Omaggio a un «vero difensore degli oppressi»

Sarebbe estremamente presuntuoso voler riassumere in poche righe le lotte e gli impegni di Jean Ziegler. Cerchiamo quindi almeno di mettere in luce, in modo sintetico, le profonde convinzioni che li hanno guidati – e che egli ci ha lasciato in eredità. Attingendo ai suoi numerosi scritti: è senza dubbio il modo più giusto per rendergli questo omaggio intriso di gratitudine e di rispetto, nonostante i disaccordi suscitati dai suoi «compromessi» con regimi che tradivano i diritti sociali e politici che egli difendeva con forza e determinazione.

Ciò che risulta evidente, innanzitutto, è la confutazione definitiva del sistema capitalista da parte di Jean Ziegler: un «ordine cannibale», in cui le «500 società transcontinentali più potenti controllano il 52,8% del prodotto lordo mondiale. Queste società detengono un potere che nessun imperatore, re o papa ha mai avuto. Operano secondo un unico principio: la massimizzazione del profitto. È una dittatura mondiale.» (Où est l’espoir?, 2024) Da qui il suo credo, al quale è sempre rimasto fedele: «Appartengo al campo dei nemici del capitalismo. Lo combatto.» (Il capitalismo spiegato a mia nipote. Nella speranza che ne vedrà la fine, 2021)

L’ex relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione non ha mai smesso di denunciare la fame nel mondo, che è proprio il risultato di questo sistema. «Ogni cinque secondi un bambino di età inferiore ai dieci anni muore di fame», mentre «l’agricoltura mondiale potrebbe sfamare senza problemi 12 miliardi di esseri umani» (Destruction massive: Géopolitique de la faim, 2011). «E i responsabili sono identificabili: grandi banchieri, gestori di hedge fund e altri predatori del sistema finanziario mondiale, tutti dovrebbero essere portati davanti a un tribunale per crimini contro l’umanità» (Le Matin dimanche, 9 ottobre 2011). Da ciò derivano affermazioni inconfutabili, che ripeteva instancabilmente: «La fame è una forma di criminalità organizzata»; «ogni bambino che muore di fame è un bambino assassinato».

Jean Ziegler non ha ovviamente mai risparmiato «gli gnomi della Bahnhofstrasse». Nel corso di tutta la sua vita si è opposto con forza al «banditismo bancario elvetico», alimentato dal «sangue dei poveri e delle vittime dei criminali»: «Mentre in America Latina, in Africa, in Asia i bambini si prostituiscono, muoiono di malattie e di fame (…), i miliardi provenienti dalla corruzione, dall’evasione fiscale, dal saccheggio, perpetrati dalle “élite” di questi paesi, si accumulano in Svizzera e generano (sotto forma di commissioni, tasse, ecc.) enormi profitti per i banchieri del mio paese.» (La felicità di essere svizzero, 1994)

A differenza di coloro che si vantano del «partenariato sociale», Jean Ziegler era consapevole, per riprendere la sua espressione, della «ferocia delle classi dirigenti in Svizzera». Non si faceva alcuna illusione sulla violenza dei rapporti di classe e sapeva perfettamente che il «mercato del lavoro» è un mondo privo di diritti. Non si lasciava ingannare dalle strategie messe in atto dai governi, al servizio del padronato, per spezzare ogni dinamica di mobilitazione, attraverso la paura e la repressione, come nel caso del recente G7. Del resto, è stato lui stesso vittima dell’odio di classe dei dominanti. In seguito alla pubblicazione di La Svizzera lava più bianco (1990), il quotidiano di riferimento della borghesia svizzera, la NZZ, aveva chiesto – con il titolo «Una lezione necessaria e attesa da molto tempo»! – la revoca della sua immunità parlamentare. Le Camere federali, «colonizzate dall’oligarchia finanziaria», hanno ottemperato, scatenando una valanga di processi. E secondo le sue stesse parole: «Sono stato condannato in nove processi avviati in cinque paesi e ho dovuto versare diverse centinaia di migliaia di franchi di risarcimento ai squali della finanza. Sono stato sottoposto a pignoramento dello stipendio nell’ambito del mio impiego all’Università e la mia auto è stata confiscata.» (Work, 5 giugno 2014)

Jean Ziegler è stato animato, per tutta la sua vita, dalla «speranza rivoluzionaria». Da tempo non nutriva più alcuna illusione su una socialdemocrazia che, ai suoi occhi, era diventata una «socialdemocrazia da quattro soldi», fautrice di «una collaborazione di classe permanente (…), una sinistra complice (…), che non è altro che la Croce Rossa del capitalismo elvetico» (Le Temps, 11 settembre 2023). Non si era tuttavia arreso, fedele al suo motto: «Credevo – e credo tuttora – nella lotta di classe, nell’opposizione radicale, insormontabile, definitiva tra l’oppresso e il suo oppressore. L’oppressore non può essere convinto, bisogna sconfiggerlo.» (La felicità di essere svizzero, 1994) Al tramonto della sua vita, le sue convinzioni erano rimaste intatte: «L’idea che potremmo migliorare o civilizzare il capitalismo è un errore totale», affermava, prima di aggiungere senza mezzi termini: «È necessaria una nuova rivoluzione.» (Infoméduse, 26 giugno 2024) Fino all’ultimo, quindi, non ha mai smesso di invocare «la rivolta delle coscienze».

Suo figlio Dominique ha mille volte ragione: Jean Ziegler era un «vero difensore degli oppressi». La sua scomparsa ci priva di una voce insostituibile, ma i suoi «libri di lotta» continueranno ad armare coloro che rifiutano quell’«ordine cannibale» che egli ha instancabilmente denunciato. Perché, come scriveva lui stesso, riprendendo le parole di uno scriba anonimo del Nuovo impero egizio, «l’uomo muore (…), ma il libro farà sì che il suo ricordo venga tramandato di bocca in bocca» (Chemins d’espérance, 2016).

* Segretario centrale SSP-VPOD, articolo pubblicato sul quotidiano romando Le Courrier il 19 giugno 2026