Sopravvivere alla frontiera: Ceuta e la (non)crisi del regime migratorio

Lo scorso giugno, sulla banchina della stazione ferroviaria di Cordova, Amin mi raccontava che nove mesi prima, poco prima di compiere 18 anni, aveva lasciato la sua città, Sidi Slimane, ed era arrivato a Tétouan. Da lì si era gettato in acqua per raggiungere Ceuta; aveva dovuto nuotare per nove ore, costeggiando la costa per eludere la sorveglianza di frontiera. Una volta a Ceuta, era stato ospitato in un centro per minori e successivamente trasferito dal governo spagnolo in un altro centro per minori immigrati a Madrid. Al compimento della maggiore età, aveva dovuto lasciare la struttura e aveva vissuto per strada insieme ad altri giovani immigrati. Per sua fortuna, in quel periodo era stata aperta una procedura speciale di regolarizzazione degli stranieri, alla quale aveva potuto accedere. Quando ci siamo incontrati, era diretto a Málaga, dove aveva ricevuto un’offerta di lavoro per riparare telefoni cellulari.

Amin è sopravvissuto alla traversata fino a Ceuta, ma i più di 140 suoi compagni morti nel Mediterraneo pochi giorni fa non hanno avuto la stessa fortuna. Questa conversazione si è svolta nel 2026, ma avrebbe potuto essere nel 2000: il sogno di attraversare la frontiera è sempre lì. Ma come si spiega questo passaggio di massa degli ultimi giorni di luglio?

Una crisi senza crisi: questo è il sistema

Dalle prime ore del 30 luglio, migliaia di persone hanno attraversato, a nuoto o a piedi, il territorio marocchino per raggiungere la città di Ceuta. Alla vigilia, i media locali del nord del Marocco mostravano la folla che si era radunata sul lungomare di Fnideq (Castillejos, secondo il nome coloniale). Lì, i curiosi assistevano a come centinaia di giovani si gettassero in mare muniti di equipaggiamenti rudimentali venduti sulle bancarelle di strada. Gli improvvisati nuotatori erano ragazzi giovani, alcune ragazze, adolescenti e alcune famiglie con bambini piccoli.

Una volta arrivati a terra, ormai con la luce del giorno, si sono incamminati — molti a piedi nudi — verso la città. Erano circa 70.000 persone, quasi quanto l’intera popolazione di Ceuta, che si sono sistemate come potevano nelle strade e nei parchi. Preoccupati per ciò che sembrava stesse per accadere, gli esercizi commerciali di Ceuta hanno chiuso le porte, cosicché le persone appena arrivate non potevano nemmeno dissetarsi. Alcune hanno potuto contare sulla solidarietà della popolazione, mentre altre si sono scontrate con un razzismo ostinato che negava qualsiasi aiuto umanitario ai nuovi arrivati e alle nuove arrivate. Non è la prima volta che a Ceuta si verifica un ingresso massiccio di persone, ma mai prima d’ora aveva raggiunto queste proporzioni.

Il giornalista Ali Lmrabet riassumeva efficacemente le ragioni, affermando che il Marocco si sente rafforzato dal sostegno di Trump — che lo considera un alleato molto più affidabile della Spagna — e da quello di Israele, con cui ha normalizzato le relazioni in cambio del sostegno alla sua rivendicazione della sovranità sul Sahara Occidentale. La rivendicazione di Ceuta e Melilla da parte del Marocco completerebbe il suo progetto nazionale, anche se la sovranità spagnola sulle due città non è mai stata seriamente messa in discussione. Tuttavia, l’enfasi sulle spiegazioni geopolitiche — dominante nelle analisi — ha reso invisibili questioni strutturali e sociali.

Sono passati diversi giorni prima che i media iniziassero a parlare delle persone morte e prima che venisse attivato qualche meccanismo ufficiale per facilitare l’identificazione di coloro che erano scomparsi in mare.

I mezzi di comunicazione, persino quelli di sinistra, continuano a chiamarla crisi, un termine che presuppone l’esistenza di una normalità che, in un determinato momento, viene spezzata e che necessita di un certo periodo per essere ripristinata, tornando alla situazione precedente. Forse questa è una crisi politica, ma non migratoria: ciò che è accaduto fa parte del normale funzionamento del regime migratorio. Alle frontiere si verificano costantemente situazioni di sovraccarico e di rottura degli equilibri, con il risultato di una progressiva riduzione dei diritti delle persone e persino delle norme etiche minime che dovrebbero garantire la tutela del diritto alla vita.

Perché Ceuta è speciale?

Ci sono tre elementi che rendono particolare la frontiera di Ceuta e che ne definiscono il regime migratorio: il primo è che si tratta della frontiera dell’Europa, con condizioni giuridiche differenti, un ingresso via mare e via terra e il cui controllo dipende da un Paese terzo; il secondo è il deterioramento delle condizioni di vita della popolazione marocchina; infine, la presenza di una popolazione mista (per oltre il 50% musulmana spagnola), che permette un sostegno immediato a chi arriva.

Cominciamo dal primo punto. Ceuta, come Melilla, è una città spagnola situata in mezzo al territorio marocchino, con una forte presenza militare. È l’unica frontiera terrestre della Spagna e quindi dell’Europa con l’Africa. L’ingresso a Ceuta è controllato dalla Gendarmeria marocchina, che rappresenta il primo controllo che deve superare chi vuole entrare in Spagna. L’emigrazione è uno dei temi chiave nelle relazioni ispano-marocchine, e il Marocco la gestisce secondo la propria agenda, ritirando i controlli, come è accaduto in questo caso, e senza preavviso. Questa improvvisa apertura offre una possibilità di emigrare che bisogna cogliere.

In secondo luogo, in Marocco si registra un aumento insostenibile della disuguaglianza e della mancanza di libertà; a livello locale, ciò è aggravato dalla chiusura della frontiera commerciale nel 2019, che ha posto fine al contrabbando, una risorsa da cui viveva gran parte della popolazione della zona. Di conseguenza, la disperazione della gente è aumentata. A ciò si aggiungono le colonie di giovani e di bambini e bambine rifugiati nelle campagne marocchine, che aspettano la prima occasione per entrare.

E in terzo luogo c’è la composizione stessa della popolazione della città di Ceuta, che costituisce uno spazio sociale unico, formato da tre gruppi distinti. Poco meno della metà della popolazione spagnola di Ceuta è musulmana e vive nei quartieri con i redditi più bassi e con i maggiori livelli di disoccupazione e povertà. La popolazione cristiana, molto più agiata e quasi sempre proveniente dalla Penisola, vive nei quartieri più costosi ed è inserita soprattutto nel settore pubblico: esercito, insegnamento, pubblica amministrazione, ecc.

C’è poi un terzo gruppo, quello degli immigrati marocchini. Come è prevedibile, occupano le posizioni più vulnerabili: sono lavoratrici domestiche, cuoche, pasticcere o cameriere. La presenza della popolazione musulmana, con forti legami familiari con l’hinterland marocchino, implica l’esistenza di un’enorme rete socio-familiare a disposizione, almeno, degli immigrati marocchini, che in questi giorni ha dimostrato la propria solidarietà, in contrasto con la popolazione non musulmana. Anche in questo caso la solidarietà era segnata dalla dimensione razziale, come accade da anni.

Dal 2019 ho potuto accompagnare alcuni abitanti di Ceuta a portare cibo e acqua ai gruppi di ragazzi che si rifugiavano in diversi angoli della città: si tratta di una pratica comune tra i musulmani.

Nadia è una lavoratrice domestica che vive a Ceuta da circa dieci anni, ma ha ottenuto il permesso di lavoro soltanto due anni fa. Prima era una lavoratrice transfrontaliera. Per poter ottenere un permesso Schengen che le consentisse di uscire da Ceuta, ha dovuto pagare 5.000 euro e viaggiare nascosta in un’auto fino alla Penisola. Una volta arrivata, ha sistemato i suoi documenti ed è tornata a Ceuta.

Questa settimana mi ha raccontato che a Ceuta sono entrate persone che avevano un mezzo di sostentamento, ma che pensavano che «i soldi si trovassero per terra» e che contavano sull’appoggio di familiari residenti a Ceuta; la maggior parte è stata costretta a tornare indietro. Quelli che non lo hanno fatto sono nascosti per evitare di essere espulsi, il che impedisce loro persino di andare a chiedere acqua e cibo, come avevano fatto nei primi giorni per le strade del centro della città.

Una frontiera della morte

La situazione coloniale di Ceuta spiega la forma specifica che assume la frontiera, ma non spiega la situazione che si sta vivendo. Se si parla soltanto di questione coloniale, si finisce per sbiancare i processi migratori che coinvolgono l’Europa e il mondo.

Questa frontiera trasforma in scarti privi di diritti le ragazze e i ragazzi che cercano di migliorare la propria vita, gli uomini e le donne che vogliono sopravvivere. Altri li trasforma in cadaveri che né in Spagna né in Marocco meritano alcun atto ufficiale, perché le loro morti vengono normalizzate: ogni estate lo Stretto si riempie dei corpi di coloro che hanno tentato di attraversarlo.

Questo è il regime migratorio: si approfitta del caos per imporre procedure di controllo sempre più rigide, che privano dei diritti — e, in ultima istanza, della vita — le persone che attraversano quella frontiera.

La maggior parte di coloro che riusciranno a portare l’avventura migratoria oltre Ceuta entrerà a far parte di una massa lavoratrice sempre più razzializzata e povera, quella che in Europa continuerà a raccogliere fragole, assistere le persone anziane e costruire case. Occuperanno così il posto che il capitalismo riserva alle classi pericolose, per le quali costruisce questo regime di frontiera.

Di fronte a tutto questo, resta soltanto la lotta internazionalista e di classe.

Amin e io ci siamo salutati con un abbraccio e, ogni volta che penso a lui, gli auguro che il suo viaggio continui a valerne la pena.

*Ángeles Martínez fa parte del Comitato di redazione di Viento Sur sul quale l’articolo è apparso l’8 agosto 2026