Bolla dell’IA: il terzo segnale d’allarme dai mercati

L’articolo che pubblichiamo mette in evidenza la crisi finanziaria che sta colpendo i grandi gruppi legati all’intelligenza artificiale. Lo scenario di una bolla finanziaria a livello planetario è un’ipotesi sempre più realistica. Le ripercussioni sull’economia reale, quella che tocca la vita di centinaia di milioni di lavoratrici e lavoratori, potrebbero essere pesantissime. Anche alle nostre latitudini. Qualche giorno fa, l’MPS ha depositato un’interrogazione in parlamento per avere informazioni sugli investimenti compiuti dall’Istituto di previdenza del Cantone Ticino, poiché alcune big tech – coinvolte nella crisi descritta nell’articolo che segue – hanno ampiamente fatto ricorso al mercato obbligazionario elvetico. Quante casse pensioni, pubbliche e private, si sono date alla pazza gioia acquistando questi titoli, attratte dalla possibilità di importanti guadagni? E, di riflesso, quanti di questi istituti rischiano di pagare le conseguenze di un’esplosione della bolla dell’IA? Ancora una volta, si pone la questione della pericolosità e della fragilità del Secondo pilastro e dell’impossibilità per le lavoratrici e i lavoratori di controllare la politica d’investimento delle casse pensioni e, quindi, di difendere le loro pensioni. (Red).

In due giorni, sono andati in fumo oltre 1.500 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato legata all’intelligenza artificiale. Al di là dell’entità della correzione di mercato, c’è un segnale che preoccupa particolarmente gli investitori: i giganti del digitale non sono stati risparmiati da questa débâcle.

A due giorni dalle elezioni di medio termine, Donald Trump non poteva immaginare uno scenario peggiore. Mentre le famiglie americane lo accusano di aver alimentato l’inflazione e peggiorato le loro condizioni di vita a causa del conflitto con l’Iran e della guerra commerciale che ne deriva, il presidente americano poteva ancora vantare i buoni risultati della crescita (+3,8% a settembre) e la straordinaria rivoluzione tecnologica in corso grazie all’intelligenza artificiale (IA). Ma ora anche questi punti rischiano di essergli contestati: la bolla dell’IA è pericolosamente vicina a scoppiare.

Dopo mesi di euforia, Wall Street è tornata a una corsa alle vendite. Per i mercati, tutto ciò che riguarda, da vicino o da lontano, l’intelligenza artificiale, l’high-tech e il digitale sembra ormai qualcosa di cui liberarsi il più rapidamente possibile. A qualsiasi prezzo, anche a costo di subire perdite.

La correzione del mercato è drastica. Da due giorni tutti gli indici azionari statunitensi sono in rosso. Il Nasdaq 100, che raggruppa tutti i grandi nomi dell’high-tech, ha perso il 4,79% venerdì [30.10.2026] e oltre il 6% in due giorni. L’S&P 500 registra un calo dell’1,82% e il Dow Jones dell’1,34%.

In due giorni, oltre 1.500 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato si sono volatilizzati. Da sola, Alphabet, la società madre di Google, ha visto svanire 500 miliardi di dollari nella sola giornata di giovedì [29.10.2026]. In due giorni, Amazon ha perso circa 250 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato, Microsoft oltre 200 miliardi e Nvidia oltre 150 miliardi. Anche per i trader ormai abituati a operare su mercati instabili, dove l’unità di misura è il miliardo, o addirittura la decina di miliardi, queste perdite sono colossali.

Nella sola giornata di venerdì, ultima seduta di Borsa del mese di ottobre, i crolli sono stati a tratti spettacolari: la piattaforma social Reddit è crollata di oltre il 29%, così come il produttore di chip e semiconduttori Intel. L’intero settore digitale e high-tech è stato travolto dalla tempesta. Il titolo HP ha perso il 9,5%, quello di Nvidia oltre il 5%. Persino Caterpillar, il produttore di macchinari da cantiere, che quest’anno ha beneficiato dei numerosi progetti di costruzione di data center e strutture analoghe, si è ritrovato in difficoltà: il suo titolo ha registrato un calo del 3,8%.

Una serie di segnali d’allarme

All’origine di questi crolli spettacolari c’è un’unica causa: risultati trimestrali deludenti e prospettive di crescita insufficienti. Intel è stata così pesantemente penalizzata per aver annunciato un calo del 12% del mercato dei PC quest’anno e ricavi inferiori alle previsioni per i suoi progetti relativi ai data center. Gli investitori hanno ritenuto che il fatturato di Amazon derivante dalle sue attività nel cloud fosse insufficiente rispetto alle promesse fatte. Allo stesso modo, i giganteschi investimenti previsti da Alphabet nell’intelligenza artificiale sono apparsi improvvisamente sproporzionati rispetto ai ricavi realizzati dal gruppo.

È il terzo segnale d’allarme per il settore in meno di un anno. Già da tempo, infatti, investitori e analisti denunciano l’esistenza di una bolla intorno all’intelligenza artificiale, un’economia «da casinò», secondo le parole di un dirigente della multinazionale Broadcom.

Poco convinti dai discorsi dei protagonisti del settore digitale, hanno iniziato a dubitare delle promesse di una rivoluzione tecnologica senza fine, di un’esplosione della domanda mondiale e di una crescita della produttività superiore a ogni aspettativa grazie agli strumenti dell’intelligenza artificiale. E hanno fatto i conti: la mobilitazione senza precedenti di capitali richiesta dal settore rischiava di tradursi in perdite gigantesche, poiché i gruppi non sarebbero stati in grado di rimborsare i finanziamenti ricevuti.

Alla fine di marzo era scattato un primo allarme. Colpito dalla guerra contro l’Iran e dalla risalita dell’inflazione, il mercato del credito privato si stava prosciugando: gli operatori del settore, che fino ad allora avevano concesso prestiti a occhi chiusi, si stavano ritirando dalla scena. In pochi giorni, il Nasdaq 100 ha perso oltre il 20%, scendendo al minimo dell’anno, a 22.841 punti.

A fine luglio è scattato un nuovo allarme. La rivelazione, in particolare da parte della Banca dei Regolamenti Internazionali, dei meccanismi nascosti del settore dell’IA, che funzionava come un circuito chiuso – in cui ogni attore era legato agli altri tramite partecipazioni, crediti e garanzie – aveva reso tutti nervosi: il sistema stava diventando troppo pericoloso, troppo instabile. In occasione della pubblicazione di risultati trimestrali giudicati deludenti, si è verificata una nuova correzione: il Nasdaq 100 ha perso nuovamente quasi il 10% in pochi giorni.

Ma la macchina è ripartita a pieno ritmo, senza curarsi dei nuovi allarmi. All’inizio di ottobre, tuttavia, sono stati i mercati asiatici a lanciare l’allarme. Tutti i produttori di chip e semiconduttori, in particolare la taiwanese TSMC, le sudcoreane Samsung Electronics e SK Hynix Inc. e la giapponese Fujitsu, già penalizzati durante l’estate, hanno subito pesanti perdite in Borsa dopo aver annunciato un rallentamento degli investimenti nell’intelligenza artificiale.

I magnifici sette nella tempesta

    Le cattive notizie hanno finito per travolgere i mercati statunitensi. Il nervosismo diventa palpabile. Perché questa volta il calo non riguarda solo le start-up e le società indipendenti. Colpisce ormai tutti i grandi nomi del digitale, quelli che, per le loro dimensioni e la loro posizione oligopolistica – che li rende pressoché imprescindibili –, avrebbero dovuto essere al riparo, a prescindere dalle circostanze.

    Gli investitori stanno capendo che il potere di mercato di questi giganti non basta a renderli immuni. Nonostante la loro influenza, non riescono a imporre il ritmo di sviluppo degli strumenti tecnologici che avevano previsto, e i ricavi attesi non arrivano.

    Dall’altra parte, poi, ci sono i debiti. I quattro colossi che intendono sviluppare infrastrutture e strumenti giganteschi per l’IA – Amazon, Meta, Microsoft e Google – hanno destinato 207 miliardi di dollari agli investimenti nel terzo trimestre. Prevedono di spenderne altri 230 miliardi nel quarto trimestre, portando la loro spesa annuale complessiva a oltre 740 miliardi di dollari. In tre anni, il totale delle loro spese di investimento ammonta a 1.600 miliardi di dollari, secondo il Financial Times. Somme che sembrano impossibili da ammortizzare, impossibili da rimborsare.

    I dubbi che circondano questi giganti del digitale rischiano di avere ripercussioni immediate sui mercati azionari, ben oltre queste due sedute disastrose. Infatti, i titoli di questi «sette magnifici» (Amazon, Apple, Microsoft, Meta, Nvidia, Alphabet, Tesla) erano quelli che sostenevano gli indici, quelli su cui si concentravano tutte le scommesse sull’IA e verso cui confluivano gli investimenti di tutti i gestori e dei sistemi di trading automatico, contribuendo così a mantenere l’illusione di una rivoluzione tecnologica trionfante.

    Ma alle loro spalle, le correzioni e le penalizzazioni dei mercati avevano già iniziato a susseguirsi. Dopo aver fallito nel tentativo di imporre un data center in Texas a una popolazione ostile al progetto, Oracle è ora classificata nella categoria dei junk bond («obbligazioni spazzatura»), con oltre 100 miliardi di dollari di debiti ancora da rimborsare. CoreWeave, che ambiva a coprire il territorio americano con data center dedicati esclusivamente all’IA, ha perso più della metà del suo valore dalla sua quotazione in Borsa.

    All’inizio di ottobre, oltre il 60% delle società quotate del settore aveva già registrato un calo rispetto alle quotazioni di inizio anno. Ora, ad eccezione di Apple, che registra ancora un aumento di oltre il 25% su base annua, tutti gli altri gruppi appartenenti al ristretto club dei «sette magnifici» sono in perdita rispetto all’inizio dell’anno. «I giganti della tecnologia sono entrati in una terra di nessuno dove stanno diventando titoli su cui non è più possibile investire», osserva Neil Newman, stratega presso Astris Advisory a Tokyo, citato dal Financial Times.

    L’esaurirsi dei mercati dei capitali

    Già dall’estate, alcuni investitori istituzionali, come il fondo sovrano norvegese, avevano iniziato a ritirarsi dal settore: le valutazioni surreali e l’estrema concentrazione degli investimenti su pochi titoli sembravano comportare rischi troppo elevati. Al minimo ribasso, le perdite avrebbero potuto essere colossali, avvertivano.

    Ma ora anche i fondi pensione e i fondi di investimento, che negli ultimi anni hanno fornito il carburante finanziario che ha alimentato l’intera bolla, stanno uscendo di scena. A metà ottobre, CalPERS, il fondo pensione dei dipendenti pubblici della California, ha annunciato pubblicamente il proprio ritiro dal settore delle società di IA quotate in Borsa. La notizia ha fatto riflettere tutti gli altri fondi analoghi, dato il prestigio e il peso di questo investitore, che gestisce quasi 700 miliardi di dollari.

    Anche il fondo giapponese SoftBank, che gode di ottimi contatti alla Casa Bianca, sta attraversando una fase di stallo, nonostante le promesse fatte a Donald Trump di investire oltre 100 miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale statunitense. Il suo ultimo giro di incontri con i grandi magnati del Golfo Persico sta per concludersi con un fallimento. Non solo i grandi investitori della regione dispongono di minori risorse a causa della guerra in corso nell’area, ma non vogliono nemmeno investire un centesimo in più nel fondo: SoftBank ha già perso più della metà della sua capitalizzazione di mercato dall’inizio dell’anno. La loro preoccupazione, ora, è piuttosto quella di ritirare i propri investimenti il più rapidamente possibile per limitare le perdite.

    *Articolo pubblicato su Mediapart il 1° novembre 2026