Disuguaglianze e salute: perse nelle nebbie del tempo?

La disuguaglianza ha un effetto profondamente negativo sulla salute e sul benessere, scrivono Richard Wilkinson e Kate Pickett. Non perché uccida all’improvviso, ma perché rimodella lentamente il modo in cui le persone vivono, si relazionano, affrontano le difficoltà e invecchiano. Piuttosto che comportarsi come una tossina che produce un picco improvviso di mortalità dopo un periodo di incubazione prestabilito, la disuguaglianza è più simile a una nebbia che si insinua gradualmente nei corpi, nelle relazioni e nelle istituzioni nel corso del tempo.

Quando i ricercatori cercano di capire se la crescente disuguaglianza danneggi la salute, spesso si imbattono in risultati sconcertanti. In un dato momento, le società più diseguali tendono ad avere una salute peggiore, una mortalità più elevata e una gamma più ampia di problemi sociali. Eppure, quando i ricercatori esaminano i cambiamenti nella disuguaglianza nel tempo – soprattutto a breve o medio termine – gli effetti attesi sembrano spesso svanire. Ciò ha portato alcuni a concludere che forse la disuguaglianza non ha importanza.

Questa conclusione, tuttavia, riflette un’errata comprensione di come la disuguaglianza produca i suoi danni. Se la disuguaglianza agisce principalmente come fonte di stress sociale cronico, i suoi effetti non si manifesteranno come cambiamenti netti e circoscritti nel tempo in termini di salute o altri indicatori. Al contrario, si diffonderanno in modo disomogeneo e cumulativo nella società e lungo tutto il corso della vita, più come una nebbia che come uno shock.

Lo stress derivante dalla disuguaglianza

Lo stress cronico non funziona come un interruttore on/off. Lo stress persistente – derivante da privazioni materiali, insicurezza finanziaria, confronto sociale, paura di rimanere indietro, forti disparità di classe o mancanza di controllo – si radica biologicamente. Lo stress sociale soggettivo può avere effetti epigenetici, soprattutto quando l’esposizione avviene nella prima infanzia. Nell’adolescenza, la disuguaglianza può influenzare la struttura e la funzione cerebrale. E l’attivazione ripetuta dei meccanismi dello stress altera il funzionamento dei sistemi cardiovascolare, metabolico, immunitario, di cicatrizzazione e nervoso. I sistemi ormonali, progettati per brevi periodi di pericolo, vengono spinti in uno stato di iperattività prolungata, con conseguenze che si accumulano silenziosamente nel corso dei decenni.

È fondamentale considerare l’età al momento dell’esposizione allo stress. Lo stress vissuto prima della nascita può influenzare il peso alla nascita e lo sviluppo precoce, aumentando la predisposizione a malattie cardiache, diabete e ictus anche molti decenni dopo. Lo stress durante l’infanzia può alterare la funzione immunitaria, la regolazione emotiva, il rendimento scolastico e i comportamenti legati alla salute per tutta la vita. Lo stress in età adulta accelera l’usura dell’organismo – talvolta descritta come “carico allostatico” [il “prezzo” biologico che l’organismo paga per adattarsi a stress cronici o ripetuti, ndr] – aumentando la vulnerabilità a malattie cardiovascolari, depressione e ansia, abuso di sostanze e morte prematura. Lo stress in età avanzata aggrava le patologie preesistenti e accelera il declino.

Questo significa che quando la disuguaglianza aumenta bruscamente, le sue conseguenze sulla salute non si manifestano puntualmente dopo cinque o dieci anni. Al contrario, compaiono in momenti diversi, a seconda dell’età, delle precedenti esposizioni, della capacità di resilienza e delle circostanze. Inoltre, diverse patologie implicano percorsi diversi: i decessi causati da malattie mentali, violenza o abuso di sostanze seguono processi differenti rispetto a quelli che derivano dalle malattie degenerative. Le statistiche nazionali aggregate tendono a confondere tutti questi elementi.

Società stressanti e coesione sociale

La disuguaglianza influenza la biologia individuale in parte attraverso i suoi effetti sulle relazioni sociali. Nelle società più diseguali, le persone diventano più consapevoli della propria posizione. L’ansia da status si intensifica, la fiducia si erode e le interazioni quotidiane sono più facilmente cariche di paura del fallimento e del giudizio altrui. Le persone si isolano, evitano le interazioni sociali e investono maggiori energie nella gestione dell’immagine. La vita sociale si atrofizza.

L’erosione della coesione sociale ha conseguenze di vasta portata. Gli esseri umani sono creature profondamente sociali: il senso di appartenenza, il riconoscimento reciproco e la condivisione di uno scopo sono bisogni psicologici fondamentali. Quando la disuguaglianza indebolisce questi legami, diminuisce le fonti quotidiane di significato che danno alla vita la possibilità di essere vissuta. La cooperazione volontaria cala, la partecipazione civica si indebolisce e gli spazi pubblici vengono trascurati.

La disuguaglianza incide anche sulla fornitura di beni collettivi. Le società fortemente diseguali raramente riescono a garantire buoni servizi pubblici, dall’istruzione e dai trasporti all’edilizia abitativa e all’assistenza sanitaria. Quando i più abbienti scelgono di non usufruirne, il sostegno politico alla fornitura di servizi condivisi diminuisce. Questi cambiamenti si ripercuotono su stress, insicurezza, salute peggiore e minori opportunità di vita, soprattutto per coloro che si trovano ai gradini più bassi della scala sociale.

Nel loro insieme, questi processi generano un ambiente psicosociale in deterioramento, una sorta di miasma sociale che si insinua nel tempo nei corpi, nelle relazioni e nelle istituzioni. È proprio questo carattere diffuso e cumulativo che rende così difficile individuare gli effetti della disuguaglianza nelle analisi che monitorano i cambiamenti nel tempo.

I progressi della medicina mascherano i danni

Questo aiuta a spiegare un apparente paradosso della storia recente. Dalla fine degli anni ’70 fino al primo decennio – a volte anche al secondo – di questo secolo, la disuguaglianza è aumentata vertiginosamente in gran parte del mondo ricco, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Eppure, per gran parte di questo periodo, l’aspettativa di vita ha continuato ad aumentare costantemente. Se la disuguaglianza è così dannosa, perché i tassi di mortalità non sono peggiorati?

Parte della risposta risiede nella straordinaria rapidità del progresso medico. Dagli anni ’70 al 2008 circa, i progressi della scienza medica hanno trasformato le prospettive di sopravvivenza per molte patologie potenzialmente letali. Nei paesi ad alto reddito, dagli anni ’70 fino alla fine del primo decennio degli anni 2000, la drastica riduzione della mortalità, soprattutto per malattie cardiovascolari, è stata il principale fattore determinante dell’aumento dell’aspettativa di vita. I tassi di mortalità per malattie cardiovascolari in molte nazioni benestanti sono diminuiti di circa il 40-80% negli ultimi 50 anni, principalmente grazie ai progressi nel trattamento medico, all’uso diffuso di statine e farmaci antipertensivi, al miglioramento delle tecniche chirurgiche e al trattamento più rapido di infarti e ictus.

Grazie alla diagnosi precoce, a trattamenti migliori, a un’assistenza post-diagnosi più efficace, ma soprattutto al calo del fumo, anche la sopravvivenza al cancro è migliorata. Anche la sopravvivenza a seguito di incidenti e infortuni è migliorata notevolmente grazie ai progressi nella gestione dei traumi, nei sistemi di pronto intervento e nella terapia intensiva. Insieme a strade e veicoli più sicuri, il numero di decessi per chilometro percorso si è dimezzato.

In altre parole: i progressi in campo medico, preventivo e tecnologico hanno innalzato l’aspettativa di vita media, anche se le condizioni sociali sono peggiorate. Fatta eccezione per l’aumento delle disuguaglianze in ambito sanitario, il progresso medico ha mascherato i danni causati dalla crescente disuguaglianza.

L’attuale rallentamento dei progressi medici

Tuttavia, a partire dal 2010 circa, il ritmo di miglioramento dell’aspettativa di vita ha subito un netto rallentamento nei paesi OCSE, con una forte decelerazione o addirittura una fase di stallo della mortalità cardiovascolare in paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito. I progressi più facilmente ottenibili in campo medico e nella gestione dei fattori di rischio erano stati in gran parte raggiunti entro la fine degli anni 2000.

Fu allora che emersero chiaramente le conseguenze a lungo termine di decenni di crescente disuguaglianza. In molti paesi ricchi – tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Olanda, Germania, Canada, Australia, Spagna e Portogallo – i tassi di miglioramento della mortalità rallentarono in misura mai vista nel dopoguerra. La prevalenza di obesità, diabete e altri fattori di rischio sociali e comportamentali ha annullato almeno in parte i progressi iniziali, a sostegno dell’idea che le tendenze successive riflettessero determinanti sociali ed economiche più ampie.

Negli Stati Uniti, la mortalità è aumentata a causa delle cosiddette “morti per disperazione”, che si sono dimostrate correlate alla disuguaglianza di reddito. Sono aumentati i decessi per overdose di droga, decessi correlati all’alcol, suicidi e malattie cardiovascolari, mentre l’aspettativa di vita è effettivamente diminuita per diversi anni consecutivi, ben prima della pandemia di Covid-19. Nel Regno Unito, i progressi si sono in gran parte arrestati, soprattutto nelle aree più povere, ponendo fine a uno dei più lunghi periodi ininterrotti di miglioramento della salute pubblica nella storia moderna.

Vista in quest’ottica, la tempistica appare sensata e contribuisce a conciliare i risultati degli studi trasversali e longitudinali. L’aumento della disuguaglianza a partire dalla fine degli anni ’70 non è stato seguito da un immediato shock di mortalità, bensì da un periodo prolungato durante il quale i rapidi progressi della medicina hanno compensato il peggioramento delle condizioni sociali. Una volta indebolita tale forza compensativa, il danno sottostante è diventato evidente. L’aumento senza precedenti della disuguaglianza è stato, come prevedibile, seguito da un altrettanto senza precedenti rallentamento nel miglioramento della mortalità e da un ampliamento delle disuguaglianze in ambito sanitario.

La nebbia nella vita sociale

La disuguaglianza non si comporta come una tossina che provoca un’impennata improvvisa della mortalità dopo un periodo di incubazione prestabilito. Si comporta piuttosto come una nebbia che si insinua gradualmente in ogni angolo della vita sociale, alterando le traiettorie piuttosto che innescando eventi improvvisi. Aspettarsi di osservare effetti evidenti in brevi variazioni nel tempo nei dati nazionali sulla mortalità significa fraintendere la natura stessa del processo.

La disuguaglianza ha lasciato un’impronta così profonda sulla salute e sul benessere non perché uccida improvvisamente, ma perché rimodella lentamente il modo in cui le persone vivono, si relazionano, affrontano le difficoltà e invecchiano, fino a quando il danno non può più essere nascosto, nemmeno dai più straordinari progressi della medicina moderna.

* professore emerito di Epidemiologia sociale presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Nottingham e professore onorario presso l’University College di Londra, tra i fondatori di The Equality Trust
** professoressa di epidemiologia presso il Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università di York, cofondatrice di The Equality Trust
L’articolo è apparso sul blog Inequalities della London School of Economics and Political Science il 28 gennaio 2026.