Tra inondazioni e siccità, per una trasformazione ecosociale del paesaggio

L’estate del 2026 ha battuto tutti i record di caldo. Abbiamo appena assistito a incendi boschivi di una portata senza precedenti in Europa e a siccità in regioni che, fino ad ora, erano state in gran parte risparmiate. In questo contesto, è interessante osservare i paesaggi e la società dal punto di vista dell’acqua. Questo articolo, scritto da una prospettiva svizzera – il Paese è considerato il «serbatoio idrico» d’Europa –, mette in luce i cambiamenti nascosti dietro il moltiplicarsi dei fenomeni meteorologici estremi e delle catastrofi che ne derivano, i fattori che li favoriscono e ciò a cui ci si deve aspettare in futuro.

La trasformazione del paesaggio svizzero dal XIX secolo

In Svizzera, come in tutti gli altri paesi industrializzati, nel corso degli ultimi due secoli l’uomo ha completamente trasformato i paesaggi, urbanizzandoli e sviluppando l’agricoltura.

I legami e le ripercussioni di questi cambiamenti sul regime idrologico sono meno evidenti: fino alla fine del 20° secolo, il principio guida era quello di drenare il più possibile. Il prosciugamento delle zone paludose aveva lo scopo di ricavare terreni per l’agricoltura e l’urbanizzazione. Di conseguenza, sono rari i terreni agricoli dell’Altopiano svizzero che non dispongano di una rete di drenaggio[1]. Anche i fiumi e i torrenti sono stati rettificati per evacuare l’acqua il più rapidamente possibile, per evitare le piene e per ricavare terreni sfruttabili. Inoltre, l’impermeabilizzazione delle aree verdi in ambito urbano, unita alla rete fognaria, ha determinato un deflusso più rapido dell’insieme delle acque piovane.

L’estensione della rete di fossati di drenaggio nelle foreste svizzere è invece meno nota. Questi sono stati realizzati con l’idea che siti forestali secchi potessero essere sfruttati meglio per una silvicoltura intensiva. Circa il 95% delle foreste umide svizzere è stato così drenato nel corso degli ultimi secoli[2].

Rimane controversa la questione se il drenaggio delle aree forestali abbia effettivamente portato a una maggiore produttività della silvicoltura. Le foreste sono state tuttavia drenate, disboscate e spesso sostituite da monocolture di abeti rossi a crescita rapida.

Non esiste quindi praticamente nessun appezzamento di terreno in Svizzera, al di sotto del limite forestale, che non sia stato rimodellato dall’attività umana a partire dal XIX° secolo.

Alterazione della capacità di adattamento naturale dei paesaggi

Il rimodellamento paesaggistico ha profonde conseguenze sul regime idrologico. In caso di forti piogge, il rapido deflusso delle acque nel corso d’acqua a valle provoca picchi di piena più elevati, poiché l’acqua dell’intero bacino idrografico[3] si accumula più rapidamente nella valle. Al contrario, ciò significa che viene trattenuta una minore quantità d’acqua e che, di conseguenza, l’insieme del sistema si asciuga più rapidamente. Il nostro paesaggio risulta quindi meno resistente sia ai picchi di piena che alla siccità.

Ciò ha anche importanti ripercussioni sul piano biologico, poiché tutte le specie animali e vegetali locali si sono adattate alle condizioni naturali iniziali e spesso hanno difficoltà ad adattarsi al paesaggio modificato. L’arrivo di specie animali e vegetali esogene (neozoi e specie esotiche invasive, raggruppate sotto il termine di «neobioti») provoca una situazione di concorrenza preoccupante. Ciò favorisce la diffusione dei neobioti, poiché alcune piante e alcuni animali provenienti da altre regioni del globo riescono meglio a insediarsi nelle condizioni ormai dominanti e soppiantano le specie fino ad allora tipiche.

Non tutte le diffusioni invasive di neobioti sono legate al cambiamento delle condizioni, poiché alcuni neobioti avrebbero potuto benissimo adattarsi alle condizioni prevalenti in precedenza. Ne risultano tuttavia condizioni più favorevoli alla comparsa dei neobioti. La resilienza diminuisce. Questa situazione è aggravata dall’introduzione di monocolture come quella degli abeti rossi sull’Altopiano svizzero, delle mimose o degli eucalipti introdotti nella penisola iberica, o ancora delle conifere nordamericane in Scozia.

Le monocolture sono molto più vulnerabili alle perturbazioni dell’equilibrio naturale, poiché mancano (o sono presenti in numero insufficiente) le specie che potrebbero resistere ai nuovi fenomeni emergenti. Ciò può tradursi in una vulnerabilità alle infestazioni fungine o ai parassiti, nonché in una scarsa resilienza di fronte a inondazioni, alla siccità, agli incendi boschivi o alle tempeste.

La trasformazione del paesaggio da parte dell’uomo ha aggravato gli effetti della siccità e delle inondazioni. Anche senza considerare la catastrofe climatica, appare chiaramente che le catastrofi naturali non sono mai imputabili esclusivamente a dei fenomeni meteorologici.

Il cambiamento climatico in Svizzera

La riflessione sul tema dell’acqua deve inserirsi nel contesto del cambiamento climatico. Da un lato, la Svizzera gode certamente di una posizione privilegiata, disponendo di risorse e infrastrutture più importanti rispetto ad altri paesi per far fronte alla catastrofe climatica. Si possono citare i costosi progetti di protezione dalle piene, una pianificazione urbana più adattata (deimpermeabilizzazione dei suoli, densità di alberi più elevata, disposizione ottimizzata degli edifici per consentire un migliore raffreddamento notturno, ecc.) o ancora l’attuazione di soluzioni tecniche per far fronte alle ondate di calore (climatizzazione, isolamento degli edifici, ecc.).

La Svizzera si trova invece in una regione particolarmente sensibile ai cambiamenti climatici. Le statistiche del 2025 mostrano chiaramente che il riscaldamento in Svizzera è circa due volte più elevato rispetto alla media mondiale[4]. L’aumento e l’intensificazione delle piene e delle siccità che ne derivano colpiscono un territorio la cui capacità di attutire questi fenomeni è stata notevolmente ridotta. La protezione dalle piene si trova quindi ad affrontare una sfida già nota. La Svizzera, invece, non è per ora affatto preparata al pericolo crescente rappresentato dalle siccità.

L’approccio attuale in materia di protezione dalle piene e i suoi limiti

Gli attuali principi dello Stato relativi alle misure di protezione dalle piene differiscono sotto molti aspetti dalle misure attuate in passato[5]. Anziché cercare di evacuare l’acqua il più rapidamente possibile, oggi si attribuisce un’importanza crescente a delle considerazioni più globali. Si privilegia la cosiddetta funzione «naturale» di un corso d’acqua vicino al suo stato naturale, che consiste nel trattenere l’acqua e nel ridurre l’energia della corrente grazie alla turbolenza e alla diversità dei flussi. L’idea di una protezione totale è abbandonata. Ci si interroga molto di più su ciò che accade in caso di «sovraccarico». In altre parole, cosa succede se la portata è superiore alle previsioni o se alcune parti del sistema di protezione dovessero cedere? Così, almeno in linea di principio, si cerca sistematicamente la soluzione più robusta possibile, in grado di reagire con flessibilità in caso di eventi eccezionali o di sovraccarico[6].

La sfida posta dal numero considerevole di programmi di protezione dalle piene che sono necessari è affrontata in due modi. Da un lato, è effettuata una gerarchizzazione affinché le misure di protezione dalle piene vengano attuate laddove i potenziali danni sono più ingenti. Dall’altro, le disposizioni statali disciplinano l’attuazione della protezione dalle piene attraverso vari progetti di costruzione. Un esempio classico è l’obbligo di realizzare misure di protezione in occasione della costruzione di nuovi edifici in zone a rischio.

Di norma, la fase di pianificazione dei progetti di prevenzione delle inondazioni dura dai cinque ai dieci anni. I sistemi di protezione efficaci contro le piene necessitano di molto spazio e hanno delle ripercussioni sulla proprietà fondiaria. Questo vincolo è spesso compensato da generosi indennizzi. Invece, è ampiamente ignorato il fatto che l’insieme del bacino idrografico dei corsi d’acqua dovrebbe essere riorganizzato per attenuare adeguatamente i picchi di piena. Una tale ingerenza nella proprietà privata è tuttavia inconcepibile in un sistema capitalista.

Nonostante i significativi adeguamenti nell’approccio, la protezione dalle inondazioni rimane essenzialmente un trattamento dei sintomi. Poiché molti torrenti sono stati ristretti, moltissimi fiumi sono stati rettificati e, soprattutto, a causa di uno sviluppo immobiliare orientato al profitto e di una pianificazione territoriale carente, numerosi edifici sono stati costruiti in zone potenzialmente soggette a inondazioni, la protezione dalle piene rappresenta una sfida intergenerazionale che richiede di ripensare e di riorganizzazione l’insieme del paesaggio.

Gestione delle siccità

Le misure volte a ridurre gli effetti delle siccità richiedono o di immagazzinare l’acqua durante i periodi piovosi, oppure di deviare i flussi idrici durante i periodi di siccità.

Il Cantone di Zurigo, ad esempio, risolve spesso il problema dell’approvvigionamento idrico in caso di carenza prelevando acqua dal Lago di Zurigo. Grazie alle sue dimensioni, questo lago è meno vulnerabile ai lunghi periodi di siccità. Ciò necessita di una vasta rete di grandi condotte per il trasporto dell’acqua e consente di coprire in gran parte il fabbisogno di acqua potabile di numerose località durante i periodi di siccità.

In Svizzera, i laghi di sbarramento sono generalmente utilizzati per la produzione di energia elettrica. In linea di principio, questa forma di ritenzione idrica sarebbe ipotizzabile anche per far fronte ai periodi di siccità, come avviene in molti altri paesi. Va da sé che le perdite in termini di produzione di energia elettrica – in Svizzera la stragrande maggioranza dei gruppi energetici appartiene ai cantoni e ai comuni, ma opera secondo i criteri dell’economia privata – sarebbero fortemente contestate dai loro proprietari. Tuttavia, i progetti di dighe hanno sempre importanti ripercussioni ecologiche[7].

Il problema centrale risiede quindi nella lotta per l’acqua ancora disponibile in periodi di siccità. Ne deriva una situazione di concorrenza tra l’approvvigionamento di acqua potabile per la popolazione, l’uso privato dell’acqua da parte dei ricchi (ad esempio per le piscine), l’irrigazione dei terreni agricoli, il fabbisogno idrico per la produzione industriale, l’acqua di raffreddamento delle centrali nucleari, ecc.

Ciò porta a una situazione in cui, nella società capitalista, gli impatti ecologici passano in secondo piano in tempi di crisi: per mantenere la produttività economica si sacrifica l’ambiente, il che non fa che aggravare il problema a lungo termine. Così, durante quella calda e secca estate del 2026, gli ambienti borghesi chiedono la captazione di sorgenti finora non sfruttate nelle Alpi svizzere per combattere la carenza idrica. Tuttavia, questo ambiente naturale intatto intorno alle sorgenti è uno dei più rari e importanti da preservare in Svizzera, poiché quasi tutte le sorgenti sono già captate (ben oltre il 90% delle sorgenti dell’Altopiano svizzero sono sfruttate o alterate). Questi ambienti ospitano specie rare e minacciate che si sono adattate alle condizioni specifiche del deflusso delle acque sotterranee.

Proprio come nel caso delle piene, gli effetti della siccità si ripercuotono su un paesaggio la cui resilienza si è indebolita nel corso dei secoli. L’irrigazione dei terreni agricoli bonificati dimostra chiaramente che la nostra gestione delle risorse idriche non è sostenibile.

Il «paesaggio-spugna» come soluzione?

Negli ultimi anni, il concetto di «paesaggio-spugna» ha riscosso un successo crescente. Nelle città, questo principio sembra aver funzionato in modo esemplare. Esso consiste nel trattenere l’acqua, nel favorire l’infiltrazione, nell’attenuare i picchi di portata e, in particolare grazie all’evapotraspirazione degli alberi, nell’ottenere una riduzione locale della temperatura.

Ma se il principio della «città-spugna» dà già l’impressione di essere una goccia nell’oceano, lo è ancora di più per il concetto di «paesaggio-spugna». I principi sono validi e importanti e vanno contro le pratiche storiche di prosciugamento. Si tratta di trattenere l’acqua, lasciarla infiltrare e alimentare la falda freatica. Ciò permette di attenuare i picchi di deflusso, di ridurre l’erosione dei suoli agricoli e di favorire la biodiversità. Nel complesso, questo approccio migliora la resilienza del paesaggio. La ricarica delle falde acquifere è particolarmente importante, poiché l’acqua sotterranea scorre molto più lentamente ed è nettamente più fredda rispetto ai corsi d’acqua in superficie.

Così, durante i periodi di caldo e siccità, essa può, con un certo ritardo, apportare acqua fresca ai corsi d’acqua di superficie a valle, migliorando così sia la disponibilità che la temperatura dell’acqua in periodo di siccità.

La sfida risiede nella sua attuazione. Le uniche misure facilmente realizzabili sono di portata limitata, non incidono in modo significativo su altri ambiti e non entrano quindi in conflitto con la produzione agricola e forestale convenzionale. Esse riguardano quindi principalmente terreni di proprietà dello Stato. Tuttavia, affinché il sistema funzioni realmente e produca degli effetti misurabili, sono necessarie misure su larga scala e interventi sui terreni privati. Ci troviamo quindi nuovamente di fronte al compito storico e a lungo termine di ridisegnare il paesaggio.

Il ruolo del modo di produzione capitalistico

Non tutti i problemi legati all’acqua sono imputabili al modo di produzione capitalistico. Ad esempio, il drenaggio dei terreni è iniziato ben prima dell’avvento del capitalismo. È tuttavia il modo di produzione capitalistico ad aver accelerato il prosciugamento generalizzato. L’ottimizzazione della produzione alimentare, che non mira alla massima resa per unità di superficie ma alla massima resa rispetto agli sforzi profusi, ha portato alla situazione descritta più sopra, in cui sull’Altopiano svizzero non esiste praticamente alcuna superficie agricola priva di una rete di drenaggio. Anche il drenaggio delle superfici forestali risale al 20° secolo, spesso sotto forma di programmi di creazione di posti di lavoro durante e dopo le guerre mondiali. La logica capitalista dell’ottimizzazione è quindi onnipresente in questo processo di trasformazione dei paesaggi.

Questa logica ostacola il ripristino di un paesaggio più resiliente. L’agroindustria convenzionale è incompatibile con un paesaggio-spugna. Gli effetti a lungo termine della ritenzione idrica si manifestano su periodi di tempo troppo lunghi per essere di interesse per questa produzione capitalista orientata al profitto. Una gestione sostenibile dell’acqua non è compatibile con un sistema che antepone il profitto al benessere dell’umanità e alla preservazione dell’ambiente.

Conclusioni per il nostro militantismo

La riorganizzazione del paesaggio deve essere una componente imprescindibile di un’alternativa ecosocialista alla catastrofe capitalista. Senza di essa, la società è fin troppo vulnerabile di fronte alle catastrofi naturali. All’interno di un sistema capitalista, essa non può essere realizzata su una scala sufficiente a proteggere l’intera società – e non solo i ricchi. Allo stesso tempo, questa trasformazione implica la combinazione di una moltitudine di elementi e dispositivi che non possono essere attuati dall’oggi al domani. È necessaria, ad esempio, una completa trasformazione della produzione agricola: questa deve essere liberata dalla logica del profitto e, di conseguenza, richiederà più manodopera.

Tenuto conto del ritardo temporale tra i fattori scatenanti e i loro effetti sul cambiamento climatico, questa constatazione ci porta a una questione estremamente interessante per determinare le priorità del nostro intervento politico: oggi subiamo le conseguenze di fenomeni che, in alcuni casi, sono stati provocati diversi decenni fa. Il sistema capitalista non è in grado di risolvere questi problemi; al contrario, è all’origine di gran parte delle drammatiche conseguenze generate da queste nuove condizioni meteorologiche catastrofiche[8]. Ecco perché dobbiamo superare il sistema capitalista e sviluppare un’alternativa ecosocialista.

Ma ormai da tempo non siamo più a «cinque minuti a mezzanotte». Ci troviamo di fronte a questa spiacevole realtà: la rivoluzione mondiale necessaria non è imminente. L’esempio della necessaria riorganizzazione del paesaggio dimostra inoltre chiaramente che, anche se una rivoluzione mondiale fosse già avvenuta, non potremmo impedire tutte le catastrofi. L’ampiezza dei compiti necessari per far fronte ai rischi naturali è semplicemente troppo grande.

Il nostro ruolo non si limita a difendere la necessità di una rivoluzione ecosocialista e a proporre percorsi credibili per arrivare a una rottura socialista con il capitalismo.

Dobbiamo anche prepararci al fatto che gli effetti del cambiamento climatico si manifesteranno e non potranno più essere evitati del tutto. Ciò deve comportare un cambiamento, modesto ma significativo, nell’orientamento della nostra argomentazione: la solidarietà e l’aiuto reciproco di fronte alle catastrofi assumono maggiore importanza se vogliamo ridurre al minimo gli effetti del cataclisma climatico che ci attende. Siamo in grado di promuovere questa prospettiva, poiché è proprio nella resistenza solidale che scopriamo, al contempo, i germi di una società alternativa. Le organizzazioni di sinistra devono costituire la struttura su cui possa basarsi un approccio solidale di fronte alle crisi future.

* membro dell’MPS/BFS e ingegnere ambientale specializzato nella protezione dalle inondazioni e nella rivitalizzazione dei corsi d’acqua a Zurigo


[1] Una rete di condotte, solitamente disposta a spina di pesce sotto i terreni agricoli, che convoglia l’acqua che potrebbe accumularsi.

[2] La guida «Promuovere la biodiversità attraverso il ripristino delle foreste umide e paludose» (disponibile in francese e tedesco) del Centro di sintesi sulla biodiversità (frutto della collaborazione tra il Politecnico federale di Zurigo, l’Istituto federale di ricerca su foreste, neve e paesaggio e l’Istituto federale di ricerca sulle acque) costituisce un buon punto di partenza per approfondire il tema del drenaggio e del potenziale ripristino idrico delle aree forestali in Svizzera.

[3] Il bacino idrografico è l’area geografica in cui tutte le acque di deflusso convergono verso un unico sbocco (in questo caso, la valle).

[4] Una chiara presentazione degli scenari climatici della Confederazione: Scenari climatici per la Svizzera – MeteoSvizzera, MeteoSvizzera, 17 agosto 2026.

[5] L’Ufficio federale dell’ambiente definisce l’approccio attuale «gestione integrata dei rischi» (Gestione integrale dei rischi), UFAM, 10 giugno 2026.

[6] Ciò implica la realizzazione di sistemi di protezione dalle piene che presentino un basso rischio di cedimento (ovvero robusti) e, in caso di cedimento, i cui danni non siano più gravi di quanto lo sarebbero se non vi fossero misure di protezione (reazione “benevola”). L’esempio negativo classico è quello di una diga di protezione dalle piene in cui, in caso di rottura (ad esempio a causa di precipitazioni più intense del previsto), i danni causati sono più gravi di quanto lo sarebbero se non fosse stata costruita alcuna diga.

[7] Si veda l’articolo « Bericht der Ökologiedelegation Bakur (Nordkurdistan) Teil 1 – Kriegstaktiken und ökologische Zerstörung » (Relazione della delegazione ecologista di Bakur (Kurdistan del Nord), prima parte – Tattiche di guerra e distruzione ecologica), 29 luglio 2025, sozialismus.ch.

[8] Si veda l’articolo di Daniel Tanuro e Christine Poupin in Inprecor, n° 748, settembre 2026.