Capire non è giustificare. Reprimere non è risolvere

In questi giorni ne abbiamo sentite di ogni in relazione alle oceaniche manifestazioni studentesche tenutesi in particolare in Francia e Italia. Alle nostre latitudini, liberali, leghisti e democentristi non hanno perso tempo a propinarci le loro ricette intrise di paternalismo, repressione e pensiero reazionario, attaccando indistintamente la sinistra, i migranti e l’integrazione indicandoli come origine delle violenze. Chiunque provi a capire, a spiegare le cause del fenomeno, viene accusato di essere complice delle violenze contro la polizia e lo Stato. Ma capire le cause di un fenomeno non significa giustificarne le manifestazioni, anche violente, con cui si presenta. Chi ha studiato come si è arrivati alla Shoah non l’ha fatto per giustificarla, ma anche per far sì che non si potesse ripetere. Eppure, oggi, chi prova a capire viene messo all’indice come complice.

Ciò che accomuna le piazze di Francia, Italia, Albania, ecc è una distanza reale, materiale, tra chi decide e chi subisce. Decenni di austerità, salari al palo, affitti fuori portata, tagli nell’educazione mentre precarietà e bilanci militari crescono. Un modello economico – il capitalismo – che concentra ricchezza e potere in poche mani, che insegna che una persona vale ciò che possiede (le scarpe, il telefono, la marca giusta) e poi si stupisce se chi da quel mondo è escluso, quando la piazza gli apre uno spazio, si appropria, anche con la violenza, proprio di quei simboli che lo stesso sistema, con altrettanta violenza, gli preclude. Il saccheggio non è un programma politico, ma è un sintomo politico di una società che viaggia a velocità diverse a seconda delle persone che marginalizza e precarizza il diverso. Un sintomo non si cura con il manganello e con la repressione, ma affrontandolo, comprendendone le cause e adottando le misure necessarie.

In vista dello sciopero studentesco del 20 novembre la destra e l’estrema destra ticinese hanno già la ricetta pronta. Basta sfogliare il Mattino della domenica, lo stesso giornale che pubblica e difende le tesi dei remigrazionisti del Fronte nazionale elvetico: il vicepresidente dell’UDC reclama più agenti e conseguenze rapide e certe, anche per i minorenni, e taccia di complicità chi non condanna i violenti senza ambiguità; i Giovani leghisti vorrebbero che, per i responsabili stranieri, la condanna si ripercuotesse anche sul permesso di soggiorno. E il PLRT, che rivendica a gran forza «risposte concrete»: arresti più lunghi, controlli più stretti, pene più severe. Di educazione, precarietà e salari, invece, non si parla.

In quattro settimane i liceali francesi hanno strappato oltre 3’000 supplenti in più: nessuna petizione aveva ottenuto tanto. È questo che fa paura. Non le vetrine, ma la (ri)scoperta che, mobilitandosi, restando uniti e marciando insieme si può vincere. E la borghesia ne è terrorizzata. Il 20 novembre saremo in piazza con le studentesse e gli studenti. Il problema non è la loro rabbia, ma le vite spezzate e il futuro precario. E questi, a differenza delle vetrine, nessuno si sta preoccupando di ripararli.

*membri del segretariato MPS. Articolo apparso sul Corriere del Ticino martedì 27 ottobre 2026.