Stati Uniti. Il denaro contro il popolo: le elezioni di metà mandato
Esistono due grandi teorie concorrenti su come vincere le elezioni negli Stati Uniti. La prima sostiene che tutto dipenda dal denaro necessario per finanziare la pubblicità a favore dei candidati e delle candidate. La seconda afferma che l’elemento decisivo sia la mobilitazione degli elettori e delle elettrici. Repubblicani e democratici, conservatori e progressisti, ricorrono a entrambi gli approcci, ma le loro priorità differiscono notevolmente. I fondi raccolti dai due partiti vengono destinati principalmente ad agenzie di pubbliche relazioni incaricate di realizzare annunci pubblicitari per la stampa, la televisione e la radio, nonché a influencer sui social network.
Una parte di questa propaganda è costituita da vere e proprie menzogne, come la voce diffusa alcune settimane fa secondo cui il candidato del Partito democratico al Senato in Texas, James Talarico, soffrirebbe di disturbi mentali e si sarebbe recato in una clinica dell’Ohio. Una storia completamente falsa, rilanciata dalla Casa Bianca dal consigliere presidenziale Stephen Miller. Somme colossali sono state così impiegate per diffondere questa enorme menzogna.
La potenza finanziaria dei repubblicani
Il Partito repubblicano, storicamente il partito delle grandi imprese, pone l’accento sulla raccolta di fondi, mentre il Partito democratico — che pure raccoglie finanziamenti considerevoli — privilegia maggiormente la mobilitazione dell’elettorato.
Uno studio della CNBC pubblicato l’8 ottobre indica che «i contributi dei megadonatori sostengono in misura schiacciante i repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato del 2026: quattordici dei venti maggiori gruppi di donatori appoggiano esclusivamente, o quasi esclusivamente, candidati del Partito repubblicano…».
Questi venti gruppi di donatori rappresentano 1,2 miliardi di dollari, pari a circa un ottavo dei 9,8 miliardi di dollari raccolti complessivamente fino al 25 settembre per le elezioni di metà mandato.
Secondo il rapporto, i grandi finanziatori del Partito democratico si sono allontanati dal Comitato nazionale democratico a causa del fallimento della campagna di Kamala Harris, dell’ascesa del socialismo democratico e di una generale delusione nei confronti della direzione del partito. I repubblicani spendono così decine di milioni di dollari in più rispetto ai democratici.
Il rapporto sottolinea che «i fondi repubblicani provengono da finanzieri di Wall Street e magnati dell’industria, oltre che da una nuova ondata di dirigenti d’impresa provenienti dai settori delle criptovalute, dell’intelligenza artificiale e del gioco d’azzardo online».
Uno dei principali finanziatori è Elon Musk, che ha versato 158 milioni di dollari al Senate Leadership Fund, un super PAC [ufficialmente denominato «comitato di azione politica a spese esclusivamente indipendenti», un’organizzazione statunitense che può raccogliere e spendere fondi illimitati per influenzare le elezioni federali, NdT] che sostiene i repubblicani al Senato.
Complessivamente, da luglio Musk ha versato circa 276 milioni di dollari. Come Bernie Sanders ha ripetuto più volte: «Nel suo discorso di Gettysburg del 1863, il presidente Abraham Lincoln parlò di “un governo del popolo, dal popolo, per il popolo”. Ebbene, oggi abbiamo un governo della classe dei miliardari, dalla classe dei miliardari, per la classe dei miliardari».
Il super PAC del presidente Trump, MAGA, Inc., dispone di 415 milioni di dollari di liquidità. Eppure, nonostante il loro enorme vantaggio finanziario, appare poco probabile che i repubblicani riescano a superare il rifiuto popolare nei confronti di Trump e delle sue politiche disastrose.
Anche il Partito democratico conta su finanziatori miliardari provenienti dall’alta finanza e dal settore tecnologico, il più noto dei quali è George Soros. Per il momento, tuttavia, è nettamente superato dai repubblicani in termini di raccolta fondi e di spesa.
I democratici, i loro sostenitori e gli indipendenti si sono quindi orientati verso la costruzione di organizzazioni e movimenti capaci di mobilitare gli elettori. Le mobilitazioni più importanti sono state le manifestazioni «No Kings» («Niente re»), la più recente delle quali, il 17 ottobre, aveva l’obiettivo di incoraggiare gli elettori a recarsi alle urne. Non si tratta di un’iniziativa ufficiale del Partito democratico, ma è sostenuta da organizzazioni democratiche di orientamento liberale.
«No Kings» mobilita milioni di persone
Si stima che tra i 7 e i 9 milioni di persone abbiano partecipato, il 17 ottobre, a circa 3.000 manifestazioni «No Kings» in tutti gli Stati Uniti, per incoraggiare la partecipazione al voto e difendere il diritto di voto.
Le organizzazioni liberali alla guida di «No Kings» — Indivisible, l’Unione americana per le libertà civili (ACLU), la Federazione americana degli insegnanti (AFT) e gruppi di elettori afroamericani e latinoamericani — avevano indetto una mobilitazione apartitica.
Certo, erano presenti numerosi indipendenti e alcuni repubblicani, ma, come nelle tre precedenti manifestazioni «No Kings», si è trattato ancora una volta di un vasto movimento contro il presidente Donald Trump.
«Penso che il presidente stia distruggendo il nostro Paese», ha dichiarato a un giornalista Vic Cerra, un veterano della guerra del Vietnam, a Wheeling, nella Virginia Occidentale. «Sta distruggendo le nostre relazioni amichevoli con gli altri Paesi, con i nostri vicini del nord e del sud.
Sta conducendo una guerra di cui non abbiamo bisogno. Sta tagliando i finanziamenti a programmi che dovrebbero aiutare la nostra popolazione. Abbiamo bisogno di un cambiamento, e votare è il modo migliore per ottenerlo».
Con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, i cartelli, i discorsi e gli slogan dei partecipanti criticavano duramente tutto ciò che essi contestano degli ultimi due anni della presidenza Trump: la guerra contro l’Iran, l’aumento dei prezzi dei carburanti, il cambiamento climatico, il licenziamento di migliaia di dipendenti federali, i tagli ai programmi pubblici per la sanità, l’istruzione e la protezione sociale, le violente operazioni dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) contro gli immigrati, l’oligarchia dei miliardari, l’erosione dei diritti civili, le minacce alla democrazia, la proliferazione dei centri dati, l’espansione incontrollata dell’intelligenza artificiale e le 150.000 telecamere Flock [dispositivi autonomi di videosorveglianza alimentati a energia solare, sviluppati da Flock Safety, NdT] che seguono ogni movimento delle nostre automobili.
Sventolando un grande cartello con la scritta «Difendiamo la democrazia», Kelsea Bond, attivista sindacale e membro del consiglio comunale di Atlanta, è intervenuta durante una manifestazione ad Atlanta, in Georgia:
«Dobbiamo costruire una società che funzioni per la classe lavoratrice, non per i miliardari».
Le sue parole sono state accolte da applausi e acclamazioni, e ha proseguito:
«Abbiamo bisogno di un’economia, abbiamo bisogno di una società gestita democraticamente dai lavoratori, perché siamo noi a far funzionare questa economia».
Il diritto di voto al centro delle preoccupazioni
Quest’ultima manifestazione «No Kings» non si è articolata attorno a grandi cortei di massa nelle principali città, ma piuttosto attraverso manifestazioni locali organizzate un po’ ovunque.
Indipendentemente dal luogo, molti partecipanti erano persone anziane, tra i sessanta e i settant’anni, mentre la presenza dei giovani era piuttosto limitata.
Uno degli slogan ufficiali di «No Kings» era «Giù le mani dalla mia scheda elettorale».
Gli organizzatori di «No Kings», i manifestanti e milioni di altri americani temono che Trump possa tentare di rubare le elezioni, o addirittura di organizzare un nuovo colpo di Stato, come quello che cercò di mettere in atto il 6 gennaio 2021.
La Costituzione statunitense attribuisce agli Stati un controllo pressoché totale sulle elezioni, mentre il Congresso esercita alcuni poteri di supervisione e il presidente non ha alcun ruolo in materia.
L’amministrazione Trump ha tuttavia cercato di ottenere l’accesso alle liste elettorali di 31 Stati, ufficialmente per verificare che i non cittadini non partecipino al voto.
Trump ha inoltre lasciato intendere che agenti dell’ICE o militari potrebbero essere inviati ai seggi elettorali il giorno delle votazioni, in violazione delle leggi federali che vietano la presenza di persone armate nei luoghi di voto.
Queste misure vengono percepite come tentativi di intimidire gli elettori e scoraggiarli dal votare. Potrebbero inoltre rappresentare il primo passo verso un colpo di Stato, con il sequestro delle schede elettorali e la dichiarazione di nullità delle elezioni.
Due strategie di mobilitazione contrapposte
Lo slogan centrale delle manifestazioni era dunque «Votate in anticipo».
Circa 47 dei 50 Stati del Paese consentono il voto anticipato. Le schede vengono affidate a funzionari locali e regionali di fiducia, incaricati di raccoglierle e contarle in modo equo. Questo permette di proteggere il voto dalle manovre di Trump.
Esther Rodríguez, 73 anni, che partecipava alla manifestazione a Denver, in Colorado, ha dichiarato: «Farò tutto il possibile per prendere parte alla resistenza attiva contro ciò che sta accadendo in questo Paese. Dobbiamo preservare la nostra democrazia».
Anche i repubblicani mobilitano i propri sostenitori, ma lo fanno per partecipare ai comizi elettorali di Trump, sempre meno affollati, durante i quali il presidente trascorre due ore ad attribuire i problemi economici del Paese all’ex presidente Joseph Biden, che ha lasciato l’incarico ormai da due anni, a definire i democratici «socialisti e comunisti» e a spiegare come stia abbellendo Washington e ridecorando la Casa Bianca.
Una lunga invettiva che ignora completamente le preoccupazioni della popolazione per il costo della vita e la sensazione che il Paese stia andando alla deriva.
Le quattro manifestazioni «No Kings», al contrario, hanno svolto un ruolo importante nella mobilitazione dei democratici e degli indipendenti contro Trump e i repubblicani.
Ciononostante, gli elettori manifestano un profondo cinismo riguardo alla capacità di un politico o di un partito politico di battersi realmente per migliorare le condizioni di vita del popolo americano.
Scopriremo a novembre quale ruolo avranno avuto il denaro e il movimento popolare.
*Dan La Botz vive a Brooklyn. È membro del comitato di redazione di New Politics negli Stati Uniti. Questo articolo è apparso su Marx21 il 20 ottobre 2026.