Le poltrone della casta
Il caso delle remunerazioni del Consiglio di amministrazione delle AIL ha aperto una discussione che non può essere chiusa con qualche confronto contabile e con la promessa di una maggiore trasparenza. Perché il problema non sono soltanto i soldi. Il problema sono le poltrone. E, soprattutto, il sistema attraverso il quale vengono assegnate.
Da anni i partiti maggiori si dividono le cariche nei consigli di amministrazione delle società pubbliche e parapubbliche secondo equilibri politici che hanno ben poco a che vedere con una reale selezione delle competenze. È una pratica talmente consolidata da essere ormai considerata normale. I partiti trattano, il govero propone e le poltrone vengono distribuite e alla fine tutti trovano il modo di dichiararsi soddisfatti.
Abbiamo più volte proposto di rompere questo meccanismo: procedure trasparenti, candidature pubbliche, curricula verificabili, criteri di competenza definiti in anticipo, controllo delle incompatibilità e valutazione del lavoro svolto. Proposte respinte, perché metterebbero in discussione proprio ciò che i partiti di governo vogliono conservare: il controllo politico sulle nomine.
Poi, quando esplode un caso come quello delle AIL, tutti scoprono improvvisamente l’importanza della trasparenza.
Ma se un amministratore viene pagato meno, non per questo diventa più competente. E se viene pagato tanto, il problema non è soltanto l’entità dell’emolumento: bisogna chiedersi chi lo ha nominato, perché lo ha nominato e sulla base di quali competenze.
Gli esempi non mancano.
Nel 2019 il Parlamento ticinese eleggeva il nuovo CdA dell’EOC. Andrea Bersani, vicesindaco dimissionario di Bellinzona, venne “ricompensato” con una poltrona nel consiglio dell’ente ospedaliero. Al primo turno non passò; al secondo fu eletto con appena 27 voti su 82 schede rientrate. L’MPS denunciò allora la logica della spartizione partitica. Non si trattava di una polemica sul nome di Bersani: si contestava un metodo. Quello per cui una carica pubblica diventa il naturale approdo di un esponente politico al termine della sua esperienza istituzionale.
Qualche anno dopo, ancora all’EOC, è arrivata la nomina di Eolo Alberti. L’MPS aveva espresso perplessità e chiesto di rinviare la nomina. Pochi mesi dopo Alberti è stato coinvolto nella vicenda Hospita e arrestato. Oggi una Commissione parlamentare d’inchiesta sta esaminando quella vicenda e sarà essa a dover stabilire eventuali responsabilità. Ma una domanda politica rimane: con quali criteri era stato scelto Alberti?
E poi c’è BancaStato. Anche qui le nomine nel CdA hanno spesso seguito gli equilibri politici più che una discussione pubblica sui profili necessari alla guida di una banca cantonale. Quando venne scelta Michela Ferrari-Testa alla presidenza, non mancarono le critiche proprio sul profilo e sulle competenze richieste. E anche in questo caso la discussione sulle persone rischia di nascondere il problema vero: chi stabilisce i criteri e chi decide le nomine?
La vicenda Hospita ha inoltre riportato l’attenzione sul ruolo di Enea Petrini, membro del CdA di BancaStato e coinvolto nella commissione che si occupava della vicenda. Al di là delle responsabilità che dovranno essere accertate, anche qui emerge il problema dei conflitti di interesse e della qualità della governance.
E poi dovremmo parlare di AET, ma avremmo bisogno di tutto l’intero giornale. Per spiegare come essa – azienda pubblica – sia ormai una repubblica indipendente in seno alla Repubblica e Cantone del Ticino. I membri del suo CdA, nominati con criteri strettamente partitici, di fatto non rendono conto a nessuno. Ma, lo ripetiamo, il caso AET meriterebbe una lunga trattazione a parte, proprio perché espressione di come un’azienda pubblica sia ormai sfuggita al controllo pubblico.
Ed è proprio questo che i partiti di governo evitano accuratamente di affrontare. Perché il sistema della spartizione conviene a tutti. Ognuno controlla alcune poltrone, ognuno può piazzare i propri uomini e, quando serve, tutti insieme difendono il principio secondo cui le nomine sarebbero una prerogativa della politica.
Noi affermiamo invece una cosa molto semplice: le società pubbliche non sono proprietà dei partiti. Sono proprietà della collettività.
E dunque i loro consigli di amministrazione non possono essere trattati come un mercato nel quale le forze politiche si scambiano posti e garantiscono reciprocamente i propri equilibri.
Si può discutere per settimane se un presidente guadagni troppo o troppo poco. Ma finché continueremo a scegliere gli amministratori attraverso la spartizione partitica, discuteremo soltanto della superficie.
Il vero scandalo non è solo quanto costa una poltrona. È che continuiamo a considerarla una poltrona da assegnare ai partiti, invece che una responsabilità da affidare alla collettività.
*articolo apparso sul quotidiano LaRegione il 5 ottobre 2026