Zali si dimette e non si smentisce: erano “l’espressione di una violenza solo verbale”

Pubblichiamo la presa di posizione dell’MPS in merito alle dimissioni presentate oggi da Claudio Zali. (Red)

*******************************

Le dimissioni di Claudio Zali rappresentano un atto dovuto. Arrivano dopo settimane di polemiche e dopo il progressivo accumularsi di fatti e comportamenti che hanno profondamente compromesso la credibilità della sua permanenza in Governo: dal caso del 14enne, agli audio resi pubblici, fino alla vicenda della mail all’EOC.

Non si è trattato di un episodio isolato, ma di una serie di eventi che hanno alimentato una crescente perdita di fiducia. Le pressioni politiche e dell’opinione pubblica erano quindi legittime e fondate. Chi ricopre una carica istituzionale deve assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie azioni.

Colpisce, tuttavia, che anche nel momento delle dimissioni Zali dimostri di non aver compreso la gravità della situazione. Nelle sue dichiarazioni afferma infatti che gli audio rappresenterebbero «l’espressione di una violenza solo verbale». È proprio quel “solo” a essere rivelatore.

Ancora oggi, infatti, c’è chi continua a minimizzare la violenza verbale come se fosse un fenomeno secondario. Al contrario, sappiamo che la violenza contro le donne si manifesta attraverso un continuum di comportamenti: la violenza psicologica, verbale e il controllo sono forme di violenza a tutti gli effetti e troppo spesso costituiscono il terreno sul quale si sviluppano successivamente anche le aggressioni fisiche. Sminuire questi aspetti significa non aver compreso la realtà della violenza di genere e il modo in cui essa si costruisce e si alimenta.

Questa vicenda deve però essere anche un punto di svolta. Governo e Parlamento cantonale, che escono male da questa vicenda, incapaci di cogliere la gravità del caso e di reagire tempestivamente (CdS in primis) hanno il dovere di trarne insegnamento e di rilanciare con decisione le politiche di prevenzione e di contrasto alla violenza di genere. Non bastano le dichiarazioni di principio o l’indignazione di fronte ai casi più eclatanti: servono investimenti concreti, risorse adeguate, competenze specialistiche, formazione continua per le istituzioni e gli operatori, un sostegno rafforzato ai servizi che accompagnano le vittime e un impegno costante sul piano educativo e culturale.

I troppi episodi di violenza contro le donne, fino ai femminicidi che continuano a segnare tragicamente la cronaca, dimostrano che siamo di fronte a un problema strutturale, che richiede una risposta altrettanto strutturale. La politica ha la responsabilità di agire con determinazione, mettendo la lotta alla violenza di genere tra le priorità dell’azione pubblica.

Le dimissioni chiudono una vicenda politica, ma non possono chiudere il dibattito culturale e istituzionale che essa ha aperto. Da chi ricopre ruoli pubblici ci si aspetta non solo il rispetto formale delle istituzioni, ma anche la consapevolezza del peso delle proprie parole e dei propri comportamenti. Su questo terreno resta ancora molto lavoro da fare.