La necessità di rompere con il capitalismo

Le riflessioni di Andrea Ghiringhelli, su laRegione del 31 ottobre, colgono un punto essenziale: le proteste sociali non sono semplici manifestazioni di disagio o problemi di ordine pubblico. Esprimono una crisi profonda, cui la politica non sa rispondere. Condivido questa constatazione, ma credo necessario spingere il ragionamento oltre i confini della democrazia liberale.
Basta osservare l’Europa: salari insufficienti per vivere dignitosamente, abitazioni sempre meno accessibili, formazione subordinata al mercato anziché all’emancipazione collettiva. Non sono disfunzioni correggibili con interventi isolati, ma manifestazioni di una crisi che investe le fondamenta del capitalismo contemporaneo.
Il paradosso è evidente: società dotate di capacità produttive e risorse senza precedenti non garantiscono condizioni dignitose a molti. Non è questione di scarsità, ma di come le risorse vengono prodotte, possedute e distribuite. Marx parlerebbe della contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione. Nessuno l’ha detto meglio.
Qui emerge il limite della democrazia liberale: riconosce l’uguaglianza politica, ma lascia intatto un ordine economico fondato su profonde disuguaglianze di potere. Possiamo cambiare governo, ma le decisioni su investimenti, produzione, occupazione e risorse restano nelle mani di chi detiene il capitale. La democrazia si arresta alle porte dell’economia.
Già Alexis de Tocqueville scriveva nei suoi Souvenirs, riflettendo sugli scontri sociali del 1848: «Presto la lotta non avrà che due contendenti, coloro che possiedono e coloro che non possiedono nulla; la proprietà costituirà il grande terreno di scontro e le principali questioni politiche riguarderanno esclusivamente le modifiche più o meno profonde da apportare al diritto proprietario». Parole attualissime.
Gli ultimi quarant’anni parlano chiaro. Quanti governi nati per trasformare la società si sono ridotti ad amministrare il capitalismo? Emblematica la vittoria dell’Union de la gauche in Francia nel 1981: alle speranze seguì l’accettazione dei vincoli dell’ordine economico dominante. Molte esperienze socialdemocratiche e progressiste europee hanno seguito la stessa strada. E proprio nell’Europa «rosa», guidata dal centrosinistra (tra la seconda metà degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000), furono tracciate le linee dell’ordine neoliberale dell’UE.
Non è solo questione di coerenza dei dirigenti. Accettando come invalicabili redditività del capitale, concorrenza e proprietà privata dei principali mezzi di produzione, distribuzione e trasporto, anche le politiche avanzate incontrano limiti strutturali. Cambiare governo non significa cambiare società. E «portare a casa qualcosa» non basta come programma: bisogna chiedersi se quel «qualcosa» risponda alle esigenze di chi si rappresenta oppure giustifichi soltanto una presenza subalterna e una carriera politica.
La trasformazione sociale non si realizza soltanto, né principalmente, nelle istituzioni. Chi vuole superare il capitalismo deve costruire un forte movimento sociale di opposizione, che contesti le scelte del capitale nei luoghi di lavoro, nei territori e nella società, utilizzando anche gli spazi istituzionali. Senza una forza organizzata, le conquiste istituzionali rischiano di essere riassorbite.
Qui si colloca l’egemonia nel senso autentico di Gramsci: non la progressiva conquista delle istituzioni, secondo la lettura riformista da Togliatti in poi, né una battaglia culturale separata dai conflitti sociali. L’egemonia si costruisce organizzando le forze sociali, unificando lotte e interessi, elaborando una visione alternativa e la capacità collettiva di dirigere la società. Significa contendere al capitale potere politico, consenso e senso comune. Oggi significa mettere in discussione il modello di accumulazione affermatosi dagli anni Ottanta e l’egemonia politica e culturale costruita attorno a esso dalle destre, comprese quelle estreme.
Dobbiamo allora attendere una rivoluzione per affrontare le urgenze sociali? Al contrario. Ogni rivoluzione è un processo storico, non un singolo atto, anche se identificata con eventi come il 1789 o il 1917. Conta la direzione delle trasformazioni.
Aumentare i salari, sottrarre l’abitazione alla speculazione, garantire una formazione pubblica e accessibile, estendere il controllo democratico sull’economia: obiettivi indispensabili. Possono correggere temporaneamente gli effetti del capitalismo oppure diventare strumenti per mettere in discussione i rapporti di potere e di proprietà. È questa seconda prospettiva che occorre ricostruire, facendo delle rivendicazioni immediate il terreno di una trasformazione radicale.
Ghiringhelli ha ragione: la democrazia non è una conquista definitiva, ma un processo aperto. La questione è fino a dove siamo disposti a spingerlo. Una democrazia che non mette in discussione il potere economico e il diritto di proprietà che lo sostiene resta incompiuta. Difenderla significa anche avere il coraggio di costruire una società oltre il capitalismo.

*articolo apparso sul quotidiano LaRegione sabato 7 novembre 2026