Unità delle lavoratrici e dei lavoratori contro l’iniziativa xenofoba dell’UDC!
Dietro lo slogan «No a una Svizzera da 10 milioni di abitanti!», l’UDC conduce una nuova offensiva xenofoba volta a dividere le lavoratrici e i lavoratori, a colpire i diritti degli immigrati/e, deviando la rabbia sociale dai veri responsabili: il padronato e i governi che lo servono.
Innanzitutto, va sottolineato che la Svizzera immaginata dall’UDC – un piccolo ridotto nazionale popolato da fedeli discepoli di Guglielmo Tell che difendono la «svizzeritudine» con le alabarde contro orde di «pecore nere» – non esiste. Nel 2024, il 41% della popolazione di età superiore ai 15 anni residente in questo Paese era di origine migrante. Queste persone sono immigrate in Svizzera (prima generazione) o vi sono nate avendo almeno un genitore di nazionalità straniera (seconda generazione). Non sono qui per fare shopping nella Bahnhofstrasse: l’83% delle persone di origine migrante di età compresa tra i 15 e i 64 anni fa parte della popolazione attiva. «Svizzeri» e «stranieri» sono realtà profondamente intrecciate. Difendere i diritti degli uni significa difendere i diritti degli altri.
In secondo luogo, l’immigrazione in Svizzera non cade dal cielo. È determinata dalle «esigenze dell’economia». Tra il 2000 e il 2024, in questo Paese sono stati creati 1,3 milioni di nuovi posti di lavoro. Ora, nello stesso periodo, l’incremento naturale della popolazione (nascite meno decessi) è stato di sole 375’000 persone. Circa due terzi dei posti in questione sono stati quindi occupati da persone di nazionalità straniera. Queste non si sono «autoinvitate» per spassarsela: sono state reclutate dai datori di lavoro. Compresi i capi dell’UDC – Blocher, Spuhler, Frey, ecc. –, che sfruttano senza scrupoli la forza-lavoro immigrata. Per il padronato, il profitto non ha bandiere.
Soprattutto, i lavoratori e le lavoratrici immigrati/e non sono la causa dei problemi che con i quali siamo confrontati. Non sono loro a far esplodere gli affitti, a far ridurre i salari, ad aumentare l’età di pensionamento, ecc. Sono il padronato e i governi al suo servizio!
L’UDC non intende mettere fondamentalmente in discussione l’accesso a un ampio bacino di manodopera. È infatti indispensabile per «far girare l’economia» – la messa al lavoro delle salariate e dei salariati è all’origine della produzione di ricchezza –, ma anche per disporre di un esercito di riserva industriale più ampio. Ciò che permette al padronato di esercitare una pressione permanente sui salari e sulle condizioni di lavoro. L’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni di abitanti!» non mira quindi realmente a ridurre la «manodopera straniera», se non, eventualmente, in misura marginale – a vantaggio dell’aumento del tasso di attività e della durata del lavoro della popolazione residente in Svizzera. Il suo vero obiettivo è altrove. In primo luogo, aggiunge un ulteriore tassello alla messa in discussione del diritto d’asilo, già fortemente compromesso. In secondo luogo, l’iniziativa mira a limitare il ricongiungimento familiare, pur garantito dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia. Infine, apre la strada alla denuncia dell’accordo sulla libera circolazione con l’Unione europea.
Il vero modello dell’UDC è quello dell’epoca dei lavoratori e delle lavoratrici stagionali: una manodopera trattata come bestiame, eliminabile a piacere e priva di diritti. L’epoca dei «bambini nell’armadio», quando questi bambini dovevano restare nascosti in casa perché il ricongiungimento familiare era vietato. Yvan Pahud, consigliere nazionale dell’UDC vodese, lo dice senza mezzi termini: «Prima dell’accordo sulla libera circolazione, gli stranieri venivano in Svizzera per lavorare. Per qualche mese o per una stagione. Il problema oggi è che questi lavoratori stranieri rimangono in Svizzera. E fanno venire qui le loro mogli e i loro figli.» (Le Matin Dimanche, 17 maggio 2026)
Più in generale, con le sue campagne xenofobe permanenti, l’UDC persegue un duplice obiettivo. Da un lato, si tratta di esercitare una pressione incessante sugli immigrati e sui rifugiati, prendendo di mira in particolare i loro permessi e statuti, per costringerli a sottostare alle esigenze padronali e amministrative, se non addirittura a lasciare la Svizzera. Dall’altra parte, lo scopo è quello di accentuare le divisioni tra i lavoratori e le lavoratrici, inasprendo la politica ufficiale nei confronti degli immigrati e dei rifugiati, già profondamente discriminatoria – moltiplicazione degli statuti legali, precarietà dei permessi di soggiorno e di lavoro, limitazione dei diritti sociali e politici, ecc.
L’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni di abitanti!» deve essere chiaramente respinta. Oltre a ciò, occorre costruire un fronte sociale e politico per combattere, attraverso la mobilitazione collettiva, le discriminazioni legali e istituzionali nei confronti degli immigrati e delle immigrate e difendere la piena uguaglianza dei diritti per tutti e tutte.
* segretario centrale SSP/VPOD. Questo articolo è apparso mercoledì 20 maggio 2026 sul quotidiano romando Le Courrier.