L’impero statunitense colpisce ancora

Sempre più statunitensi criticano l’intelligenza artificiale (ia), così Washington sta cercando di far loro cambiare idea con il bastone e la carota. Il bastone è stato esibito il 29 settembre, quando il presidente Donald Trump, circondato dai dirigenti delle grandi aziende tecnologiche, ha detto agli elettori che, se rifiuteranno i data center, le aziende saranno «costrette ad andare all’estero» e che «chi vince la superintelligenza vince… Probabilmente non ci sarà un secondo posto», lasciando intendere che i detrattori starebbero consegnando alla Cina la vittoria nella corsa all’ia.

La carota si presenta sotto forma di dividendi. A luglio il fondatore di OpenAI, Sam Altman, ha proposto che i principali laboratori di ia statunitensi cedano il 5 per cento delle proprie azioni a un fondo pubblico. E il senatore Bernie Sanders ha presentato un disegno di legge per un fondo nazionale che detenga il 50 per cento del capitale dei giganti del settore, facendo partecipare i cittadini ai profitti.

Il bastone, a ben guardare, è debole. Le due possibilità sono perfettamente compatibili: i data center statunitensi potranno essere trasferiti all’estero, mentre i profitti dell’ia continueranno ad affluire nelle tasche degli statunitensi. La maggior parte dell’energia consumata dall’ia serve ad addestrare i modelli. Ma l’addestramento può avvenire ovunque l’elettricità sia a basso costo. Significa che i data center potranno lasciare il territorio statunitense e le aziende continueranno a guadagnare, mentre i cittadini che detengono una quota di partecipazione riceveranno dividendi indipendentemente da dove si trovino le macchine. Per gli azionisti è la soluzione ideale: nessun data center vicino a casa e un assegno nella cassetta della posta. Ma le macchine devono comunque stare da qualche parte, sul terreno di qualcun altro, a consumare la sua acqua e a sovraccaricare la sua rete elettrica. Ricavare redditi in patria sfruttando terre e risorse energetiche all’estero è una storia antica: si chiama impero. La novità sta nell’idea, condivisa da Altman e Sanders, di coinvolgere tutti i cittadini statunitensi. Il risultato sarebbe una nuova forma di imperialismo sociale e tecnologico.

La Pax Silica, l’alleanza per la catena di approvvigionamento dell’ia creata dal dipartimento di Stato, non nasconde il suo obiettivo: vincolare i paesi aderenti all’infrastruttura informatica statunitense e tenerli alla larga da quella cinese. La nuova unità di difesa economica del Pentagono ha perfino invocato come modello la Compagnia delle Indie orientali, i cui azionisti ricavavano dividendi dalle conquiste coloniali. Il primo avamposto della Pax Silica è una «zona di sicurezza economica» nelle Filippine, dove Washington avrebbe chiesto di applicare la giurisdizione statunitense e di garantire l’immunità al proprio personale. Manila si è opposta, ma il progetto va avanti.

L’ambizione imperiale alla base di queste iniziative ha suscitato malcontento nei paesi che ospitano le infrastrutture. In Kenya il progetto di un data center da un miliardo di dollari si è bloccato. La presidente del Messico ha detto che il suo paese non deve diventare il data center del mondo.

Quello che gli altri stati non possono fermare è il ricorso alle sanzioni da parte di Washington per tagliare fuori la Cina, limitandone l’approvvigionamento di chip avanzati. Escludere Pechino permette alle aziende statunitensi di realizzare profitti così elevati da rendere possibile la loro redistribuzione attraverso un fondo pubblico. Questo fondo diventerebbe uno strumento per riscuotere una rendita geopolitica: il profitto derivante dal contenimento dell’ia cinese e dal mantenimento di costi elevati per l’ia nel resto del mondo.

Sembra però che la sinistra statunitense non se ne sia accorta. Bernie Sanders parla di un fondo sovrano in stile norvegese. Ma la ricchezza della Norvegia proviene dalle risorse dei suoi fondali marini, mentre quella degli Stati Uniti deriverebbe dal controllo sui chip e dalla sopraffazione di paesi più deboli. Il disegno di legge di Sanders trascura questa differenza: la proposta attribuisce il valore dell’ia all’intelligenza collettiva dell’umanità, ma poi stabilisce che i dividendi siano distribuiti soltanto agli statunitensi.

L’espansione dell’ia all’estero dipende ancora dall’iniziativa delle singole aziende, che stipulano contratti che i paesi ospitanti possono rifiutare. Ma quando Washington avrà spianato la strada e i cittadini statunitensi cominceranno a ricavare profitti dal sistema, un governo riluttante a firmare un accordo si troverà contro non soltanto Washington, ma anche tutti gli statunitensi che rischierebbero di perdere la loro quota di utili.

Le voci critiche, da Sanders a Steve Bannon, hanno ragione: l’intelligenza artificiale genera oligarchia. Ma la soluzione non può essere un dividendo finanziato attraverso l’esercizio della forza statunitense e il mantenimento del resto del mondo in condizioni di sottosviluppo. Risolverebbe un’ingiustizia nascondendone un’altra e darebbe agli oligarchi qualcosa che non hanno mai avuto: una popolazione che ha tutto l’interesse a voltarsi dall’altra parte.

*Evgeny Morozov è un sociologo esperto di tecnologia e informazione. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet (Codice, 2019). Questo articolo è uscito sul Financial Times il 1° ottobre 2026 con il titolo “”Un fondo sovrano di IA non è progressista — è tecno-imperialismo”. La traduzione che pubblichiamo (e che abbiamo rivisto) è apparsa sulla rivista Internazionale, n. 1686 del 9 ottobre 2026.