Uscire dal giorno della marmotta

Da fine 2020 a settembre 2026 il Cantone ha adeguato gli stipendi del proprio personale del 3%. I prezzi sono saliti dell’8,5%. Dal 2024 al 2026 il Consiglio di Stato ha riconosciuto lo 0,5% di rincaro: ultimo fra i 26 cantoni. Per il 2027 il Preventivo prevede lo 0,25%. Ogni autunno va in scena lo stesso copione: il carovita non c’è, o ne resta qualche briciola; si chiama la piazza e rispondono alcune migliaia di persone; poi si torna in classe e in ufficio. L’anno dopo si ricomincia. 22 novembre 2023, 29 febbraio 2024, 20 dicembre 2024, 29 novembre 2025. Date diverse, stessa giornata. Come nel film con Bill Murray: ci si sveglia, ed è sempre il giorno della marmotta. Il 20 novembre scioperano gli studenti e si mobilitano ErreDiPi, il Movimento della Scuola e l’Associazione docenti scuole medie superiori: la mattina nelle sedi, il pomeriggio in piazza a Bellinzona. Ci saranno tutti. Bene. E il 21? La piazza serve. Ma è solo un inizio. Il 29 febbraio 2024 eravamo in migliaia e dal palco si gridava «lotta dura senza paura». Pochi giorni dopo, però, c’era chi proponeva al Consiglio di Stato di congelare il carovita per due anni. Gli slogan non bastano: ci vuole un lavoro che non finisce con il corteo. Un esempio? Quello di ErreDiPi con le pensioni.

Nell’agosto 2022 l’IPCT annuncia rendite più basse fino al 20%. Il 28 settembre siamo in piazza in 3’500-4’000. Seguono mobilitazioni ripetute per più di un anno e, fra l’una e l’altra, un coinvolgimento continuo e un’informazione tenace: analisi dei conti, cifre rese pubbliche, storture denunciate una dopo l’altra. Il risultato? Misure di compensazione che nel progetto iniziale non c’erano, approvate in votazione popolare il 9 giugno 2024. Non era scontato: quando si chiede a chi vota di pagare di più, di solito si perde. Il taglio delle rendite è sceso dal 20% al 2%. Senza due anni di pressione costante non sarebbe successo.

Lo stesso vale oggi per la scuola e per i salari. Le rivendicazioni ci sono. Per la scuola: spesa per la formazione almeno pari alla media intercantonale; classi di 12-18 allievi/e al massimo; 4 ore-lezione in meno, più 2 per i compiti istituzionali; più sostegno in ogni sede; docenti coinvolti nelle riforme fin dall’inizio. Per i salari: rincaro pieno, ogni anno, per tutto il personale; recupero del potere d’acquisto perso dal 2021; salari agganciati alla media svizzera; rincaro anche sulle pensioni.

Un’idea deve entrare nella testa di tutti: il rincaro non è un aumento. In Ticino il premio medio di cassa malati è salito del 31% in tre anni e non entra nemmeno nel calcolo dell’indice dei prezzi. Adeguare gli stipendi significa soltanto mantenerne il potere d’acquisto. Il datore di lavoro si è impegnato a pagare un determinato salario per una prestazione lavorativa: senza rincaro, quell’impegno lo rispetta ogni anno un po’ meno. Non è una misura episodica, da contrattare a ogni Preventivo. È strutturale. Il lavoro vero comincia il giorno dopo. Che cosa farà ErreDiPi, concretamente? Due cose. Porteremo nell’Amministrazione cantonale una riflessione sul rincaro e sulle condizioni di lavoro reali: quelle che si vivono davvero, non quelle dei sondaggi ufficiali. E ci occuperemo delle scuole dell’infanzia ed elementari, due settori rimasti finora ai margini, dove si soffre troppo. Capire, raccontare con le stesse parole, decidere: insieme. Così nasce un movimento. E l’impegno non si delega. È giusto che ErreDiPi e le associazioni dei docenti portino avanti il discorso durante l’anno. Si possono delegare i dossier e le trattative. La presenza no. Quando il Governo conta le persone in piazza, non conta le sigle: conta quanti siamo. E vede che aria tira nei mesi successivi.
Nel film, Bill Murray esce dal giorno della marmotta quando smette di subirlo e comincia a costruire, un giorno dopo l’altro. Vale anche per noi.

*presidente di ErreDiPi. Articolo apparso il 6 novembre 2026 sul quotidiano LaRegione.