Spagna. Alloggio, una situazione insostenibile
Le lotte iniziate di fronte al crudele sfratto di Maricarmen [è il nome di una anziana e malata donna che ha suscitato l’indignazione dalla quale è partito il movimento di contestazione. NdT] hanno permesso di dare un volto a una realtà insostenibile nello Stato spagnolo: l’impossibilità di accedere a un alloggio per un’alta percentuale della popolazione residente nel Paese e la violenza di un sistema predatorio che espelle le persone dalle loro case [4.000 sfratti dall’inizio dell’anno] e, nel migliore dei casi, le condanna alla povertà. In realtà, ogni settimana c’è una Maricarmen che viene sfrattata. Ma una concomitanza di fattori ha permesso che questa realtà diventasse visibile.
Di fronte alla pressione della piazza e all’evidente domanda «come si è potuti arrivare a questa situazione?», il governo ha reagito cercando di presentare rapidamente una proposta legislativa, arrivata troppo tardi e che, sebbene necessaria, rimane insufficiente per affrontare il problema strutturale dell’alloggio. In ogni caso, la destra (PP, VOX e Junts) ha votato contro i decreti, mettendo in evidenza il suo allineamento con gli interessi dei proprietari di immobili a reddito.
In questo articolo analizziamo perché i decreti che il governo aveva previsto e approvato in Consiglio dei ministri erano insufficienti e non riuscivano ad affrontare fino in fondo un problema strutturale di questo Paese. Lo analizzeremo concentrandoci sulla problematica degli sfratti, degli affitti e della speculazione.
Sfratti
Il primo decreto, presentato separatamente, proponeva una moratoria sugli sfratti delle persone in situazione di vulnerabilità fino al 31 dicembre 2030.
Al di là del fatto che qualsiasi moratoria non rappresenta una vera soluzione al problema dell’espulsione da un alloggio, questo decreto aveva una formulazione poco praticabile.
L’articolo 1 stabiliva che gli sfratti delle persone vulnerabili prive di un’alternativa abitativa sarebbero stati sospesi «fino al 31 dicembre 2030, per i procedimenti nei quali agisca come parte attrice qualsiasi entità, dotata o meno di personalità giuridica, dedita all’acquisto di immobili o di portafogli di crediti ipotecari insoluti a un prezzo chiaramente inferiore al loro valore di mercato stimato».
L’applicazione di questo decreto sarebbe stata estremamente complessa. Che cosa significa, per il tribunale presso il quale vengono trattati gli sfratti, un prezzo chiaramente inferiore al valore di mercato stimato? Sarebbero state effettuate perizie di mercato in ogni procedimento giudiziario? E se queste fossero state contestate con controperizie? Come si stabilisce che un prezzo sia «chiaramente inferiore» al valore di mercato stimato?
D’altra parte, per un’entità di questo tipo, quale proporzione degli immobili acquistati dovrebbe essere a un prezzo inferiore a quello di mercato? Nel cosiddetto scudo sociale approvato a partire dal marzo 2020 e abolito a febbraio con i voti degli stessi partiti che hanno respinto questo decreto (PP, Vox e Junts), il criterio distintivo era essere un grande proprietario, cioè possedere più di 10 abitazioni: qualcosa di facile da dimostrare. Si comprende che questo decreto cercasse di affrontare le azioni speculative portate avanti da altri soggetti, ma la formula scelta è difficile da applicare. Inoltre, non tutte le entità o i soggetti che accumulano immobili a fini speculativi lo fanno acquistandoli a un prezzo inferiore a quello di mercato.
La seconda misura, che avrebbe avuto carattere generale, introduceva diversi miglioramenti: da una parte, la possibilità di dichiarare direttamente la condizione di vulnerabilità sulla base dei requisiti dell’articolo 441.7 della Legge di procedura civile, senza dover passare attraverso una relazione sulla vulnerabilità; dall’altra, stabiliva una revisione annuale della sospensione dello sfratto, al fine di verificare la situazione della persona o della famiglia interessata. Questa misura avrebbe permesso ai tribunali di non agire sotto la pressione della proprietà per procedere allo sfratto.
Ma un problema centrale, quando si tratta di dimostrare la vulnerabilità di una persona o di una famiglia, è che l’IPREM [1] è congelato da anni. Attualmente ammonta a 600 euro lordi mensili. Nel frattempo, il costo dell’alloggio (e della vita) è aumentato vertiginosamente. Ci sono quindi famiglie che non possono pagare il canone d’affitto perché il loro salario non è sufficiente, ma che allo stesso tempo non possono ottenere un’alternativa abitativa perché non soddisfano i requisiti stabiliti dall’IPREM.
Per avere un’idea dei limiti di questo indicatore, nelle periferie di molte città sono proliferati insediamenti nei quali lavoratrici e lavoratori occupati, con contratto e busta paga, vivono in baracche, furgoni o persino automobili, perché non possono né accedere a un alloggio in affitto né soddisfare i requisiti necessari affinché venga loro offerta un’alternativa abitativa.
Affitti e misure per frenare la speculazione
I decreti contenevano alcune misure importanti volte a mitigare la speculazione, senza però riuscire a risolvere completamente il problema. La speculazione sfrenata è la conseguenza di decenni di politiche abitative che hanno favorito questa dinamica, trasformando l’alloggio in un’attività di mercato (e in una componente essenziale del carburante dell’economia liberale).
Alla speculazione partecipano grandi, piccoli e medi investitori, che fanno di questa attività la loro principale fonte di reddito. Un’altra questione è che esiste inoltre una percentuale non trascurabile della popolazione che ricava redditi dagli affitti come integrazione al proprio salario e che può, oppure no, partecipare a una certa soggettività da proprietario di rendita.
Al di là del percorso storico di uno Stato le cui politiche durante il franchismo hanno favorito la proprietà della casa senza mai facilitare l’affitto a prezzi accessibili, il problema risiede nel modo in cui è stata gestita la crisi del 2008. In quel momento si è verificato un trasferimento massiccio della proprietà dalle famiglie ad altri tipi di soggetti: prima alle banche, poi ai grandi fondi, ai fondi più piccoli, alle società immobiliari e, nell’ultima fase, ai privati.
Attualmente, tenendo conto della riconversione di alloggi a prezzo protetto che sono stati successivamente liberalizzati e immessi sul mercato a prezzo pieno, esiste appena un patrimonio pubblico di alloggi, così come manca un vero patrimonio di alloggi a prezzi accessibili. Questo fa sì che molte persone siano costrette a ricorrere all’affitto a prezzo di mercato.
D’altra parte, la domanda sostenuta di alloggi in affitto — che, dopo la pandemia, comprende anche fasce di reddito elevate, i cui appartenenti non lavorano né versano contributi nello Stato spagnolo — ha fatto esplodere le dinamiche speculative in un contesto di emergenza abitativa: aumenti di quasi il 70% del prezzo degli affitti negli ultimi cinque anni (del 100% in luoghi come Maiorca), trasformazione degli affitti di lunga durata in affitti temporanei senza alcuna giustificazione legata all’effettivo utilizzo dell’alloggio, suddivisione degli alloggi per affittarli a stanze, ecc.
Il secondo decreto sull’alloggio proponeva misure importanti per affrontare queste situazioni, come il rinnovo automatico dei contratti di locazione salvo la presenza di cause giustificate, cercando così di porre un limite alla logica speculativa che sta alla base di tanti sfratti silenziosi.
Si proponeva inoltre di limitare gli affitti temporanei (qualcosa che è già previsto dalla giurisprudenza, ma che non è sufficientemente garantito dalla normativa) e di limitare l’affitto per stanze. L’idea era buona: porre ostacoli agli usi alternativi più redditizi rispetto a quello dell’affitto come alloggio abituale.
Per quanto riguarda l’attività speculativa come pratica abituale, il secondo decreto proponeva di impedire, sebbene soltanto fino al dicembre 2028, l’acquisto di immobili a un prezzo inferiore al 70% del loro valore di mercato stimato.
Qui emerge nuovamente un limite dei decreti: il modo di definire quale tipo di attività costituisca una pratica speculativa. Il problema centrale non è che qualcuno acquisti una casa a un prezzo inferiore a quello di mercato per poi affittarla o rivenderla a un prezzo più alto: il problema è l’acquisto della casa come valore di scambio e non d’uso, l’acquisto di un’abitazione senza l’intenzione di viverci.
Abitazioni acquistate pagando in contanti, senza mutuo; abitazioni acquistate per telefono senza essere state nemmeno visitate… Affrontare quella giungla speculativa, che esclude chi cerca un alloggio per poterci vivere, passa precisamente dal vietare l’acquisto di abitazioni che non siano destinate a essere abitate: recuperare il valore d’uso dell’alloggio, qualcosa che è ancora lontano dall’essere il nucleo centrale dei decreti proposti dal governo.
Per tutti questi motivi, le proposte erano senza dubbio necessarie, ma insufficienti per affrontare il problema strutturale dell’alloggio. E sono arrivate troppo tardi. Diversi partiti di destra (PP, Vox e Junts) hanno affossato queste misure, rendendo parzialmente evidente un conflitto politico che si collega alla lotta di classe.
L’evoluzione di ciò che seguirà dipenderà da ciò che riusciremo a costruire nelle strade, nei quartieri, nei luoghi di lavoro. È importante che il ciclo di lotte appena iniziato possa aprirsi: la demodificazione dell’alloggio può avvenire soltanto se vengono demodificati anche altri ambiti interconnessi della vita, come la salute o la cura delle persone.
*Gloria Marín è un’attivista per il diritto all’alloggio presso la PAH di Elx-Crevillent. È membro della redazione di Viento Sur. María Gómez Garrido è membro della redazione della rivista Viento Sur sulla quale l’articolo è apparso il 3 ottobre 2026
[1] Indicatore Pubblico di Reddito di Effetti Multipli, ovvero l’indicatore che stabilisce il limite di reddito per concedere aiuti e per considerare una persona o una famiglia in situazione di vulnerabilità.