Capitalismo significa militarizzazione e guerra: per un antimperialismo solidale e un’alternativa ecosocialista!
Il capitalismo produce una crisi dopo l’altra. Non si intravede alcuna stabilizzazione, anzi. Si prospettano un ulteriore aumento delle tensioni imperialiste, il rafforzamento delle correnti di estrema destra e nuovi attacchi alle condizioni di lavoro e di vita delle persone salariate. Anche la Svizzera non è immune da questa dinamica.
Il capitalismo in un vicolo cieco
In seguito alla crisi finanziaria ed economica del 2007-2008, i rapporti di forza all’interno del capitale occidentale sono cambiati. Il capitale bancario ha perso relativamente influenza a favore delle società di gestione patrimoniale (BlackRock, Vanguard, State Street, ecc.) e dei colossi tecnologici (Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet, Meta, Tesla, OpenAI, Palantir, ecc.). Questi ultimi intervengono sempre più apertamente negli organi decisionali politici o arrivano addirittura a occupare direttamente incarichi di governo (Elon Musk, Friedrich Merz e altri).
Poiché la redditività del settore produttivo e industriale non si è ripresa da anni e la domanda complessiva non cresce come auspicato, a causa della diminuzione dei salari reali e delle politiche di austerità, una quantità eccessiva di capitale continua a confluire nel settore finanziario anziché negli investimenti produttivi.
La speranza che la progressiva digitalizzazione e l’intelligenza artificiale potessero dare origine a un nuovo ciclo globale di investimenti, capace di offrire ai capitalisti prospettive di profitto a lungo termine, non si è finora concretizzata. È più probabile che le centinaia di miliardi investite nelle aziende dell’intelligenza artificiale vadano in fumo, aggravando ulteriormente una situazione economica già tesa.
Il capitalismo non attraversa dunque una crisi congiunturale temporanea, bensì una crisi strutturale dell’accumulazione.
La spirale mortale dell’espansione, della militarizzazione e della catastrofe climatica
In risposta alle difficoltà di accumulazione, i capitalisti intensificano gli attacchi alle condizioni di lavoro e di vita delle persone salariate e allo Stato sociale. In questo modo cercano di salvaguardare i propri interessi di profitto e il proprio dominio.
Allo stesso tempo, puntano a risolvere i problemi di produttività attraverso una maggiore crescita economica: producono di più, trasformano in merci un numero sempre maggiore di ambiti della vita e conquistano nuovi mercati, per compensare così la diminuzione del plusvalore per singola merce. A questa dinamica si accompagna l’inasprimento della lotta per l’influenza imperialista.
Questa dinamica è all’origine delle spinte alla militarizzazione dei Paesi capitalisti. Inoltre, attraverso massicci programmi di riarmo, questi Paesi sperano di innescare un ciclo di investimenti nell’industria bellica capace di stabilizzare il resto dell’economia.
Le conseguenze sono il rafforzamento dell’estrema destra e l’inasprimento della concorrenza capitalistica per i mercati di sbocco e le materie prime, una competizione che si svolge sempre più spesso attraverso il ricorso alle armi.
La crescita forzata, il riarmo e le guerre producono a loro volta effetti devastanti sull’ambiente e aggravano la catastrofe climatica.
Il ritorno della «diplomazia delle cannoniere»
Con l’intervento militare in Venezuela, il blocco di Cuba e la guerra contro l’Iran, gli Stati Uniti cercano di piegare questi regimi alla propria volontà e di ridurre l’influenza della Cina.
L’obiettivo è assicurarsi il controllo imperialista delle materie prime e di intere regioni nella competizione con la Cina.
All’ombra degli attacchi statunitensi, l’imperialismo russo può riabilitarsi. Contemporaneamente, il blocco dello Stretto di Hormuz provoca una crisi petrolifera, in seguito alla quale vengono allentate le sanzioni contro le aziende russe del settore delle materie prime. Questo, a sua volta, offre a Putin maggiori risorse finanziarie per proseguire la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina.
Per Trump, Putin, Netanyahu e i loro alleati di estrema destra, la legge del più forte costituisce il principio guida della politica internazionale.
A pagarne le conseguenze sono le popolazioni dell’Iran, del Venezuela, di Cuba, della Palestina, dell’Ucraina e di altre regioni colpite dalle guerre.
È quindi ancora più urgente sviluppare un antimperialismo che non si schieri con nessuno dei blocchi imperialisti e che non sostenga regimi dittatoriali considerandoli presunti «alleati antimperialisti».
La solidarietà internazionale deve partire dagli interessi delle persone salariate di tutti i Paesi e promuovere la loro collaborazione.
Il fondamento di un antimperialismo solidale è il riconoscimento dei legami reciproci e dell’interdipendenza tra persone poste su un piano di uguaglianza.
La Svizzera non fa eccezione
La politica della borghesia svizzera e delle forze nazionalconservatrici si inserisce nelle dinamiche politiche ed economiche globali.
Nel novembre 2025, un gruppo di oligarchi svizzeri ha incontrato Trump nello Studio Ovale, dopo che il Consiglio federale non era riuscito a ottenere risultati nei negoziati sui dazi doganali.
Attraverso promesse di investimento e regali corruttivi si è cercato di negoziare condizioni migliori. La politica estera è stata apertamente presa in mano dal grande capitale e i negoziati sono stati sostituiti da orologi Rolex e lingotti d’oro.
Gli stessi ambienti, da 25 anni, riducono sistematicamente la tassazione del capitale nel nostro Paese, mentre quella sul lavoro rimane invariata.
Inoltre, fanno tutto il possibile per sganciare l’aumento dei salari reali dagli incrementi della produttività.
Tra il 2020 e il 2023, i salari reali sono addirittura diminuiti per tre anni consecutivi, un fenomeno che non si verificava dalla Seconda guerra mondiale.
In questo modo, la borghesia redistribuisce dal basso verso l’alto la ricchezza prodotta dalle persone salariate.
Il riarmo dell’esercito svizzero, finanziato attraverso lo smantellamento delle prestazioni sociali e l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto (IVA), si inserisce nella stessa dinamica redistributiva.
Con iniziative del tipo «Svizzera da 10 milioni», sebbene per il momento sconfitte, l’UDC continua la propria offensiva xenofoba, trasformando le persone migranti in capri espiatori per gli affitti elevati, la stagnazione dei salari e il sovraccarico dei servizi pubblici.
In questo modo, l’UDC vuole distogliere l’attenzione dalle vere cause: i problemi strutturali dell’accumulazione capitalistica e gli attacchi aggressivi della borghesia contro i salari e lo Stato sociale.
L’obiettivo è dividere le persone salariate in base al permesso di soggiorno e alla provenienza, rendendo più difficile la resistenza sociale contro le politiche di redistribuzione della ricchezza verso l’alto.
Dalla resistenza alla costruzione di un contropotere
Spetta a noi contrastare la divisione delle persone salariate, tanto a livello internazionale quanto in Svizzera, e organizzare una resistenza collettiva contro le guerre imperialiste e gli attacchi della borghesia alle nostre condizioni di lavoro e di vita.
In questo modo potremo costruire, passo dopo passo, un contropotere e sviluppare una via d’uscita solidale dalle crisi del capitalismo.
Per un antimperialismo solidale e un’alternativa ecosocialista!