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In poche parole
L’iniziativa del PS “per un salario minimo sociale” aveva due meriti: fissava un salario minimo legale al massimo consentito dalla giurisprudenza nel rispetto della “libertà economica” e impediva deroghe tramite contratti collettivi o aziendali con salari inferiori. Parliamo all’imperfetto perché la direzione del PS, in nome della concertazione, ha accettato un “compromesso” al ribasso con destra e padronato. Un esempio concreto chiarisce la portata della scelta. Il terzo punto dell’accordo prevede che nel calcolo del salario minimo rientrino anche i “benefit” riconosciuti come salario secondo i parametri AVS. In altre parole, il minimo non sarà calcolato sul solo stipendio di base, riducendone l’impatto. Il caso dell’industria orologiera cantonale, soggetta a un CCL nazionale non di forza obbligatoria, è emblematico. Oggi una lavoratrice non qualificata guadagna 20,85 franchi l’ora, pari a 3’607 franchi lordi mensili. Con il minimo a 22,25 franchi (nel 2029), il salario dovrebbe salire a 3’849 franchi: +242 franchi al mese, un aumento “a regime” simile a quello citato in questi giorni dai difensori del compromesso. Ma il CCL prevede anche un contributo di 195 franchi mensili per la cassa malati, importo soggetto ad AVS. Includendolo nel calcolo, il salario minimo effettivo sale a 21,98 franchi l’ora, cioè 3’802 franchi mensili, non 3’849. L’aumento reale “a regime” (e solo nel 2029) si riduce così a 47 franchi al mese. Certo, una lavoratrice con un salario così basso non sputa su 47 fr al mese; ma siamo ben lontani dagli aumenti evocati per giustificare un accordo che, attraverso le concessioni fatte al padronato, riprende con una mano ciò che sembra concedere con l’altra.
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