Brasile. Uno slancio rivoluzionario
1. Lula ha vinto e Flávio Bolsonaro è fuggito. La storia ha subito un’accelerazione improvvisa. Nulla sarà più come prima. Il ribaltamento della situazione era difficile, persino improbabile, ma si è confermato ancora una volta che nulla è impossibile quando la classe lavoratrice si mette in movimento, trascinando con sé la maggioranza degli oppressi, come durante il movimento «Diretas Já» nel 1984 [per il ritorno all’elezione diretta del presidente della Repubblica, dopo circa vent’anni di dittatura militare] e nel 1992, durante la campagna «Fora Collor» [Fernando Collor, eletto nel 1989, dovette affrontare nel 1992, in seguito a scandali di corruzione, una massiccia mobilitazione che ne chiedeva le dimissioni].
Non si è trattato soltanto di una campagna elettorale, anche se tutto dipendeva dal risultato delle urne. Si è verificata una sollevazione civica ed elettorale democratica, portatrice di una dinamica rivoluzionaria. Forse una forma di «rivoluzione democratica» del XXI secolo, di fronte alla minaccia neofascista.
La sorpresa del risultato del primo turno, con Flávio Bolsonaro davanti a Lula, e il pericolo reale e immediato che l’estrema destra conquistasse il «potere totale» all’interno delle istituzioni hanno fatto scattare un allarme generale.
Che cosa sarebbe successo se Lula fosse arrivato in testa? Non possiamo saperlo. Milioni di persone, fino ad allora politicamente passive, si sarebbero risvegliate per impegnarsi in una militanza febbrile ed entusiasta? Gli studenti e le studentesse avrebbero lasciato le università per diventare la scintilla capace di trascinare donne e uomini di generazioni diverse in un’attività frenetica nelle strade e sui social network?
Ma non si trattava soltanto di paura. La paura, da sola, non mobilita. La paura da sola conduce alla disperazione. L’altra forza motrice di questa ascesa, di questa ondata altrettanto importante, se non di più, era la convinzione che fosse possibile vincere. Il nome di questa fiducia è speranza.
Nel 2018 abbiamo vissuto un momento tragico con l’elezione di Bolsonaro padre. Nel 2026 ci troviamo di fronte a un momento grottesco, con la fuga precipitosa di Bolsonaro figlio. Ciò che è certo, e soprattutto importante, è che è stata dimostrata in modo inconfutabile la forza d’urto sociale della classe lavoratrice brasiliana, il più grande proletariato dell’America Latina.
2. Nelle tre settimane precedenti il secondo turno delle elezioni presidenziali, il Brasile ha vissuto un’esperienza rara, sconvolgente e senza precedenti di mobilitazione politica di massa. La vittoria elettorale di Lula, domenica 25 ottobre, è incomparabile e senza precedenti.
Questo ribaltamento ha beneficiato di uno «slancio rivoluzionario» — qualcosa di nuovo — ed è stato reso possibile dall’impegno di un’avanguardia composta da milioni di persone. L’autonomizzazione di questa irruzione delle masse, sotto forma di un’ondata rossa che ha invaso le strade e i social network, è stata una vera e propria «scuola».
Le persone hanno scoperto che, quando si uniscono nella lotta, dispongono di una forza d’impatto devastante.
Dall’avenida Paulista [a San Paolo] alla spiaggia di Copacabana, da Porto Alegre a Belém, da Salvador a Brasília, da Belo Horizonte a Recife, da Curitiba a Fortaleza, in tutte le capitali degli Stati, ma anche nelle città medie e persino in quelle piccole, si sono svolte le più grandi manifestazioni della storia.
Sono state manifestazioni della sinistra, di una sinistra diversa e plurale, nelle quali Lula veniva acclamato.
Questa valanga ha modificato i rapporti di forza sociali e politici: abbiamo trascorso dieci anni in una situazione reazionaria e difensiva. Le «placche tettoniche» della struttura sociale si sono spostate.
Ora siamo all’offensiva e si è aperta una situazione di transizione. Ma nulla è garantito in anticipo. Tutto è in gioco.
Dipenderà soprattutto da due fattori: (a) la capacità d’iniziativa, l’audacia e la determinazione del governo Lula; (b) il mantenimento della volontà di lotta popolare.
L’«ondata rossa» potrebbe infrangersi sulla riva. La costruzione di una seconda «ondata» costituirà quindi la sfida strategica.
L’estrema destra ha subito la più grande sconfitta della sua storia e si trova ora, temporaneamente, senza un capo. Ma si riorganizzerà.
Oltre a godere del sostegno della Casa Bianca, occupa nei governi degli Stati e al Congresso posizioni istituzionali più solide di prima.
Se le masse arretreranno, per le ragioni più diverse, potrebbe instaurarsi una situazione di stallo nella lotta di classe. Se invece manterranno la fiducia nella necessità di andare oltre, potrebbe aprirsi una dinamica di radicalizzazione prerivoluzionaria.
Sia l’evoluzione del governo — se avanzerà o scenderà a compromessi — sia quella della forza della piazza — se riuscirà a mantenersi e a svilupparsi verso nuove forme di democrazia diretta e di auto-organizzazione, più «agili e rapide», che siano o meno embrioni di potere popolare — definiranno il nostro destino.
3. Trarre insegnamenti dall’esperienza dell’«ondata rossa» sarà cruciale per il futuro della sinistra. È uno di quei momenti in cui dobbiamo ricorrere al buon metodo dell’«empirismo leninista».
Ciò significa studiare minuziosamente e pazientemente quanto è accaduto, perché si è trattato di qualcosa di inatteso e inedito, sorprendente e colossale.
Nulla è stato più decisivo dello slancio di una lotta quotidiana, ininterrotta e permanente, giorno dopo giorno.
In modo imprevisto, abbiamo potuto contare su una «fanteria», una «marina» e un’«aviazione».
La «fanteria» è stata rappresentata dai cortei nelle strade, che hanno fatto tremare piazze e viali.
La «marina» è stata l’azione condotta negli oceani di Internet dall’«esercito di Lula», un nuovo e formidabile strumento di lotta che abbiamo aggiunto al nostro «arsenale», organizzato su iniziativa del «generale» Janones, aggirando gli algoritmi dei giganti tecnologici.
L’«aviazione» è stata la direzione della campagna, che ha definito l’agenda di Lula e le trasmissioni televisive e radiofoniche, rafforzata dalla partecipazione, tra altri valorosi combattenti, di Ana Elisa del Minas Gerais, di Jones Manoel e Rosa Amorim del Pernambuco, di Guilherme Cortez di San Paolo e, nel Rio Grande do Sul, di Manuela D’Ávila, segnando così il rinnovamento della direzione della sinistra.
Sarebbe ingiusto non ricordare il ruolo svolto dagli artisti, sotto la guida di Paula Lavigne del collettivo 342 Artes, così come l’impegno di Mídia Ninja (rete di comunicazione libera e collaborativa), il «cannone» più potente della nostra «artiglieria».
Ma altrettanto importante è stata l’unità dei partiti e dei fronti sociopolitici «Povo Sem Medo» e «Brasil Popular», del MST (Movimento dei lavoratori rurali senza terra), della CUT (Centrale unica dei lavoratori) e dell’UNE (Unione nazionale degli studenti), del MTST (Movimento dei lavoratori senza tetto) e del MNU (Movimento nero unificato), delle organizzazioni femministe e LGBT, degli ambientalisti e dei popoli indigeni.
È stata questa unità a permettere all’ondata popolare, nata dal basso, spontanea e creativa, di determinare il ribaltamento della situazione elettorale, portando a Lula dieci milioni di voti supplementari.
4. Esistono molti modi di vincere o perdere le elezioni.
Alcune sconfitte elettorali aprono la strada a una vittoria politica, come nel 1989, quando, nonostante l’elezione di Collor, si affermò la presenza di un partito di sinistra indipendente e di massa, guidato da un operaio metalmeccanico.
Vi sono vittorie elettorali che aprono la strada a una sconfitta politica, come nell’ottobre 2014. Infatti, nonostante la sconfitta inflitta da Dilma Rousseff (PT) ad Aécio Neves (PSDB), il governo di coalizione [con Michel Temer del PMDB] guidato dal PT operò una brusca svolta e nominò Joaquim Levy [ministro delle Finanze, già presidente di Bradesco Asset Management, dopo aver frequentato gli ambienti del FMI…] per attuare una manovra di aggiustamento di bilancio che fece precipitare il paese nella recessione.
Oggi, nel 2026, non stiamo vivendo due momenti distinti, bensì due elezioni differenti.
Al primo turno ha prevalso una linea di campagna elettorale «fredda», che puntava sulla vittoria già al primo turno.
Si scommetteva sul fatto che la difesa dell’eredità del governo, contrapposta al mandato di Bolsonaro, unita alla celebrazione della biografia di Lula, fin dal calcio d’inizio dato allo stadio Vila Euclides [stadio di calcio situato a São Bernardo do Campo, nel cuore della regione industriale dell’ABC Paulista, dove Lula mosse i primi passi come sindacalista], sarebbe stata sufficiente.
Non è stato così.
Al primo turno abbiamo subito una sconfitta elettorale e politica.
Elettorale, perché l’estrema destra ha conosciuto un’«apoteosi»: ha vinto quasi ovunque.
Politica, perché siamo rimasti sulla difensiva di fronte al programma imposto dalla manovra del giudice André Mendonça presso il STF, il Tribunale supremo («Fuori Xandão [il giudice Alexandre de Moraes], fuori Lula»), che riprendeva la tattica di criminalizzare la sinistra attraverso le accuse di corruzione.
La battaglia politica sviluppatasi all’interno della sinistra, di fronte al pericolo di una sconfitta imminente, ha favorito una svolta d’emergenza, tradottasi nell’annuncio da parte di Lula di nuove riforme, tra cui: l’impegno a porre fine alla settimana lavorativa 6×1 [sei giorni di lavoro e uno di riposo], l’aumento del Bolsa Família, il divieto delle scommesse sportive, l’accesso ai farmaci dimagranti iniettabili, la generalizzazione dell’istruzione a tempo pieno.
Questo ci ha permesso di evitare il peggio e di garantire l’accesso al secondo turno.
5. Il secondo turno è stato un’altra elezione, condotta «a caldo» come mai dal 1989, e si è concluso con la più grande vittoria elettorale e politica della sinistra brasiliana di tutti i tempi.
La «ciliegina sulla torta» è stata la fuga rocambolesca di Flávio Bolsonaro, probabilmente orchestrata dalla CIA.
Tutto questo è stato straordinario.
Il rinnovamento della direzione della campagna elettorale ha svolto un ruolo importante, perché nelle quattro settimane trascorse tra la fine del primo turno e il secondo sono state difese e annunciate più riforme che durante i quasi quattro anni di governo.
Non meno importante è stato il ruolo di Lula nel dibattito decisivo su Globo: ha posto fine alle provocazioni di Bolsonaro e ha sollevato, con dignità e orgoglio, la sua mano a nove dita per rivendicare, fieramente e con cortesia, la propria condizione operaia di fronte al miliziano.
Ma altrettanto importante è stata la forza dell’impegno delle donne, in particolare delle donne povere, nere e provenienti dalle periferie, l’irriverenza della gioventù, la commovente combattività delle persone anziane, il coraggio della gioventù indigena, la consapevolezza esistenziale delle persone LGBT.
Questi sono i volti della classe operaia del XXI secolo.
Ma le grandi vittorie comportano grandi sfide.
Trump non ha ancora riconosciuto la vittoria di Lula, ha messo in discussione la regolarità del processo elettorale, ha facilitato la fuga e offerto asilo a Flávio Bolsonaro.
La reazione borghese è iniziata già il giorno successivo, mostrando gli artigli con la fuga dei capitali.
Combatteranno il governo «dall’interno e dall’esterno».
I liberali esigono già un ministro delle Finanze fedele al dogma ultraliberista dell’aggiustamento di bilancio.
Alcuni settori del Congresso, e persino lo stesso presidente del Senato, lasciano intendere che sosterrebbero la concessione della grazia a Jair Bolsonaro in nome della «pacificazione».
In altre parole, questo è stato soltanto l’inizio: la lotta continua.
*Articolo pubblicato sul sito Esquerda Online (sito animato dalla corrente Resistência del PSOL) il 28 ottobre 2026