Il governo cavalca l’onda antistranieri, UDC e Lega (uniti o divisi) ringraziano

Pubblichiamo qui di seguito la presa di posizione dell’MPS in merito alla decisione del Consiglio di Stato di bloccare parte dei ristorni dei frontalieri. (Red)

La decisione del Consiglio di Stato di sospendere il versamento di circa metà dei ristorni destinati all’Italia rappresenta un ulteriore passo nella direzione sbagliata. Ancora una volta il governo ticinese sceglie della ricerca di un capro espiatorio, invece di affrontare le vere cause delle difficoltà sociali e finanziarie che attraversano il Cantone.
La questione dei ristorni viene così trasformata in uno strumento di pressione politica e comunicativa, con il rischio evidente di alimentare nell’opinione pubblica l’idea che i problemi del Ticino siano determinati dalla presenza dei lavoratori frontalieri o, più in generale, dalla presenza di lavoratrici e lavoratori stranieri.
Questa impostazione è profondamente sbagliata. I frontalieri non sono la causa delle difficoltà che molte persone residenti in Ticino vivono quotidianamente: salari sotto pressione, aumento del costo della vita, difficoltà nell’accesso ad alloggi convenienti, precarizzazione del lavoro, riduzione della qualità dei servizi pubblici. Questi fenomeni hanno origini nelle scelte politiche ed economiche adottate negli ultimi anni dalla maggioranza politica di questo Cantone e non nella provenienza geografica di chi lavora.
Il rischio concreto è che una decisione presentata come una questione tecnica e istituzionale finisca per rafforzare dinamiche xenofobe e antistraniere già presenti nel dibattito politico cantonale. Quando le istituzioni indicano sistematicamente soggetti esterni come responsabili delle difficoltà sociali, contribuiscono a spostare il malcontento verso chi ha meno possibilità di difendersi: lavoratori e lavoratrici frontalieri, migranti e persone straniere che vivono e lavorano nel nostro territorio.
Il problema non è l’origine di chi lavora, ma il modello economico e sociale che permette la compressione dei salari, la precarietà e l’aumento delle disuguaglianze. Mettere frontalieri contro residenti significa fare un favore a chi vuole impedire una discussione sui veri responsabili delle politiche che hanno prodotto queste situazioni.
La decisione del Consiglio di Stato viene motivata con la questione della cosiddetta “tassa sulla salute” introdotta in Italia e con i dubbi sulla sua compatibilità con gli accordi fiscali tra Svizzera e Italia. Il governo ticinese ha deciso una sospensione cautelativa pari al 46% dell’ammontare complessivo dei ristorni previsti, precisando che la misura riguarda i rapporti istituzionali e non produce effetti diretti sui lavoratori interessati. Proprio per questo appare evidente come il gesto abbia soprattutto una forte valenza politica e simbolica.
La vera confrontazione non è tra il Ticino e i frontalieri. La vera questione è il rapporto tra il Ticino e la Confederazione.
Da anni il Cantone denuncia una situazione nella quale ritiene insufficiente la propria partecipazione alle risorse generate dal sistema federale. È su questo terreno che dovrebbe svilupparsi il confronto politico: sulla ripartizione delle risorse, sui meccanismi della perequazione finanziaria, sul ruolo del Ticino nella Confederazione e sulla capacità delle sue istituzioni di difendere gli interessi della popolazione.
Invece di affrontare questa discussione, il governo cantonale sceglie di spostare il conflitto verso l’esterno, in particolare verso l’Italia e verso i lavoratori frontalieri. Si tratta di una dinamica politica già vista in passato: quando non si vogliono mettere in discussione le proprie responsabilità, si individuano soggetti esterni ai quali attribuire la colpa dei problemi.
Questa scelta appare inoltre particolarmente preoccupante se inserita nel contesto politico che porterà alle prossime elezioni cantonali. Le forze della estrema destra, indipendentemente dal fatto che si presentino unite o divise, faranno con ogni probabilità della questione degli stranieri uno dei temi centrali della loro campagna elettorale. La costruzione dello straniero come responsabile delle difficoltà della popolazione — sul piano economico, sociale e dei servizi pubblici — è infatti un elemento ricorrente delle loro strategie politiche.
Quando anche il governo cantonale adotta un linguaggio e delle pratiche che suggeriscono che i problemi del Ticino possano essere affrontati attraverso contrapposizioni nazionali o contro categorie di lavoratori, finisce per creare un terreno favorevole a queste campagne. Si legittima cioè l’idea che la soluzione alle difficoltà dei cittadini e delle cittadine passi dalla limitazione dei diritti o dalla penalizzazione di chi viene percepito come “altro”. UDC e Lega, uniti o separati, ringraziano.
L’MPS respinge con forza questa impostazione. La difesa degli interessi della popolazione ticinese non passa attraverso la guerra ai frontalieri o agli stranieri, ma attraverso politiche capaci di migliorare concretamente le condizioni di vita: salari dignitosi, servizi pubblici adeguati, una politica abitativa efficace, una fiscalità che imponga alti redditi e imprese e una reale capacità del Cantone di incidere nelle sedi federali. Alimentare divisioni e paure può forse produrre consenso elettorale a breve termine, ma non risolve nessuno dei problemi reali della popolazione.
La decisione sui ristorni non affronta le cause delle difficoltà del Cantone. Serve invece a rafforzare una narrazione politica pericolosa: quella secondo cui i problemi sociali del Ticino avrebbero un’origine esterna. Una narrazione lontana dalla realtà che l’MPS continuerà a contrastare