Stati Uniti. La reale impronta ecologica dell’espansione dei data center sotto Trump
A poche settimane dalle elezioni di metà mandato, la cui posta in gioco è particolarmente alta, numerosi americani si stanno mobilitando contro i data center in costruzione nelle loro comunità per sostenere le ambizioni del presidente Donald Trump nel campo dell’intelligenza artificiale.
Secondo i sondaggi, circa due terzi degli americani si oppongono alla costruzione di data center nella propria regione, e questa resistenza si è tradotta in grandi manifestazioni. Oltre alle preoccupazioni per l’impatto che un nuovo data center potrebbe avere sull’occupazione, gli abitanti denunciano spesso le enormi quantità di acqua, elettricità e terreno consumate da queste strutture, nonché le possibili conseguenze sulle bollette energetiche e sull’ambiente.
I più controversi sono i data center «hyperscale» — infrastrutture di grandissime dimensioni progettate per ospitare e gestire migliaia di server, capaci di adattarsi rapidamente a una forte domanda di risorse — utilizzati da aziende come Amazon, Microsoft e Google. Le loro dimensioni possono superare di gran lunga quelle delle altre strutture e la loro diffusione ha conosciuto un’accelerazione vertiginosa nel contesto del boom dell’intelligenza artificiale.
L’opposizione è diventata così forte che almeno 15 Stati stanno valutando l’introduzione di moratorie, mentre rappresentanti politici di entrambi gli schieramenti si sono schierati dalla parte delle comunità indignate. «Abbiamo finalmente trovato qualcosa capace di unire la sinistra e la destra», ha ironizzato Joshua Rhodes, ricercatore dell’Università del Texas ad Austin.
Eppure questa ondata di proteste non sembra aver scoraggiato l’amministrazione Trump, che promuove i data center nell’ambito della propria strategia per conquistare il predominio mondiale nell’intelligenza artificiale. Secondo il Pew Research Center («Most new data centers in the U.S. are coming to rural areas», 13 aprile 2026), negli Stati Uniti sono attualmente in fase di sviluppo oltre 1.500 data center, che si aggiungeranno ai 3.000 già operativi.
«L’unica ragione per cui le comunità degli Stati Uniti non dovrebbero volere i data center è che desiderano rimanere arretrate e povere», ha dichiarato Trump in un messaggio pubblicato su Truth Social in agosto. «Se vogliono avere successo e arricchirsi, con tasse molto più basse e posti di lavoro ovunque, devono lasciare che siano i dati a dominare».
Mentre le tensioni rischiano di raggiungere il culmine con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, ecco ciò che sappiamo sull’effettivo consumo di risorse dei data center.
Elettricità
In un momento in cui i costi dell’energia stanno aumentando vertiginosamente, l’attenzione nazionale si è concentrata sul consumo elettrico dei data center. Secondo il Pew Research Center, metà degli americani ritiene che queste strutture contribuiscano all’aumento delle bollette elettriche.
Secondo il Lawrence Berkeley National Laboratory (18 giugno 2026), nel 2024 i data center rappresentavano il 4,7% del consumo totale di elettricità negli Stati Uniti, contro il 4,4% dell’anno precedente.
Questa quota dovrebbe aumentare notevolmente nei prossimi anni, anche se le stime variano. Secondo il Lawrence Berkeley National Laboratory, entro il 2030 i data center potrebbero consumare quasi il 12% dell’elettricità statunitense. Entro il 2035, secondo BloombergNEF, potrebbero assorbire una quantità di energia tale da rappresentare circa un quinto del consumo elettrico degli Stati Uniti.
Finora, la frenetica costruzione di data center si è concentrata soprattutto in alcune aree strategiche, principalmente in Virginia, Texas e California. Tuttavia, questa tendenza sta per estendersi, poiché nuovi data center sono previsti anche in Illinois, Georgia, Ohio e Arizona.
Tutte queste previsioni indicano uno sviluppo che procede a una velocità e su una scala per le quali gli Stati non sono preparati.
«Stiamo assistendo a una crescita molto rapida, mentre negli ultimi anni la domanda nel settore elettrico era rimasta sostanzialmente stabile», ha dichiarato Lori Bird, esperta di energia presso il World Resources Institute. «Si tratta quindi di un cambiamento di situazione piuttosto spettacolare».
Il Texas illustra bene come un’espansione di questo tipo possa mettere a dura prova le infrastrutture locali e scatenare una tempesta politica.
Il governatore del Texas, Greg Abbott [Partito Repubblicano], aveva promesso di trasformare lo Stato nell’«epicentro dello sviluppo dell’intelligenza artificiale». Attualmente sono previsti almeno 248 nuovi progetti di data center, che si aggiungeranno ai 335 già esistenti nello Stato (The Texas Tribune, 26 giugno 2026).
«Il sistema non dispone praticamente delle capacità necessarie per far fronte a questi ritmi di crescita», ha dichiarato Ashish Sethia, responsabile mondiale delle materie prime presso BloombergNEF, citando la carenza di tecnici, trasformatori e linee di trasmissione elettrica.
«È per questo che assistiamo a questa corsa per accaparrarsi quanta più capacità elettrica possibile, allo scopo di alimentare i data center».
La domanda ha continuato ad aumentare. Durante l’estate, l’Electric Reliability Council of Texas (ERCOT), che gestisce la rete elettrica dello Stato, ha dichiarato di stare esaminando richieste di connessione per circa 474 gigawatt (GW): oltre cinque volte il record di domanda elettrica di punta registrato sulla propria rete, secondo i responsabili statali.
L’ERCOT ha precisato che il 90% di queste nuove richieste di elettricità proviene dai data center. In agosto, Greg Abbott ha ordinato alle autorità di regolamentazione dello Stato di sospendere i collegamenti dei data center alla rete e ha richiesto verifiche approfondite.
«È una follia», ha dichiarato il ricercatore Joshua Rhodes, precisando che l’intera area di Houston registra una domanda di punta di circa 17 GW.
«Houston rappresenta circa 17 gigawatt, e attualmente vediamo l’equivalente di diverse Houston, sotto forma di data center, che cercano di collegarsi contemporaneamente alla rete dell’ERCOT».
La grande questione che incombe su questo sviluppo, in Texas e altrove, riguarda le conseguenze sulle bollette elettriche dei consumatori. La risposta, come prevedibile, è piuttosto complessa.
«Dipende realmente dall’entità delle attività e dalla capacità della rete di gestirle», ha dichiarato Lori Bird del World Resources Institute, aggiungendo che la presenza di una rete elettrica con un surplus di produzione disponibile potrebbe rappresentare un vantaggio.
«Ma ciò che osserviamo è che in molte di queste regioni le capacità sono insufficienti e i responsabili stanno cercando di procedere troppo rapidamente».
I prezzi delle turbine a gas, per esempio, sono aumentati di quasi il 200% a causa dell’espansione dei data center.
Di fronte alla crescente indignazione, Trump ha dichiarato che dovrebbero essere le aziende, e non i consumatori, a sostenere i costi di questa espansione.
Anche le autorità di regolamentazione cercano di attenuare le tensioni nelle comunità locali. Secondo Ashish Sethia di BloombergNEF, i regolatori e i gestori delle reti elettriche stanno cercando di impedire che l’aumento dei costi venga trasferito sui consumatori finali.
Avendo un bisogno disperato di maggiori quantità di energia, e in tempi rapidi, gli sviluppatori di data center si rivolgono sempre più spesso a fonti energetiche esterne alla rete esistente.
Numerosi giganti tecnologici stanno costruendo proprie centrali a gas naturale direttamente presso i loro impianti, per soddisfare l’enorme fabbisogno elettrico delle strutture.
Secondo le stime dell’Environmental Integrity Project, un’organizzazione indipendente e senza scopo di lucro che promuove l’applicazione delle leggi ambientali, oltre 80 centrali a gas sono in costruzione o allo studio in tutto il Paese.
Alcune aziende, tra cui Google, si stanno inoltre orientando sempre più verso l’energia nucleare come fonte di elettricità priva di emissioni dirette.
Tuttavia, il ruolo sproporzionato svolto dal gas naturale nello sviluppo nazionale dei data center, almeno nel breve periodo, comporta importanti conseguenze per le emissioni statunitensi e l’inquinamento.
«Questo aumenterà le emissioni del settore elettrico, accelerando gli effetti del cambiamento climatico», ha dichiarato Joshua Rhodes dell’Università del Texas.
Acqua
Per evitare il surriscaldamento, i data center, indipendentemente dalle loro dimensioni, necessitano di potenti sistemi di raffreddamento che spesso consumano grandi quantità di acqua.
Questo preoccupa la popolazione: un sondaggio Gallup (13 marzo 2026) ha rivelato che il consumo eccessivo di acqua è una delle principali ragioni per cui gli americani si oppongono alla costruzione di data center nella propria regione.
Tuttavia, misurare l’impronta idrica di queste strutture può essere difficile, soprattutto a causa della mancanza di dati coerenti e trasparenti, secondo Joe Kane, ricercatore nel settore delle infrastrutture ed ex ricercatore associato della Brookings Institution, un centro studi con sede a Washington.
La maggior parte di queste informazioni, ha precisato, è detenuta dalle aziende tecnologiche.
Non esiste inoltre un valore universale per il consumo d’acqua.
«Se esaminiamo i diversi modelli di data center, situati in climi differenti e caratterizzati da modalità operative diverse, osserviamo una differenza fino a 10.000 volte nell’intensità del consumo idrico diretto dei data center», ha dichiarato Jonathan Koomey, analista energetico indipendente.
Secondo un rapporto del 2024 del Lawrence Berkeley National Laboratory, nel 2023 i data center avrebbero consumato direttamente circa 66 miliardi di litri d’acqua.
Questa cifra dovrebbe continuare ad aumentare: entro il 2028, i soli data center «hyperscale» dovrebbero assorbire tra 60 e 124 miliardi di litri d’acqua.
E queste cifre non comprendono nemmeno l’impronta idrica indiretta dei data center.
Secondo il Lawrence Berkeley National Laboratory, nel 2023 i data center di tutto il Paese hanno consumato complessivamente quasi 800 miliardi di litri d’acqua soltanto attraverso la produzione dell’elettricità necessaria al loro funzionamento.
Questi volumi sono relativamente modesti rispetto ad altre attività e settori che consumano enormi quantità d’acqua, come l’irrigazione dei prati residenziali e la produzione di carne bovina e di altri tipi di carne negli Stati Uniti, che richiedono migliaia di galloni d’acqua in più.
Eppure la sete dei data center è diventata una questione particolarmente controversa, perché queste strutture vengono costruite in Stati già sottoposti a stress idrico, come California, Nuovo Messico, Arizona, Nevada e Utah.
Nel 2021, alcuni ricercatori hanno stimato che un quinto dell’impronta idrica diretta dei server dei data center riguardasse regioni caratterizzate da livelli di stress idrico moderati o elevati.
«Possiamo trasportare elettricità per migliaia di miglia, ma raramente trasportiamo acqua su distanze simili; l’acqua è quindi una questione molto più locale», ha dichiarato Joshua Rhodes.
La resistenza è stata particolarmente accesa.
Nello Utah, colpito dalla siccità, migliaia di abitanti si sono opposti, per esempio, a un progetto di data center esteso su 40.000 acri [oltre 16.000 ettari], anche a causa dei rischi che avrebbe comportato per un lago già in fase di progressivo prosciugamento.
L’opposizione si è estesa anche alla California, uno Stato che da tempo affronta problemi di scarsità d’acqua, e San Francisco ha recentemente approvato una moratoria di 45 giorni sul rilascio delle autorizzazioni per la costruzione di data center.
Di fronte al crescente controllo pubblico, numerosi operatori di data center hyperscale si sono affrettati a dimostrare di prendere seriamente la questione, moltiplicando gli impegni per ridurre il consumo d’acqua.
Tuttavia, per molte aziende esiste un importante compromesso economico tra l’utilizzo dell’acqua e un maggiore consumo energetico.
«È un circolo vizioso in termini di consumo d’acqua», sottolinea Joshua Rhodes.
Sebbene esistano soluzioni per ridurre al minimo il consumo idrico dei sistemi di raffreddamento, queste richiedono generalmente una maggiore quantità di energia. Le aziende hanno quindi un incentivo economico a destinare tale elettricità ad altri scopi.
«Il valore dell’elaborazione informatica è così elevato che vogliono destinare quanta più elettricità possibile ai computer e quanta meno possibile al raffreddamento».
Terreni e inquinamento
La rapida espansione dei data center ha intensificato l’attenzione sulla loro occupazione fisica del territorio e sugli effetti per le comunità circostanti.
Secondo il Pew Research Center, oltre il 40% degli americani vive entro un raggio di cinque miglia [8 chilometri] da almeno un data center esistente o in progetto.
Tutti i data center sono strutture fisicamente imponenti, ma le loro dimensioni variano considerevolmente.
Un tipico data center di grandi dimensioni può occupare circa 250.000 piedi quadrati, equivalenti a circa 23.200 metri quadrati, una superficie nettamente superiore a quella di un campo da football americano.
Alcuni progetti, come quello dello Utah citato in precedenza, si estenderanno ormai su quasi 20.000 acri di terreno, una superficie approssimativamente equivalente a quella di Manhattan.
(In realtà, l’investitore all’origine del progetto dello Utah desiderava inizialmente realizzare una struttura grande il doppio, ma una forte opposizione lo ha costretto a ridimensionare le proprie ambizioni.)
Mentre quasi il 90% dei data center esistenti negli Stati Uniti è stato costruito in aree urbane, i promotori si stanno ora orientando verso altre regioni.
Secondo il Pew Research Center, circa due terzi dei data center previsti saranno situati in zone rurali, mentre tre quarti delle nuove costruzioni saranno realizzati nel Sud e nel Midwest.
Inoltre, quasi il 40% di queste strutture rappresenterà il primo data center costruito nella rispettiva contea.
Con l’intensificarsi di questa espansione in tutto il Paese, diversi rapporti hanno messo in evidenza le possibili conseguenze per le comunità locali, in particolare in termini di inquinamento.
Ancora il mese scorso, un data center del New Jersey ha riversato 5.000 galloni di gasolio [circa 19.000 litri] in un fiume vicino, suscitando timori per i rischi ambientali a lungo termine, nonostante gli interventi di bonifica.
Esiste inoltre un inquinamento invisibile.
Gli abitanti che vivono nei pressi dei data center lamentano il continuo inquinamento acustico generato da queste imponenti strutture.
L’espansione dei data center — e lo sviluppo della rete del gas naturale che l’accompagna — provoca inoltre la diffusione di sostanze inquinanti nocive, che compromettono la qualità dell’aria e comportano rischi per la salute.
Secondo le stime dei ricercatori, l’inquinamento atmosferico legato ai data center potrebbe generare, entro il 2028, costi annuali per la sanità pubblica superiori a 20 miliardi di dollari.
*Articolo pubblicato da Foreign Policy il 12 ottobre 2026