Russia. I costi dell’invasione dell’Ucraina non possono più essere tenuti lontano da tutti i russi

Mentre i talk-show della televisione di stato a Mosca continuano a celebrare l’inossidabile legame con la Cina e l’apparente resilienza della Russia di fronte alle sanzioni occidentali, dietro la facciata trionfalistica il terreno sta cedendo. La “macchina da guerra” di Vladimir Putin si trova davanti a un bivio storico, intrappolata tra un’inflazione interna fuori controllo, il fallimento strisciante dei negoziati energetici con Pechino e una vulnerabilità fisica che ha ormai superato i confini del fronte.

L’illusione di un’economia russa impermeabile alla realtà sta svanendo. E a dirlo, seppur tra le righe, sono gli stessi analisti economici russi, supportati da dati macroeconomici pesantissimi.

Dalla fine del 2022, la Russia ha operato seguendo un modello a due binari. Da un lato, un’economia militare iper-stimolata dal Cremlino, dove le fabbriche di armi lavorano a ciclo continuo e i salari dei soldati al fronte sono stati gonfiati a dismisura per garantire l’arruolamento. Dall’altro, l’economia civile, che per oltre tre anni ha cercato di mantenere una parvenza di normalità nelle grandi metropoli come Mosca e San Pietroburgo, assorbendo le sanzioni e rimpiazzando i beni occidentali con surrogati cinesi.

Oggi questo fragile equilibrio si sta spezzando. Come evidenziato da un’analisi di openDemocracy, il costo umano e strutturale del conflitto è diventato insostenibile. La Russia soffre di una carenza cronica e drammatica di forza lavoro, prosciugata da centinaia di migliaia di vittime al fronte e dalla fuga all’estero della classe intellettuale e tecnica per evitare la mobilitazione. Per mantenere in piedi la produzione, Mosca si trova costretta a cannibalizzare i settori civili. Giornali russi come la Nezavisimaya Gazeta hanno rotto il velo di omertà, scrivendo apertamente che il paese si trova ormai «sull’orlo della recessione» e paventando il rischio di una «crisi di liquidità bancaria su vasta scala».

C’è poi un elemento psicologico ed economico devastante che ha cambiato la percezione del conflitto nelle ultime settimane: la guerra è arrivata a destinazione. Il massiccio attacco di droni ucraini che ha colpito la regione di Mosca e altre 14 province russe ha inviato un segnale inequivocabile. Non si è trattato solo di un’operazione militare, ma di una manovra strategica volta a colpire le raffinerie di petrolio, i depositi di carburante e le fabbriche belliche nel cuore produttivo del paese. Per i cittadini russi più abbienti, che pensavano di poter osservare il conflitto da una sicura distanza di sicurezza, il ronzio dei droni nei sobborghi della capitale ha squarciato il velo della propaganda. Proteggere i cieli russi richiede risorse che il Cremlino deve sottrarre agli investimenti produttivi, accelerando il surriscaldamento economico.

A dare il colpo di grazia alle speranze di una rapida stabilizzazione finanziaria è stato l’esito del recente viaggio di Putin a Pechino. Presentato dai media statali russi come un trionfo geopolitico, il summit ha in realtà certificato la brutale asimmetria del rapporto bilaterale. Il Cremlino aveva assoluto e disperato bisogno di firmare l’accordo per il gasdotto Power of Siberia 2, l’infrastruttura vitale per reindirizzare verso l’Asia l’enorme surplus di gas che un tempo alimentava l’Europa. Pechino, conscia della propria superiorità contrattuale, ha scelto la strategia del logoramento. I media cinesi hanno quasi completamente ignorato il dossier del gasdotto nei loro resoconti ufficiali. La Cina non ha fretta; sa che la Russia non ha altri acquirenti e quindi intende pretendere un prezzo d’acquisto stracciato, vicino a quello del mercato interno russo.

Secondo Fortune, l’economia russa resta schiacciata dal calo dei margini sui combustibili fossili e dalle sanzioni sui canali di pagamento legati alle esportazioni. Il Cremlino è finito in una trappola autoprodotta: per finanziare la guerra deve vendere petrolio e gas, ma per venderlo alla Cina e all’India deve accettare sconti talmente alti da azzerare i profitti necessari a sostenere il bilancio statale.