Venezuela, un protettorato del XXI° secolo
«L’intervento militare del 3 gennaio in Venezuela rappresenta una svolta strutturale, segnando il passaggio a un nuovo ordine internazionale caratterizzato dal “decisionismo sovrano”, in cui lo stato di diritto viene sostituito dal potere coercitivo delle grandi potenze». È così che inizia la dichiarazione della Piattaforma dei Cittadini in Difesa della Costituzione, in questo momento difficile e complesso per il popolo venezuelano.
Il documento (il testo è riportato più sotto) è firmato da sette personalità: Santiago Arconada, Antonia Muñoz, Edgardo Lander, Carlos Mendoza Potellá, Héctor Navarro, Mariano Crespo e Gustavo Márquez Marín.
Analizzano quella che considerano una “rinnovata egemonia regionale”, che mira al “controllo assoluto delle risorse naturali strategiche della regione”, impedendo la partecipazione di “potenze extraemisferiche”. Il Venezuela è diventato un “laboratorio di sicurezza emisferica, dove il controllo dei flussi energetici e delle infrastrutture critiche del paese è stato espressamente ritenuto ‘vitale’ per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.
In secondo luogo, la Piattaforma considera l’intervento del 3 gennaio un colpo di stato e un cambio di regime che ha instaurato un “protettorato coloniale del XXI secolo”. Da quel momento in poi, sostiene la Piattaforma, la sopravvivenza dello stato-nazione venezuelano è a rischio. “È in corso una feroce guerra cognitiva per far sì che il popolo assimili il proprio dominio e accetti la tutela come un ‘soccorso’ necessario per sopravvivere alla crisi multidimensionale in peggioramento”.
In terzo luogo, l’occupazione territoriale si è concretizzata nel dispiegamento di duemila marines dopo il terremoto per controllare l’aeroporto di Maiquetía e il porto di La Guaira. L’obiettivo era quello di controllare le risorse strategiche (idrocarburi ed elementi delle terre rare) e ristrutturare le istituzioni attraverso il controllo dei sistemi elettorale e giudiziario (Consiglio Elettorale Nazionale e Corte Suprema).
Come descritto nel quarto punto, questo metodo “mira a garantire elezioni supervisionate e determinate dagli interessi della Casa Bianca, al fine di legittimare il regime neocoloniale e preservare il controllo statunitense attraverso una democrazia tutelare, eliminando ogni traccia di autonomia nazionale e di libera sovranità popolare”.
Ciò porta alla creazione di uno “stato tutor”, la cui gestione “è ormai legata all’agenda della Casa Bianca”. Da quel momento in poi, prosegue la Piattaforma, gli Stati Uniti definiscono e amministrano strategie e politiche pubbliche in ogni ambito immaginabile, dagli idrocarburi e dall’attività mineraria al commercio estero e alla sicurezza, dagli investimenti esteri alle finanze pubbliche, dalla gestione del debito estero alla ristrutturazione delle istituzioni pubbliche.
Stiamo assistendo a una “governance diretta da Washington”, al punto che il Tesoro statunitense riceve direttamente le entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio venezuelano, che vengono poi “distribuite gradualmente al paese tramite banche private, consentendo a Washington di decidere come spendere il denaro e chi è autorizzato a farlo”. Marco Rubio impartisce gli ordini e Delcy Rodríguez, insieme a tutto il suo governo, obbedisce. Le multinazionali statunitensi hanno la priorità, mentre i concorrenti, soprattutto la Cina, vengono messi da parte.
Infine, la dichiarazione afferma che la repubblica è entrata in un processo di dissoluzione, reso possibile dal fatto che la società venezuelana era già stremata dalla precarietà e dalle crisi sovrapposte, al punto che il morale collettivo si era indebolito, “facilitando l’instaurazione del regime coloniale”. Solo una forte reazione popolare avrebbe permesso il recupero della sovranità e la delegittimazione del neocolonialismo imposto.
A mio avviso, questa è un’importante descrizione della situazione in Venezuela e funge da specchio in cui i movimenti e i popoli della regione devono vedersi riflessi. In Ecuador, il governo Noboa ha varato il Piano di Sicurezza Nazionale 2025-2029, che prende di mira direttamente le comunità che rivendicano l’autonomia e i movimenti che protestano e disobbediscono.
Qualcosa di simile sta già accadendo in Perù sotto l’influenza del fujimorismo, in El Salvador, Honduras, Guatemala e ora anche nell’Argentina di Milei.
È urgente che i movimenti sociali e le comunità comprendano che ci troviamo di fronte a un piano complessivo contro la vita che non controllano, un piano per soggiogarci e quindi mantenere il loro dominio. Credo che ci siano diverse questioni che dobbiamo considerare.
Il primo problema riguarda la nostra sopravvivenza come popoli. Non possiamo rimanere ciò che eravamo se non resistiamo. Le nostre società, i nostri mondi, saranno completamente sconvolti, così come la natura, di cui seguiremo il destino.
Il secondo punto è che non saremo in grado di cambiare le cose a breve termine. Ci troviamo di fronte a un periodo storico, una realtà che ci verrà imposta per lungo tempo. Non basta più fare proprio uno stato blindato per i più ricchi.
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Al popolo del Venezuela: Riflessioni sullo stato della nazione
A cura della Piattaforma civica in difesa della Costituzione
La Piattaforma Civica in Difesa della Costituzione si rivolge al popolo sovrano del Venezuela, analizzando la difficilissima situazione che il paese sta attraversando, al fine di contribuire a definire il cammino da percorrere per questo popolo libero.
In questa situazione così complessa, è necessario studiare da due prospettive fondamentali che, ovviamente, sono intrecciate e interagiscono: quella internazionale e quella nazionale.
1. Contesto internazionale
La Dottrina Monroe e la fine dell’ordine liberale
L’intervento militare del 3 gennaio in Venezuela rappresenta una svolta strutturale, segnando il passaggio a un nuovo ordine internazionale caratterizzato dal “decisionismo sovrano”, in cui la norma giuridica viene sostituita dal potere coercitivo delle grandi potenze. Prevale la “legge del più forte”. Il diritto internazionale e l’intero quadro giuridico e istituzionale emerso dopo la Seconda Guerra Mondiale vengono di fatto abrogati.
Questa azione riafferma una rinnovata egemonia regionale, un aggiornamento della Dottrina Monroe, osteggiata all’epoca dal Libertador Simón Bolívar ma menzionata più volte e ufficialmente assunta in tempi recenti come politica di stato da Donald Trump e dal suo governo, con l’obiettivo primario di conseguire la piena egemonia statunitense sull’emisfero occidentale e il controllo assoluto delle risorse naturali strategiche della regione, impedendo la possibilità di partecipazione di potenze extraemisferiche.
Gli interessi dell’amministrazione Donald Trump (MAGA)
L’attuale amministrazione di Washingon impiega una realpolitik reinventata, incentrata sugli interessi geopolitici e sulla geoeconomia coercitiva, attraverso la cattura e la decapitazione della leadership politica e il controllo delle risorse strategiche come strumenti di potere. Questa strategia imperialista egemonica mira a normalizzare l’asimmetria strutturale nelle relazioni internazionali, instaurando il dominio della supremazia e il trattamento discrezionale e ineguale di Washington nei confronti degli altri paesi dell’emisfero. Il principio di reciprocità e di parità di trattamento tra gli stati viene abolito per creare un nuovo quadro basato sui fatti compiuti e sull’uso della forza.
L’importanza strategica del Venezuela
Il nostro paese è ormai il laboratorio della sicurezza emisferica, dove il controllo dei flussi energetici e delle infrastrutture critiche è stato espressamente ritenuto “vitale” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il Venezuela è diventato un territorio sotto il diretto controllo geoeconomico e geopolitico di Washington.
2. Il 3 gennaio, rottura e cambiamento di regime
Natura dell’evento: Il 3 gennaio, si è verificato un colpo di stato attraverso un intervento militare guidato dagli Stati Uniti per rimuovere un “Capo di stato” dal potere e sottoporlo alla giurisdizione dei tribunali statunitensi. Questo è stato il culmine di una strategia di “massima pressione” applicata per oltre un decennio e attuata attraverso una guerra multidimensionale per il controllo del Venezuela. Tale strategia comprendeva: un regime di sanzioni economiche e diplomatiche, destabilizzazione e guerra cognitiva, alimentando lo scontro interno e la frammentazione, una continua crisi politica ed economica, una crisi di legittimità della leadership e la disintegrazione e il collasso del regime autoritario del partito-stato. Attraverso questo intervento, il governo statunitense ha minato la sovranità e la governance dello stato venezuelano, scegliendo a propria discrezione il governo ad interim di Delcy Rodríguez. Questo intervento ha segnato il passo formale verso un’occupazione militare diretta che ha avviato un processo di “cambio di regime”: dallo stato repubblicano indipendente nato nel 1811 e consolidato nel 1830, a un “Protettorato coloniale del XXI secolo”.
Caratterizzazione del regime emergente
È stato instaurato un “protettorato del XXI secolo” in cui la restante pubblica amministrazione, guidata da Delcy Rodríguez, funge da “facciata” o “governo zombie”, privo di qualsiasi reale autonomia. Legalmente, il paese è stato trasformato in una “terra di nessuno” (res nullius), dove la giurisdizione nazionale è stata annullata a favore dei diktat della Casa Bianca.
Riconfigurazione dell’agenda politica
L’agenda politica è stata riconfigurata alla luce del nuovo scenario politico emerso dopo il 3 gennaio: la lotta per il ripristino della democrazia e la lotta per il recupero della sovranità nazionale convergono in un’unica lotta per l’emancipazione nazionale e la sopravvivenza dello stato-nazione. Si sta combattendo una feroce guerra cognitiva per far sì che il popolo assimili il proprio dominio e accetti la tutela come un “sollievo” necessario per sopravvivere alla crisi multidimensionale in peggioramento, o come un destino “inevitabile” e persino “necessario” per sfuggire al regime “chavista” – il tutto esacerbato dagli effetti del terremoto del 24 giugno.
3. Il piano di ricolonizzazione e le sue fasi
Stabilizzazione (controllo territoriale, economico e politico)
Si concentra sulla neutralizzazione della resistenza interna attraverso lo smantellamento delle FANB (Forze Armate Nazionali Bolivariane) e la progressiva occupazione del territorio. Le operazioni nel Mar dei Caraibi, al largo delle nostre coste, in evidente preparazione all’intervento militare del 3 gennaio (Terza Armata) e all’assassinio del “Bambino Guerriero” tramite un attacco missilistico statunitense, sono la pietra miliare che conferma come gli Stati Uniti stiano esercitando unilateralmente la forza letale sul suolo venezuelano. Un’ulteriore dimostrazione in tal senso è stata l’ingiustificato dispiegamento militare di 2.000 marines statunitensi che, con il pretesto di supportare la risposta all’emergenza del “terremoto”, hanno preso il controllo della sicurezza e delle operazioni all’aeroporto di Maiquetía e hanno stazionato due navi da guerra della Quarta Flotta del Comando Meridionale nel porto di La Guaira. Queste stesse navi hanno condotto l’intervento del 3 gennaio e rimangono al largo delle coste venezuelane, controllando il traffico marittimo del paese. A ciò si aggiunge l’azione pervasiva del dipartimento di stato, che gli ha permesso di controllare la gestione economica e la ristrutturazione istituzionale dello stato, la conduzione della politica estera, l’amministrazione delle risorse naturali, la politica degli investimenti esteri e la gestione del debito estero.
Ricostruzione e controllo delle risorse strategiche
Si riferisce all’amministrazione e alla concessione dell’estrazione di idrocarburi, minerali strategici e risorse naturali a società transnazionali, in condizioni leonine e sotto la copertura di leggi che legittimano l’opacità, come la legge anti-blocco e le riforme “rapide” delle leggi sugli idrocarburi e sulle miniere, attraverso le quali è stata formalizzata la cessione della sovranità sulle risorse naturali strategiche della nazione.
Transizione e legittimazione
Consiste in una “negoziazione” simulata, presentata come un dialogo tra Dinorah Figuera [leader di un partito venezuelano di opposizione, da tempo in esilio in Spagna, ndt] e Jorge Rodríguez, per ristrutturare il Consiglio Elettorale Nazionale e Corte Suprema secondo gli interessi e i dettami della Casa Bianca, garantendo l’instaurazione di una “democrazia di tutela”.
4. Tabella di marcia per la transizione
La ristrutturazione del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) è il punto centrale della terza fase del piano strategico di Washington per il Venezuela, denominata “Transizione”. Il dipartimento di stato americano ha facilitato l’incontro tra Dinorah Figuera e Jorge Rodríguez per definire una “tabella di marcia” in cui il “rafforzamento” del CNE rappresenta una priorità assoluta per il raggiungimento di una “transizione democratica”. Gli Stati Uniti, non a caso, con questo gesto hanno chiarito che la transizione include il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e che la rappresentanza dell’“area di opposizione”, anch’essa sotto il loro controllo, è stata affidata a una persona di “fiducia” (Dinorah Figuera) per facilitare la “negoziazione prestabilita”, con l’obiettivo di raggiungere un accordo “conveniente” per gli interessi statunitensi.
L’elezione di un nuovo Consiglio Elettorale Nazionale (CNE) e la conseguente riforma del sistema elettorale, sotto la guida e la supervisione del dipartimento di stato, sono la chiave che determinerà il risultato elettorale che rilegittimerà i poteri pubblici con la benedizione e il riconoscimento degli Stati Uniti.
Il segretario di stato Marco Rubio ha dichiarato che una “vera transizione” richiede un Consiglio Elettorale Nazionale (CNE) riformato, i cui membri “contino effettivamente i voti in modo corretto”, garantendo “elezioni libere e multipartitiche”. Ciò significa che l’agenda di Washington include la ristrutturazione del sistema elettorale, la sua supervisione diretta e la validazione dei risultati. Non ci vuole un indovino per capire cosa significhi. Di fatto, stanno proponendo l’approvazione di uno “Statuto Elettorale Speciale” che sostituirebbe la Legge Organica del Potere Elettorale e i suoi regolamenti: un “quadro giuridico ad hoc” che “proteggerebbe” l’“autonomia tecnica” dell’organismo dalle “interferenze di parte”. Non sarebbe sorprendente se adottassero il modello colombiano, affidando il processo di costruzione, progettazione e implementazione del “nuovo sistema elettorale” a società private, a loro completa soddisfazione. Ciò che gli Stati Uniti cercano non è che il nuovo CNE abbia la missione di ripristinare la Costituzione, ma piuttosto di formalizzare il dominio statunitense sul paese.
La ristrutturazione del CNE sotto il comando di Washington mira a garantire elezioni “controllate” e determinate dagli interessi della Casa Bianca, al fine di “legittimare” il regime neocoloniale e preservare il controllo statunitense attraverso una “democrazia indottrinata”, eliminando ogni traccia di autonomia nazionale e di libera sovranità popolare.
5. La transizione e la lotta per la sovranità
In questo contesto, l’esercizio militante della vigilanza sociale è fondamentale e decisivo per la difesa della sovranità, per denunciare la cospirazione statunitense, in collusione con i suoi funzionari scelti e i settori di “opposizione” al servizio del regime coloniale, che cercano di provocare una regressione nel sistema elettorale, rendendolo vulnerabile a manipolazioni fraudolente. Occorre esigere il rigoroso rispetto della Costituzione e della legge.
L’insediamento di un nuovo CNE definirà la natura del Venezuela post-3 gennaio: o diventerà il motore di una verificabile reistituzionalizzazione democratica, oppure fungerà da strumento di legittimazione di un protettorato del XXI secolo sotto la tutela degli Stati Uniti.
6. Modello di gestione dello stato tutoriale:
Spostamento del centro di gravità del potere
Il centro di gravità della politica venezuelana si è spostato a Washington e, di conseguenza, la gestione dello stato venezuelano si è legata all’agenda della Casa Bianca. Questo spostamento si basa interamente sul presupposto di uno “stato fallito” che “giustificava” la violazione della sua sovranità da parte di coloro che si autoproclamano “poliziotti del mondo”. Gli Stati Uniti hanno di fatto assunto, attraverso la forza militare e le normative e sanzioni imposte dall’Office of Foreign Assets Control (OFAC), la definizione e l’amministrazione di strategie e politiche pubbliche in settori vitali come gli idrocarburi, l’industria mineraria, l’energia elettrica, il commercio estero, la sicurezza, la politica estera, la protezione sociale, le infrastrutture, la gestione delle imprese statali, gli investimenti esteri, le finanze pubbliche, la gestione del debito estero e la ristrutturazione delle istituzioni pubbliche (il Consiglio Elettorale Nazionale, la Corte Suprema, tra gli altri). Non si tratta di una “relazione diplomatica”, bensì di un governo diretto da Washington.
Gestione delle entrate: il Tesoro degli Stati Uniti riceve direttamente le entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio venezuelano.
Distribuzione condizionale
Questi fondi vengono distribuiti al paese gradualmente attraverso banche private, consentendo a Washington di decidere come vengono spesi e chi è autorizzato a spenderli. Questo meccanismo conferisce a personaggi come Marco Rubio un’enorme influenza sul governo fantoccio di Delcy Rodríguez.
Priorità per le aziende statunitensi
Washington sfrutta il suo controllo sul settore per attuare un’apertura economica che favorisca i propri interessi industriali.
Investimenti ultramilionari
Donald Trump ha dichiarato che le aziende statunitensi entreranno nel paese per effettuare ingenti investimenti nelle infrastrutture e nell’esplorazione petrolifera.
Spiazzamento dei concorrenti
Sotto la gestione di Rubio, è stata data priorità all’arrivo di nuove aziende americane, spesso a scapito dei produttori europei già operanti nel paese.
Tutela politica ed epurazione istituzionale
Il governo provvisorio del Venezuela opera sotto la supervisione diretta di Washington in:
- Consulenza sulle nomine (compresi i ministri come il ministro della Difesa e il ministro degli Esteri): Delcy Rodríguez si consulta con Rubio sulle nomine governative di fondamentale importanza.
- Istruzioni per l’epurazione: Rubio è intervenuto nelle decisioni relative al personale e ha incoraggiato Rodriguez a epurare la famiglia e i soci in affari di Maduro, ordini che lei ha eseguito.
Controllo della politica estera
Si conclude che il Venezuela non definisce più autonomamente la propria politica estera, citando il caso del ministro degli Esteri Iván Gil, ora sostituito, costretto a cancellare una pubblicazione critica nei confronti dell’attacco all’Iran su ordine della Casa Bianca.
Il petrolio come obiettivo strategico finale
L’obiettivo finale dell’amministrazione Trump è quello di assicurarsi il petrolio venezuelano per gli interessi statunitensi. Il controllo degli Stati Uniti sul petrolio venezuelano garantisce vantaggi che vanno oltre la semplice fornitura di energia, consolidando un controllo diretto e multidimensionale (finanziario, economico e geopolitico) sul paese. Assicurarsi questa risorsa è vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e per il controllo dei flussi energetici regionali. Il controllo del petrolio funziona come uno “strumento coercitivo complementare” che costringe gli attori interni e regionali ad allinearsi agli interessi di Washington. Il vantaggio per gli Stati Uniti non è solo l’accesso alla risorsa, ma anche la possibilità di utilizzare il petrolio come pietra angolare di un protettorato del XXI secolo, dove il controllo delle entrate garantisce la lealtà delle élite locali e l’esclusione dei concorrenti globali dal proprio “cortile di casa”.
Controllo sulla commissione elettorale
Ignorando la nostra Costituzione, che è ancora formalmente in vigore, la decisione su quando e come si terranno le elezioni in Venezuela rimane indefinita e spetta esclusivamente a Marco Rubio. Sembra che Delcy Rodríguez stia cercando di far scadere il mandato di Trump, sperando che la pressione per le elezioni si attenui con la nomina di un successore.
7. La Repubblica in fase di dissoluzione
Accelerazione del processo: l’aggravarsi della crisi multidimensionale e il crollo del modello rentier agiscono da catalizzatori che tendono a indebolire il morale della popolazione, facilitando l’instaurazione del regime coloniale. Questo vettore di instabilità viene sfruttato da un’intensa guerra cognitiva che martella la società, in modo che, sfinita dalla precarietà, accetti la tutela statunitense come via di sopravvivenza, di “progresso” e di raggiungimento della stabilità, in cambio della rinuncia alla sovranità. Questo scenario spinge le élite ad accettare lo status di colonia statunitense come inevitabile, come una via d’uscita “meno dolorosa” rispetto al caos sociale o alla continuazione del regime “chavo-madurista”.
La repubblica indipendente del 1830 è in procinto di dissolversi definitivamente, a meno che non si articoli una risposta patriottica di lungo termine e si costruisca una controffensiva per salvare la sovranità, attraverso un movimento che unifichi la resistenza repubblicana per la democrazia, il ripristino della Costituzione e il recupero della sovranità, che delegittima la “transizione guidata” e denuncia la prostrazione della resa, nelle mani del “PSUV-Rodrigato” che intende diseredare la nazione del suo patrimonio e affondare la Repubblica.
- Santiago Arconada
- Antonia Muñoz
- Edgardo Lander
- Carlos Mendoza Potellá
- Hector Navarro
- Mariano Crespo
- Gustavo Márquez Marin
*giornalista e attivista uruguayano, ex militante Tupamaro, articolo apparso su La Jornada (quotidiano messicano di sinistra).