al gruppo di lavoro G7 REPO (Russian Elites, Proxies and Oligarchs), che coordina a livello internazionale la caccia agli averi degli oligarchi. La Svizzera rifiuta esplicitamente di partecipare al meccanismo internazionale che avrebbe reso le sanzioni effettive. I dati lo dimostrano: il patrimonio russo in Svizzera è stimato tra 150 e 200 miliardi di franchi secondo l’Associazione svizzera dei banchieri; quello congelato è di 7,4 miliardi al primo aprile 2025, secondo la SECO. Circa il 4-5% del totale.

Stesso discorso per il commercio. Il 60% del commercio russo di materie prime passa ancora attraverso imprese con sede nei cantoni di Ginevra e Zugo — le operazioni di trading di transito non sono coperte dalle sanzioni svizzere, in quanto la merce non tocca il suolo elvetico. Un’impresa con sede nel Canton Zugo è addirittura sospettata di essere coinvolta nel commercio di cereali razziati dai territori ucraini occupati. Anche le esportazioni di materiale dual-use verso la Russia proseguono, passando ora da Cina e Turchia, così come gli altri beni vengono fatti transitare attraverso Paesi dell’Unione economica eurasiatica (Kazakistan, Kirghizistan, Armenia, ecc., che non hanno alcuna frontiera doganale con la Russia), aggirando così le sanzioni, peraltro decise su pressione dell’UE. Dal 2022 le esportazioni svizzere verso l’Armenia crescono del 170%, verso il Kazakistan del 39%, verso l’Uzbekistan del 24%. Orologi, strumenti di precisione, bigiotteria, macchinari. Questo abbandono della neutralità, in realtà, è solo una facciata, in quanto il capitale ha trovato altre vie per tornare a fare affari anche con la Russia, con la complicità del Governo.
Neutralità al servizio del capitale: una legislazione accomodante e protettiva
(D)Accordi con tutti
La neutralità, permettendo alla Svizzera di non adottare sanzioni ed embarghi, concede una libertà economica che gli altri Paesi non possono fornire. La capacità della Svizzera di tenersi lontana dalle sanzioni economiche e dagli embarghi decretati dalle grandi potenze o dalle organizzazioni internazionali ha permesso ai trader di condurre dalla Svizzera operazioni commerciali impossibili da un altro Paese — in particolare con il Sudafrica dell’apartheid, la Rhodesia, l’Iran, l’URSS.
Inoltre, le banche svizzere diventano il luogo di rifugio privilegiato dei capitali dei ricchi del pianeta, indipendentemente dalla loro provenienza politica, etica o giudiziaria.
Accordi di libero scambio
Tramite i suoi accordi di libero scambio, la Svizzera fa dumping rispetto alle norme europee ed evita norme in materia di diritti umani e ambientali, mantenendo così un ruolo di buon partner commerciale. Nel recente accordo tra l’Associazione europea di libero scambio (AELS: Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda) — con Guy Parmelin in testa alle trattative — e l’India, quest’ultima ha dovuto adattare le proprie leggi per ostacolare giuridicamente i ricorsi contro brevetti farmaceutici abusivi o ingiustificati, senza effettuare alcuno studio sull’impatto sull’accesso alla salute, un diritto umano — a differenza di UE e Regno Unito. Sempre assenti le tutele in materia di ambiente e diritti dei lavoratori che invece l’UE include. Questa flessibilità ha permesso all’AELS di siglare un accordo di libero scambio prima dell’UE: un chiaro vantaggio concorrenziale per le aziende svizzere. L’accordo con il Mercosur sembra muoversi sulle stesse basi: secondo il Consiglio federale, un accordo che integri principi sui diritti umani o sull’ambiente sarebbe un pregiudizio per la sua “flessibilità”, e quindi per la politica estera del Paese, nonostante i grandi rischi per la foresta amazzonica e i diritti umani. Infine, la Svizzera è il solo Paese europeo ad avere un accordo di libero scambio con la Cina. Questo accordo non menziona minimamente i diritti umani, mentre l’UE rallenta su leggi che impediscano l’importazione di beni prodotti con lavoro forzato. Dopo l’accordo del 2014 con la Cina, il Consiglio federale ha decretato che questi accordi non dovranno essere messi ai voti: il referendum facoltativo è quindi l’unico strumento democratico possibile. Ciò permette alla politica economica esterna di rimanere lontana dal dibattito pubblico.
Protezione degli investimenti
Inoltre, la Svizzera permette alle sue aziende di fare causa ad altri Paesi sulla base di una densa rete di accordi di protezione degli investimenti e di tribunali arbitrali — inficiando qualsiasi politica di protezione dell’ambiente e della popolazione che potrebbe avere conseguenze sugli investimenti delle multinazionali. Ad esempio, nel 2022 il Segretariato di Stato all’economia (SECO) è intervenuto all’Organizzazione mondiale del commercio contro una legge messicana sulla salute pubblica — un’etichettatura frontale degli alimenti ultra-trasformati. L’intervento ha portato avanti le preoccupazioni del gruppo Nestlé. La Svizzera neutrale ha usato un proprio ufficio federale contro una legge sanitaria di un Paese sovrano per tutelare un’azienda privata svizzera.
Svizzera, casa perfetta per le multinazionali
Intorno a questa struttura legislativa si è costruita tutta una serie di elementi che fanno della Svizzera la casa perfetta per le multinazionali.
Negli anni Venti i cantoni svizzeri introducono regimi fiscali speciali per le multinazionali — regimi particolarmente vantaggiosi per rimpatriare i profitti realizzati all’estero senza pagare imposte, o quasi. Public Eye, nel suo studio sul commercio svizzero di materie prime, identifica proprio questi regimi cantonali degli anni Venti come il primo dei vantaggi comparati che renderanno la Svizzera, nel dopoguerra, capitale mondiale del trading.
La piazza finanziaria svizzera costruisce la propria posizione dominante nella gestione del patrimonio offshore mondiale: una quota stimata intorno al 30% del mercato globale, mentre gli altri centri (Gran Bretagna, Stati Uniti, Lussemburgo, Hong Kong) viaggiano tra il 5% e il 20%. Circa il 70% dei fondi offshore gestiti in Svizzera proviene da clienti di Paesi in via di sviluppo, e circa l’80% di questi capitali sfugge al fisco del Paese d’origine. Il risultato è una perdita fiscale stimata nell’ordine dei 40 miliardi di franchi l’anno per i Paesi poveri, contro un aiuto allo sviluppo della Confederazione di circa 1,6 miliardi nel 2006. Ciò significa che per ogni franco speso nel terzo mondo per aiuti allo sviluppo ben 25 franchi vengono sottratti al fisco di questi stessi Paesi. Il paradiso fiscale svizzero è, letteralmente, una macchina di sottrazione di risorse pubbliche dal Sud globale verso casseforti private del Nord.
Inoltre, grazie alle sue dimensioni ridotte, alla scarsa trasparenza riguardo ai finanziamenti politici e a una legislazione accomodante, la Svizzera fornisce alle multinazionali vari mezzi per esercitare pressioni politiche (lobbismo diretto o indiretto, passaggi facilitati dalla carica pubblica a quella privata e viceversa — come tra le aziende farmaceutiche e gli organi di controllo federali, finanziamento di campagne, partiti e parlamentari, finanziamento di studi ad hoc, influenza sui media e sul potere giudiziario, campagne sotto falso nome). A questo si aggiunge un tessuto di relazioni costruito su generazioni.
Anche quando una multinazionale viene condannata a risarcire profitti indebitamente accumulati, la Svizzera risulta vincente. All’inizio di agosto 2024, Glencore viene condannata per corruzione nella RDC a pagare una multa di 2 milioni di franchi e 128 milioni di compensazione per i guadagni ottenuti illecitamente. Nelle miniere di cobalto di Glencore nella RDC lavorano persone per un salario giornaliero equivalente a un cappuccino in Svizzera. Per fare spazio alle miniere e ai macchinari, interi quartieri sono stati rasi al suolo; i rifiuti chimici inquinano i fiumi, che sono l’unica fonte d’acqua della popolazione, il tutto grazie a bustarelle ai funzionari locali. Solo la denuncia di Public Eye del 2017 ha potuto far emergere questo commercio. Quand’anche un’azienda viene condannata per corruzione, le compensazioni per i guadagni ottenuti e le multe pagate vanno a riempire le casse svizzere: non vengono restituite al Paese (e men che meno alla popolazione) vittima di queste pratiche. Dal 2011 si tratta di 900 milioni di franchi rimasti nelle casse svizzere. Il Codice penale svizzero prevede la confisca dei beni ottenuti illecitamente, ma la legge federale sulla ripartizione dei valori patrimoniali confiscati sancisce che questi beni possono essere rimpatriati solo se il Paese interessato partecipa alla procedura penale, cosa che non è mai avvenuta, poiché i governi locali partecipano a questi casi di corruzione e non hanno quindi interesse a presentarsi come parte lesa contro le multinazionali. Diverse ONG e parlamentari hanno cercato di facilitare questi ristorni, ma sono sempre stati bloccati dal Parlamento federale. È un caso evidente di come la Confederazione guadagni sempre, anche sui crimini delle multinazionali, e che i “buoni uffici” non puntino a difendere o rimborsare le popolazioni.
L’esternalizzazione dei costi sociali, ecologici, economici
Le multinazionali svizzere dominano il mercato in una vasta gamma di settori, investono oltre 1000 miliardi di franchi all’anno all’estero e impiegano 2,5 milioni di lavoratori in tutto il mondo, più del doppio di quelli impiegati in Svizzera. Questa struttura permette di esternalizzare non solo i costi di produzione — tramite lo sfruttamento di forza lavoro a basso costo — ma anche l’impatto ecologico e sociale delle attività svizzere. Oltre la metà delle miniere delle imprese svizzere (Glencore, Vale, BHP, Trafigura) si trova nel Sud globale (Africa, Asia, Brasile). In Sudafrica l’estrazione di carbone contribuisce attivamente a rallentare la transizione climatica del Paese, esportando quindi l’impatto ambientale dei profitti di queste aziende. Nella RDC, tre imprese svizzere controllano oltre il 70% della produzione di cobalto del Paese, un materiale necessario alla transizione climatica la cui estrazione è molto dannosa per l’ambiente — anche qui si tratta di esternalizzare l’inquinamento. Le emissioni di CO₂ delle cinque più grandi aziende di materie prime svizzere sono 100 volte quelle dell’intera Svizzera. Nel 77% dei siti di estrazione dei metalli di transizione (rame, cobalto, litio), necessari alla transizione energetica, si registra almeno una violazione dei diritti umani, dei diritti del lavoro o un pericolo per l’ambiente. Il governo svizzero brandisce l’autoregolazione delle imprese, ovvero la buona volontà delle imprese di comportarsi in maniera integra e responsabile, scaricando così le proprie responsabilità.
Alcuni esempi
● Argor Heraeus di Mendrisio, una delle cinque maggiori raffinerie d’oro al mondo, importava oro illegale dalla Colombia, estratto distruggendo vaste aree di foreste, interi corsi d’acqua, avvelenando i fiumi con mercurio da parte di persone indagate dal governo colombiano e sotto arresto con sospetti di finanziamento di gruppi armati. Anche qui il governo federale si appoggia alla buona volontà delle imprese.
● Ancora Argor: viene denunciata da una ONG nel 2013, e il Ministero pubblico decide nel 2015 di archiviare il caso. L’accusa è di aver raffinato, tra il 2004 e il 2005, circa 3 tonnellate d’oro depredato nella RDC dal FNI, una milizia armata accusata di diversi massacri — quindi di aver direttamente finanziato il terrorismo, il riciclaggio e crimini di guerra. L’archiviazione deriva dal fatto che, seppur si ammetta che avrebbe dovuto, non ci sono prove che Argor conoscesse la provenienza dell’oro. Questa decisione del MP incoraggia chiaramente le raffinerie a ignorare le informazioni che potrebbero metterle a conoscenza di affari problematici, in modo da poter sempre dichiarare di non sapere nulla.
● UBS e BNS hanno investito oltre 9 miliardi di dollari in TotalEnergies, Chevron e Shell, che fanno fracking in Argentina con la protezione del governo argentino e a discapito delle comunità indigene locali (deportazioni forzate, distruzione dell’ecosistema, problemi di salute, inquinamento dell’acqua, ecc.).
● UBS e Credit Suisse finanziano negli anni 2000 le compagnie petrolifere operanti in Sudan, i cui proventi alimentano la guerra genocidaria del governo sudanese in Darfur.
● Nestlé vende in Sudafrica prodotti per neonati ad alto contenuto di zuccheri aggiunti (fortemente additivi per i bambini) che, se fossero venduti anche in Svizzera, dovrebbero quantomeno essere etichettati chiaramente. L’azienda svizzera quindi opera secondo le regole nazionali del Paese di consumo, anziché esportare le buone pratiche della legge svizzera.
● Stessa cosa per Syngenta e il suo prodotto di punta diquat, un erbicida vietato in Europa e in Svizzera ma ugualmente prodotto nel Regno Unito ed esportato e utilizzato in Brasile. In Svizzera vige una restrizione all’esportazione di pesticidi vietati, ma non meno di 80 sostanze vietate sono esenti da queste regolamentazioni, in quanto la lista non viene aggiornata dal 2019 — a tutto profitto di aziende come Syngenta. L’esportazione di pesticidi vietati ammonta così a centinaia di tonnellate.
● Nel 2011, la filiale svizzera di Alstom è stata condannata per corruzione a pagare 36 milioni di franchi di compensazione.
● Gli agricoltori del sud del Messico (Chiapas) che coltivano caffè per Nestlé combattono da anni per aumentare i prezzi d’acquisto dei loro prodotti, mantenuti dalla multinazionale elvetica al di sotto dei costi di produzione grazie alla propria posizione dominante. La connivenza del governo messicano è totale.
● I fornitori di caffè di Nestlé in Brasile impongono condizioni e salari da schiavitù ai propri lavoratori.
● Nel 2017, il governo serbo ha inflitto una multa di 4700 euro a Holcim per aver superato largamente i limiti legali di emissioni nocive nel suo cementificio di Beočin.
● Trafigura è stata condannata nel 2025 per aver versato bustarelle per 5 milioni di franchi a funzionari angolani per assicurarsi il monopolio dell’estrazione di petrolio.
● e ancora:
○ Glencore in Sud Sudan: corruzione per oltre 1 milione di dollari a funzionari statali;
○ Chiquita in Colombia: ostacolamento delle procedure di risarcimento per le attività della United Fruit Company nel XX secolo;
○ La lista potrebbe continuare…
Questo è il costo della nostra neutralità e del nostro “benessere” — o meglio, di quello delle nostre multinazionali.
La neutralità non è uno strumento a fin di bene
L’imperialismo svizzero è quindi mascherato: la neutralità fornisce anche una sorta di nebbia mitonazionale dietro la quale nascondere l’impatto devastante del modello economico elvetico all’estero. Il concetto di impérialisme feutré dello storico Sébastien Guex ruota intorno al fatto che l’imperialismo svizzero si nasconde dietro:
a) le sue dimensioni ridotte in termini di popolazione, territorio e capacità militari, mentre già nel 1913, in termini di investimenti diretti all’estero pro capite, la Svizzera era ben al di sopra delle potenze imperialiste (superava, come visto, le due maggiori potenze imperiali messe insieme);
b) la tradizione umanitaria della Croce Rossa e gli aiuti allo sviluppo, mentre la negoziazione le permette di giocare tra le contraddizioni e i conflitti tra le grandi potenze per guadagnare posizioni favorevoli per le proprie multinazionali: la frase di un diplomatico francese «la flotta navale della Svizzera sono i suoi buoni uffici» è emblematica;
c) il fatto che agisca da sempre all’ombra delle grandi potenze coloniali: i commercianti e i banchieri svizzeri hanno, da subito, partecipato attivamente al commercio triangolare di schiavi nel XVIII e XIX secolo, arricchendosi oltre misura e finanziando così la rapidissima industrializzazione del XIX-XX secolo.
La Svizzera è una potenza imperialista di primo piano mondiale, il cui capitalismo si fonda storicamente su due pilastri: la piazza finanziaria come rifugio globale di capitali e il commercio di materie prime come infrastruttura del saccheggio del Sud globale.
Fonti principali
Sébastien Guex, L’impérialisme suisse ou les secrets d’une puissance invisible (2008); Public Eye (Déclaration de Berne); moneta (Banca Alternativa Svizzera); Swiss Trading SA; Olivier Meuwly, intervista a swissinfo.ch (2015); H. Baumann, Die Schweiz und die Friedenskonferenz (BFS Zürich, 2024); Public Eye, Les oligarques russes chassés du paradis helvétique (2022); José Sanchez, Que signifie défendre la neutralité de la Suisse? (solidaritéS Vaud, 2023); Marco Bertorello, Il capitale e i suoi confini (Jacobin Italia, 2025); Bertorello-Corradi, Il paradosso occidentale (Jacobin Italia, 2025); Branko Milanovic, Dopo la globalizzazione (Jacobin Italia, 2025); Alessandro Vanoli, Una storia di dominio (Jacobin Italia, 2025).