Cuba. Il miraggio delle riforme
Le proposte del giugno 2026 rappresentano il tentativo di riforma economica più ambizioso dagli anni Novanta. Centosettantasei misure di riforma e ventitré assi tematici che sono il risultato, prima di tutto, dell’estremo esaurimento del precedente modello produttivo e redistributivo, dichiaratamente socialista. [Si veda, a proposito del dibattito analitico sulle prospettive, l’articolo pubblicato su questo sito il 15 giugno 2026.]
La cronica scarsità di beni di prima necessità nei negozi statali, l’inflazione e l’erosione del patto sociale costituiscono la forza motrice alla base di queste trasformazioni.
Il fulcro di queste proposte – trasformare l’impresa statale in una società commerciale a partecipazione maggioritaria dello Stato – suscita fondate preoccupazioni e mette in discussione l’estensione della proprietà sociale sui mezzi di produzione fondamentali. Il socialismo non si misura dalla percentuale di partecipazione dello Stato, ma dal contenuto dei rapporti di produzione.
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Il punto 17 di queste misure è rivelatore: non istituisce né l’autogestione, né la cogestione operaia, né forme di controllo democratico del lavoro sul capitale e sulla burocrazia, limitandosi a un cambiamento della forma giuridica che apre la porta al capitale privato senza alcun contrappeso popolare in generale, e della classe operaia in particolare.
In questo caso, il pericolo non risiede nella presenza in sé di un socio capitalista di minoranza, bensì nell’assenza di meccanismi di partecipazione che consentano ai lavoratori e alle lavoratrici di contestare la logica della redditività finanziaria e della concentrazione dei profitti quando queste entrano in conflitto con la funzione sociale e redistributiva dei processi economici.
La sostenibilità di quella che viene definita «proprietà socialista di tutto il popolo» contrasta con il punto 33, che mira ad autorizzare l’acquisto di azioni e di beni immobili appartenenti a imprese statali da parte di persone giuridiche e fisiche, nazionali e straniere, il che, pur non determinando direttamente la natura della gestione, la condiziona in maniera significativa.
Queste misure consentono l’accumulazione di capitale da parte di imprese private, l’assunzione di personale su larga scala e l’acquisizione di diritti reali sugli attivi e sui beni. Rafforzano così le basi materiali che permettono a una nuova classe emergente di acquisire un’influenza crescente. Va tuttavia osservato che questa classe non costituisce di per sé un blocco monolitico inevitabilmente destinato a conquistare il potere politico.
La borghesia nascente è profondamente eterogenea: vi convivono piccoli proprietari vulnerabili, gruppi dipendenti dai contratti pubblici e frazioni legate al capitale straniero. Inoltre, essa subisce gli effetti soffocanti del blocco economico, che la subordina al capitale globale e la rende più fragile che autonoma.
Il conflitto reale che accompagna questo annuncio di riforme si inserisce in un triangolo di tensioni in cui la burocrazia statale, i nuovi attori privati e i bisogni popolari si confrontano senza un chiaro progetto egemonico.
La storia mostra che il potere economico tende a tradursi in potere politico, ma a Cuba questa trasformazione potrebbe incontrare ostacoli, il che suggerisce di non aspettarsi un semplice e lineare «slittamento» degli attori e delle modalità di gestione politica.
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Nell’Asse 3 del documento viene proposto un modello di pianificazione finanziaria fondato sui segnali del mercato. Si tratta di un altro tema oggetto di una controversia di lunga data.
Il mercato è uno spazio politico che, se dotato di un adeguato quadro istituzionale e di un controllo democratico, potrebbe essere posto al servizio di obiettivi sociali, a condizione che ciò rientri in un progetto strategico e che questa possibilità venga effettivamente realizzata. Per questo non bisogna rinunciare alla funzione regolatrice dello Stato.
Il punto 38, che trasforma la missione dello Stato in un contratto tra offerenti e richiedenti, solleva un paradosso: lo Stato cessa di essere l’autorità di regolazione per diventare un acquirente tra gli altri; tuttavia, se lo Stato mantiene il monopolio di determinati settori, questa «subordinazione» potrebbe risultare meno assoluta di quanto appaia.
La vera complessità risiede nel fatto che né il mercato né la pianificazione sono entità pure; la loro articolazione costituirà un terreno di scontro tecnico-politico. A quali settori andrà il beneficio dell’esito di questo conflitto?
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L’Asse 16 estende la dollarizzazione parziale; l’Asse 11 apre il sistema bancario al capitale privato. Considerati nel loro insieme, questi assi potrebbero comportare un’erosione della sovranità monetaria. In questo contesto, bisogna riconoscere che la dollarizzazione rappresenta un adattamento a un fatto compiuto: l’economia già funzionava con valute estere sul mercato informale e il peso si svalutava in modo incontrollato.
La perdita della capacità di condurre una politica monetaria è grave, ma l’alternativa – mantenere la finzione di una moneta forte priva di una base produttiva – aveva già dimostrato il proprio fallimento.
La cessione del controllo del sistema bancario può rivelarsi rischiosa, ma il vero nucleo della sovranità non risiede nel tasso di cambio, bensì nella capacità di generare produzione materiale. Senza questa, qualsiasi politica monetaria non è che un castello di carte.
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L’Asse 9 elimina i sussidi universali per sostituirli con aiuti diretti alle persone. Si tratta forse del punto più delicato, poiché comporta il rischio di aggravare l’esclusione sociale.
Allo stesso tempo, occorre anche considerare che la tessera annonaria (Libreta) non garantiva più una protezione universale effettiva; nella pratica si trattava di un sostegno diseguale e insufficiente.
È certo che il passaggio a un sistema mirato espone maggiormente le persone più vulnerabili. Il successo o il fallimento di questo cambiamento di impostazione dipenderà dal «Fondo di protezione sociale» promesso (punto 71), la cui attuale opacità costituisce, a mio avviso, la maggiore irresponsabilità della riforma. [Questo Fondo dovrebbe proteggere le persone in condizioni di vulnerabilità; dovrebbe essere finanziato gradualmente con i risparmi derivanti dall’abolizione dei sussidi ai beni di prima necessità. Il meccanismo di redisistribuzione, così come l’origine e l’entità complessiva delle risorse raccolte, restano di fatto estremamente incerti.]
Ritengo che l’introduzione della variabile «povertà» consentirebbe una svolta significativa nella comprensione del problema e delle sue possibili soluzioni. Da questo presupposto derivano due interrogativi: i cambiamenti strutturali in corso porteranno anche al consolidamento di sacche di povertà? Quali proposte esistono per attenuare questa eventualità?
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Un tema particolarmente delicato è quello dell’usufrutto della terra per 99 anni, o addirittura a tempo indeterminato (in contrasto con quanto previsto finora, cioè una durata di soli dieci anni, che non incentivava gli investimenti e la valorizzazione dei terreni), trasformando di fatto la terra in una proprietà privata, pur entrando in contraddizione con il punto 58.a., che mantiene il principio della proprietà fondiaria appartenente «all’intero popolo».
Se la critica alla concentrazione fondiaria e all’apertura al capitale straniero è fondata (compresa la concessione di aree protette), soprattutto in un contesto di assedio economico esterno, è anche vero che la riforma agraria del 1959 non poteva più sopravvivere con lo stesso modello di aziende agricole statali inefficienti. Quanto alla piccola produzione contadina, lasciata a se stessa, era soffocata dalla mancanza di mezzi di produzione.
La nuova figura giuridica non rappresenta necessariamente un ritorno al latifondo, ma richiede una normativa antimonopolistica e un controllo popolare che nei decreti non compaiono. Questa assenza costituisce la sua principale contraddizione.
Il contadino può diventare un attore economico orientato al mercato (imprenditore o salariato agricolo), ma potrebbe anche trovare in una cooperativa realmente trasformata – cioè autenticamente cooperativa – uno strumento per aumentare la propria produttività.
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La democrazia partecipativa è l’anello mancante di questa riforma. Il centralismo burocratico e il paternalismo non rappresentano una novità introdotta da queste misure, ma un tratto strutturale che risale al periodo sovietico.
La riforma non introduce nuove limitazioni alla partecipazione popolare: eredita quelle esistenti e le aggrava privatizzando le decisioni senza creare contropoteri. Come ho già sottolineato, l’autogestione, le assemblee operaie con potere deliberativo e la pianificazione partecipativa non figurano nella proposta.
Solo al punto 36 si prevede di garantire la tutela dei diritti del lavoro e dei diritti sociali senza consentire uno «sfruttamento cieco». Ma ciò equivale forse ad accettare di fatto i rapporti di sfruttamento sul lavoro? È davvero inevitabile?
È qui che risiede il vero dramma del processo di riforma in corso: si rivoluziona la scacchiera economica senza rendere autonomi i lavoratori e le lavoratrici (nella loro eterogeneità come classe sociale), che restano semplici spettatori di una partita nella quale burocrazia e capitale si contendono le rispettive quote di potere.
Senza democrazia, qualsiasi riforma – sia essa statalista o orientata al mercato – diventa una ricetta per produrre disuguaglianza. Le potenzialità del socialismo si spengono a causa dell’incapacità di costruire istituzioni democratiche capaci di regolare l’ibridazione oggi in atto.
Dove sta andando Cuba? Lontano sia da una restaurazione capitalistica integrale sia da una modernizzazione controllata della gestione burocratica, lo scenario delineato da queste misure è quello di un campo di forze privo di un progetto egemonico definito.
I pilastri del socialismo storico – proprietà sociale, pianificazione, protezione universale, uguale salario a parità di lavoro – si stanno erodendo, ma non vengono sostituiti da un capitalismo funzionante; al loro posto emerge un ibrido disfunzionale nel quale convivono il «rentismo» burocratico, nuovi attori privati (frammentati e deboli), economia informale, rivendicazioni popolari insoddisfatte e una brutale pressione esterna.
La questione non è se il socialismo sopravvivrà, ma in quale forma e al prezzo di quali lotte. Per ora, la realtà sprofonda in una palude sistemica nella quale tutti – governo e nuovi attori economici – negoziano di fronte alla stessa crisi.
L’alternativa non consiste in un ritorno all’immobilismo, bensì nell’integrare elementi di un socialismo democratico che non confonda la proprietà statale con la socializzazione. Almeno un modello che includa formule capaci di permettere ai lavoratori e alle lavoratrici di partecipare alle decisioni e di esercitare un contrappeso sia nei confronti della burocrazia sia del capitale.
Ma questa strada non è ancora nemmeno abbozzata. Si giocherà nella pratica quotidiana, nelle crepe di un’economia duale e dollarizzata, dove tutte le certezze sono ormai svanite.
In questo contesto è indispensabile tornare a una vecchia domanda che accompagna le esperienze socialiste fin dall’inizio del XX secolo: l’alternativa si riduce davvero soltanto alla gestione privata del capitale o alla gestione burocratica?
Perché non si è previsto, nelle imprese gestite democraticamente, un diritto di voto dei lavoratori sugli investimenti e sulla distribuzione degli utili, invece di limitarsi al diritto di voto tipico delle società per azioni, cioè al voto degli azionisti? Perché non sviluppare, sullo stesso piano del capitale privato, una rete di banche cooperative e di fondi municipali destinati a reinvestire in ciascun territorio? Quale ruolo potrebbero svolgere cooperative produttrici di energia nel risolvere i problemi delle comunità? Perché non creare fondi di investimento per convogliare le rimesse verso progetti produttivi sottoposti a controllo democratico?
L’obiettivo dichiarato di questo processo di aggiustamento sarebbe quello di redistribuire il potere economico verso la base della società, rafforzare la produzione senza rinunciare al controllo sociale né eliminare la proprietà privata, proponendo una via alternativa all’accumulazione privata del capitale.
A mio giudizio, il miraggio della riforma perseguita dagli anni Novanta consiste nel credere che l’unica alternativa alla crisi cubana sia scegliere tra socialismo burocratico e accumulazione privata del capitale. Nelle condizioni attuali, una vera alternativa consisterebbe invece nell’integrare, su un piano di piena uguaglianza politica e giuridica, forme democratiche, cooperative e comunitarie di gestione dei processi produttivi.
*scrittore ed educatore popolare. Dottore di ricerca in Scienze storiche presso l’Università dell’Avana. Articolo pubblicato sul sito La Joven Cuba il 30 giugno 2026; traduzione e adattamento redazionale a cur del sito alencontre.org.