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    Il futuro di Bellinzona si fa sempre più nebuloso. I “successi” di cui il Municipio ama vantarsi non sembrano tradursi in un reale miglioramento del benessere dei cittadini, quella “qualità delle vita” di cui Bellinzona va fiera.
    Prendiamo la crescita demografica degli ultimi anni, spesso presentata come un grande risultato. Peccato che, finora, più abitanti non abbiano portato né più gettito fiscale né una base imponibile più solida.
    Nemmeno i commerci ne beneficiano: i negozi chiudono uno dopo l’altro e il centro perde attrattiva. Persino la presidente della Società dei commercianti ha deciso di abbassare la serranda del suo negozio in centro. Non proprio un segnale incoraggiante.
    Intanto i “progetti strategici” si susseguono con regolarità, ma molti marciano sul posto da anni: dall’ospedale al quartiere Officina. Più che strategie di sviluppo, sembrano esercizi di pazienza.
    Ora la città si aggrappa all’ennesima promessa: il progetto Fortezza, che dovrebbe fare dei castelli il motore del futuro cittadino. Ma è difficile immaginare che questo produrrà molto più di qualche turista in più — e anche sul famoso “indotto” è lecito dubitare.
    Basta passare dalla stazione: frotte di pensionati scendono dai treni dalla Svizzera tedesca per una gita di giornata, con il sacco del picnic già pronto. Difficile pensare che da lì passerà lo sviluppo economico della città!
    Che fare? A questo punto alla compagine municipale resta forse una sola strategia: Lourdes.

    • 15 Marzo 2026
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Bellinzona. Non resta che Lourdes

Il futuro di Bellinzona si fa sempre più nebuloso. I “successi” di cui il Municipio ama vantarsi non sembrano tradursi in un reale miglioramento del benessere dei cittadini, quella “qualità delle vita” di cui Bellinzona va fiera.
Prendiamo la crescita demografica degli ultimi anni, spesso presentata come un grande risultato. Peccato che, finora, più abitanti non abbiano portato né più gettito fiscale né una base imponibile più solida.
Nemmeno i commerci ne beneficiano: i negozi chiudono uno dopo l’altro e il centro perde attrattiva. Persino la presidente della Società dei commercianti ha deciso di abbassare la serranda del suo negozio in centro. Non proprio un segnale incoraggiante.
Intanto i “progetti strategici” si susseguono con regolarità, ma molti marciano sul posto da anni: dall’ospedale al quartiere Officina. Più che strategie di sviluppo, sembrano esercizi di pazienza.
Ora la città si aggrappa all’ennesima promessa: il progetto Fortezza, che dovrebbe fare dei castelli il motore del futuro cittadino. Ma è difficile immaginare che questo produrrà molto più di qualche turista in più — e anche sul famoso “indotto” è lecito dubitare.
Basta passare dalla stazione: frotte di pensionati scendono dai treni dalla Svizzera tedesca per una gita di giornata, con il sacco del picnic già pronto. Difficile pensare che da lì passerà lo sviluppo economico della città!
Che fare? A questo punto alla compagine municipale resta forse una sola strategia: Lourdes.

  • 15 Marzo 2026

“Compromesso” sul salario minimo ed esigenze sindacali

La trattativa e il “compromesso” attorno all’iniziativa sul salario minimo interessa – o dovrebbe interessare – direttamente le organizzazioni sindacali. Non solo perché riguarda la fissazione del nuovo salario minimo legale, ma perché le decisioni prese attorno a questo tema incidono e incideranno sull’intera dinamica del sistema salariale.
Fin dall’inizio di questa “trattativa”, avviata in vista di un “compromesso” tra PS e i maggiori partiti di governo stimolati dalle organizzazioni padronali (le vere ispiratrici del negoziato, convinte che una votazione sull’iniziativa le vedrebbe soccombere), la posizione dei sindacati – e in particolare di un importante sindacato come UNIA – è apparsa piuttosto prudente. Una prudenza che il segretario di UNIA, Giangiorgio Gargantini, ha confermato nel dibattito andato in onda su Teleticino la sera del 1° marzo.
Del resto, Gargantini aveva già posto condizioni precise per un’eventuale adesione della sua organizzazione al “compromesso”. Aveva infatti dichiarato (CdT, 1° marzo) che «se si decidesse di permettere deroghe ai salari minimi senza che ci sia l’accordo unanime della commissione tripartita, per noi è un “no way”».
Ora, da quanto emerso negli ultimi giorni sui dettagli del “compromesso” – i punti ancora aperti sarebbero stati appianati, secondo le dichiarazioni del presidente del PS, nella riunione della Commissione della gestione del 2 marzo – sembrerebbe proprio che questa condizione, cioè l’unanimità, non sia stata accolta.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: per UNIA resta davvero un “no way”? Oppure quella linea rossa era meno invalicabile di quanto lasciato intendere?

  • 9 Marzo 2026

Salario minimo e “compromessi”: promesse e calcoli reali

L’iniziativa del PS “per un salario minimo sociale” aveva due meriti: fissava un salario minimo legale al massimo consentito dalla giurisprudenza nel rispetto della “libertà economica” e impediva deroghe tramite contratti collettivi o aziendali con salari inferiori.
Parliamo all’imperfetto perché la direzione del PS, in nome della concertazione, ha accettato un “compromesso” al ribasso con destra e padronato. Un esempio concreto chiarisce la portata della scelta.
Il terzo punto dell’accordo prevede che nel calcolo del salario minimo rientrino anche i “benefit” riconosciuti come salario secondo i parametri AVS. In altre parole, il minimo non sarà calcolato sul solo stipendio di base, riducendone l’impatto.
Il caso dell’industria orologiera cantonale, soggetta a un CCL nazionale non di forza obbligatoria, è emblematico. Oggi una lavoratrice non qualificata guadagna 20,85 franchi l’ora, pari a 3’607 franchi lordi mensili. Con il minimo a 22,25 franchi (nel 2029), il salario dovrebbe salire a 3’849 franchi: +242 franchi al mese, un aumento “a regime” simile a quello citato in questi giorni dai difensori del compromesso.
Ma il CCL prevede anche un contributo di 195 franchi mensili per la cassa malati, importo soggetto ad AVS. Includendolo nel calcolo, il salario minimo effettivo sale a 21,98 franchi l’ora, cioè 3’802 franchi mensili, non 3’849. L’aumento reale “a regime” (e solo nel 2029) si riduce così a 47 franchi al mese.
Certo, una lavoratrice con un salario così basso non sputa su 47 fr al mese; ma siamo ben lontani dagli aumenti evocati per giustificare un accordo che, attraverso le concessioni fatte al padronato, riprende con una mano ciò che sembra concedere con l’altra.

  • 5 Marzo 2026

PSE e riscatto del palazzetto dello sport. Pacche sulle spalle, soddisfazione, champagne e cotillons…

Il Consiglio comunale di Lugano ha votato il riscatto del palazzetto dello sport per 80,2 milioni di franchi. Prima di trarre conclusioni definitive, conviene però attendere la fine dei lavori. La decisione è stata presentata come una significativa operazione di risparmio dei fondi pubblici: 18 milioni di franchi rispetto al leasing. Ancora una volta, come già avvenuto per l’Arena sportiva, si tende tuttavia a sorvolare su un aspetto essenziale: il risparmio sarebbe stato ben maggiore se, fin dall’inizio, l’operazione fosse stata finanziata direttamente dalla città tramite un prestito obbligazionario, come richiesto dai promotori del referendum contro il PSE. Nel 2021 tale prestito sarebbe stato praticamente a costo zero, mentre oggi si parla di un tasso d’interesse dell’1,2%.
Le parole del sindaco Foletti sollevano più di una perplessità: «È vero, quando siamo partiti c’erano tassi negativi, ma volevamo garantire un sistema finanziario chiaro, sapendo dove saremmo andati a finire. (…) Con il senno di poi tutti sono più bravi». Non si tratta però di valutazioni fatte a posteriori: la questione era chiara sin dall’inizio ed era stata espressa con altrettanta chiarezza. Le alternative non mancavano. Ma ormai a Lugano, come altrove, l’inettitudine si è issata al posto di comando

  • 12 Febbraio 2026

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