Brasile. Le prospettive dopo il primo turno delle elezioni presidenziali e legislative

Tempo di lettura: 9 minuti
image_print

1.
La vittoria elettorale di Flávio Bolsonaro è stata una catastrofe politica di proporzioni considerevoli. I mercati finanziari l’hanno accolta con una gioia non dissimulata. Il giorno dopo il primo turno, la Borsa ha raggiunto il suo massimo storico. Quanto agli attivisti e alle attiviste di sinistra, sono tristi e amareggiati. Ma oggi nulla è più decisivo del sentimento di estrema urgenza. Non è il momento di fare un bilancio complessivo. Non ne abbiamo il tempo. Trarre insegnamento dai nostri errori, che non sono certo pochi, sarà indispensabile. Ma ora è tempo di agire.

Ciò che è vitale è combattere fino alla fine per rovesciare il risultato del primo turno. Diverse migliaia di persone hanno già preso coscienza della minaccia di una catastrofe imminente e si stanno organizzando spontaneamente attraverso gruppi WhatsApp. La dinamica della vasta avanguardia della sinistra sta prendendo la direzione giusta. In tutto il Paese vengono convocate assemblee plenarie, in presenza e online. La sfida consiste nel condurre una campagna di mobilitazione, sui social network e nelle strade, il più possibile unitaria.

2.
Qual è stato il significato del risultato delle elezioni legislative? In gioco non c’è soltanto la questione di chi sarà presidente. La posta in gioco è molto più grave di un semplice avvicendamento al potere.

Flávio Bolsonaro ambisce ad andare molto oltre quanto fatto da suo padre. Il bolsonarismo è il fascismo del XXI secolo. Vuole rovesciare il regime: il potere assoluto. L’estrema destra vuole utilizzare le posizioni di forza che ha conquistato per deformare il regime democratico. La sua strategia consiste in un’offensiva graduale e permanente, sul modello di quanto fatto da Bukele in El Salvador e di ciò che sta accadendo attualmente in Perù e Colombia, con l’obiettivo di instaurare un regime sempre più autoritario e opaco.

Manca soltanto la presidenza perché l’estrema destra controlli tutte le istituzioni. Dispone già di una maggioranza assoluta alla Camera dei deputati (287 seggi su 513) e al Senato (50 seggi su 81). Ha già dichiarato che si impadronirà della Corte suprema (Tribunale supremo federale, STF), attraverso la destituzione dei suoi oppositori e la nomina di quattro giudici entro il 2030.

Nessuno dovrebbe ignorare il peso dei fascisti all’interno delle forze armate. Altrettanto importante è il fatto che il bolsonarismo sia un movimento politico-sociale d’urto che esprime il «peso» della borghesia, poggiando su un radicamento reale nella piccola borghesia e nei suoi ambienti di socializzazione, e che abbia rafforzato la propria capacità organizzativa nonostante l’incarcerazione dei golpisti [del gennaio 2023].

Si mobilita incessantemente sui social network, ma anche all’interno delle comunità evangeliche e degli ambienti della polizia, tra gli altri settori. Occorre quindi prenderlo sul serio.

3.
Le elezioni costituiscono una forma della lotta di classe. Anche se comportano distorsioni – poiché le condizioni del processo elettorale sono fortemente diseguali –, consentono tuttavia di valutare i rapporti di forza politici.

Ma esistono diversi tipi di sconfitte e di vittorie. Vi sono successi elettorali [la rielezione di Dilma Rousseff del PT nell’ottobre 2014, dopo un primo mandato iniziato nel gennaio 2011] che hanno evidenziato una sconfitta politica. Sconfitta intervenuta nel novembre 2014 con il cambiamento dell’indirizzo politico-economico di Dilma Rousseff attraverso la nomina di Joaquim Levy [allora a capo della seconda banca privata del Brasile] al ministero delle Finanze, nonostante l’impegno che «non sarebbe successo» o, in brasiliano, «anche se la vacca tossisce».

E, viceversa, vi sono sconfitte elettorali che sono state, paradossalmente, vittorie politiche, come nel 1989 contro Fernando Collor, quando, sebbene Lula avesse perso al secondo turno di dicembre con il 46,97%, il PT si impose come principale partito di opposizione [e lo sarebbe rimasto fino all’elezione di Lula alla fine di ottobre 2002, quando Lula fu eletto con il 61,27% dei voti].

L’analisi dei risultati elettorali richiede una certa cautela. Ieri, 5 ottobre, abbiamo subito una grave sconfitta elettorale e politica. Anche se non è esatto parlare di «due elezioni», poiché si tratta di due fasi dello stesso scrutinio, è vero che soltanto dopo il secondo turno sarà possibile trarre conclusioni più definitive. Ma è bene sapere che siamo sull’orlo di un «inverno siberiano».

4.
Nessuna di queste cautele nell’analisi impedisce di riconoscere che abbiamo subito una terribile sconfitta al primo turno e di constatare i seguenti punti:

(a) Uno tsunami invisibile e silenzioso, negli ultimi due giorni, ha assicurato la vittoria di Bolsonaro, come era accaduto in Colombia [vedi l’articolo di Daniel Libreros pubblicato su questo sito il 9 luglio 2026], ma con un forte impatto soggettivo provocato dalla sorpresa.

(b) Vi è stato, rispetto al primo turno del 2022, un rovesciamento di tendenza, quando Lula era in testa con il +5,2% [48,43% per Lula e 43,20% per Jair Bolsonaro, candidato uscente: il suo mandato si è svolto da gennaio 2019 a gennaio 2023]. Lula si era quindi qualificato per il secondo turno con questo vantaggio [ma vinse con il 50,90% contro il 49,10% di Bolsonaro].

Oggi Flávio Bolsonaro è in testa con il +1,9% [47,03% contro 45,16%], contraddicendo così la tesi liberale secondo cui il candidato uscente sarebbe favorito e confermando che il livello massimo di popolarità di Lula non era sufficiente per vincere.

(c) I sondaggi hanno nuovamente sbagliato, pur avendo individuato una tendenza, poiché avevano segnalato una crescita al di fuori del margine d’errore tra la popolazione maschile, evangelica e nel Sud-Est, anche se la «valanga» bolsonarista è stata devastante soprattutto nelle zone interne, in particolare nelle regioni dove il peso dell’agroindustria è maggiore.

(d) Il vantaggio nel Nord-Est (11,1 milioni di voti) non ha compensato il ritardo nel Sud (5 milioni) e nel Sud-Est (5,7 milioni), poiché abbiamo perso nel Centro-Ovest (56,51% contro 32,52%) e nel Nord (49,15% contro 44,65%).

(e) La direzione della campagna di Lula ha puntato, fino a due settimane e mezzo fa, sulla valorizzazione della sua eredità politica e sulla celebrazione della sua biografia, sottovalutando il radicamento sociale e la forza ideologica del bolsonarismo, sulla base del calcolo secondo cui sarebbe stato possibile vincere già al primo turno, cosa che si è rivelata drammaticamente errata.

E, sebbene il cambio di rotta della campagna fosse giustificato, è arrivato troppo tardi: divieto delle scommesse sportive, aumento del 15% del programma Bolsa Família, messa a disposizione dei farmaci dimagranti all’interno del sistema sanitario pubblico (SUS), vista la pandemia di obesità, e infine, il 25 settembre, «Desenrola 3» rivolto alle persone indebitate, che possono riacquistare i propri crediti con forti sconti.

5.
Non è possibile valutare il risultato delle elezioni presidenziali senza sottolineare che si trattava di elezioni generali.

La valanga di governatori di estrema destra eletti già al primo turno è stata terribile: i sostenitori di Bolsonaro, Tarcísio de Freitas e Douglas Ruas, hanno vinto a San Paolo e Rio de Janeiro, mentre lo «stravagante» Cleitinho Azevedo, anch’egli di estrema destra, si è imposto nel Minas Gerais, completando così il dominio del «triangolo strategico».

L’estrema destra si è inoltre imposta al primo turno nei tre Stati del Sud, con Sergio Moro [Partito liberale dal 2026] nel Paraná, Jorginho Mello [PL] a Santa Catarina e Luciano Zucco [PL dal 2023] nel Rio Grande.

Dei 27 Stati, 20 governatori sono stati eletti al primo turno e soltanto tre governatori provengono dal PT: in Bahia [Jerônimo Rodrigues], nel Piauí [Rafael Fonteles] e nel Ceará [Elmano de Freitas].

Il PT è ancora in corsa per il secondo turno nel Rio Grande do Norte [Cadu de Lula, con il 36,16% contro Allyson Bezerra, União Brasil].

Il blocco guidato dal PL bolsonarista riunisce i Repubblicani, União Brasil, Podemos, i Progressistas, il MDB di Caiado a Goiás e il PSDB ad Alagoas. Domina quindi tutte le regioni, ad eccezione del Nord-Est.

È ormai confermato che l’egemonia politico-sociale in Brasile appartiene oggi, irrimediabilmente, al blocco guidato dai neofascisti.

6.
Ci si aspettava già che il risultato delle elezioni legislative fosse sfavorevole, ma per il Senato è stato drammaticamente negativo.

Il Partito liberale bolsonarista ha conquistato 19 dei 54 seggi da assegnare, che, sommati ai 9 seggi già detenuti dal partito (con mandati fino al 2031), portano il totale a 28 senatori.

Non è esagerato definire spaventosa la presenza di almeno 50 senatori allineati al programma volto a concedere la grazia a Jair Bolsonaro e agli altri golpisti, nonché a destituire i giudici della Corte suprema federale (STF).

Saranno necessarie 54 voti, ma sembra molto probabile che, se Flávio Bolsonaro vincerà il secondo turno, riuscirà a ottenere altri cinque voti.

Il giudice Nunes Marques, della Corte suprema federale (STF), ha annunciato, il giorno dopo le elezioni e con la massima sfrontatezza, l’intenzione di pubblicare un’ordinanza provvisoria unilaterale per liberare Jair Bolsonaro, ancora prima della grazia promessa dal figlio al padre.

Il PT ha eletto sei senatori e ha mantenuto il proprio gruppo di nove senatori.

Una maggioranza di estrema destra molto vicina ai due terzi necessari per modificare la Costituzione lascia inoltre presagire l’approvazione di emendamenti costituzionali volti a eliminare diritti sociali, come l’abbassamento dell’età della responsabilità penale da 18 a 16 anni, e molto altro ancora.

7.
L’elezione alla Camera dei deputati è stata un altro spettacolo degli orrori.

Nikolas Ferreira, del Minas, e Lucas Pavanato, di San Paolo, due giovani fascisti che si sono distinti sui social network per aver difeso i più infami discorsi d’odio, sono stati i candidati più votati a livello nazionale, superando i tre milioni di voti.

Si stima che il blocco guidato dall’estrema destra – il PL ha eletto 122 deputati – potrebbe superare ampiamente la maggioranza assoluta, con un numero di deputati compreso tra 276 e 287, ai quali si aggiungerebbero gli 87 seggi dell’Unione progressista, i 41 dei Repubblicani (il partito della Chiesa universale), i 27 di Podemos, la maggioranza dei 43 del PSD, i 10 di Novo, 1 di Missão e persino una parte dei 36 del MDB (Movimento democratico brasiliano).

Nel complesso, tutti i partiti di sinistra totalizzano 24 seggi.

8.
Il PSOL (Partito Socialismo e Libertà) ha ottenuto una vittoria elettorale, ma rischia di perdere la propria personalità giuridica a causa dell’applicazione della «clausola di sbarramento» [quorum per il riconoscimento giuridico].

In realtà, ha subito quello che si può definire un «incidente giuridico-elettorale». Mancavano soltanto 185 voti, cioè lo 0,01%, nello Espírito Santo, perché il PSOL raggiungesse la soglia minima dell’1,5% dei voti validi in almeno nove Stati diversi.

L’ingiustizia di questa procedura è tanto più grottesca in quanto i partiti di destra hanno commesso illegalità assurde e flagranti, il che potrebbe consentire alla battaglia per far invalidare una delle candidature di avere successo. Ma la risposta dovrà essere rapida.

La cosa più importante è che il PSOL ha ottenuto quasi il 5% (4,91%), vale a dire l’impressionante cifra di 5.426.592 voti a livello nazionale per la Camera dei deputati, ed è riuscito a far eleggere 14 deputati.

Il PT ha ottenuto poco meno del 15% dei voti. Il risultato del PSOL è quindi corrisposto a un terzo di quello del PT, dando un’idea dei rapporti di forza all’interno della sinistra.

Ancora più significativo è che a San Paolo la coalizione tra PSOL e Rede ha raccolto quasi 3 milioni di voti, superando per la prima volta persino il risultato del PT.

A Rio de Janeiro, il PSOL ha totalizzato 636.148 voti, eleggendo quattro deputati federali.

È stato dimostrato, senza ombra di dubbio, che il PSOL poteva superare la soglia elettorale che fissava al 2,5% il risultato nazionale richiesto.

9.
In vista del secondo turno, la cosa più importante sarà denunciare senza mezzi termini che il programma di governo bolsonarista rappresenta una contro-rivoluzione su tutta la linea.

Tutte le preziose conquiste economiche, sociali e democratiche ottenute dalla fine della dittatura, per quanto parziali, sono in pericolo. Tutte le libertà sono minacciate.

Il bilancio è già stato tracciato: la democrazia è diventata troppo costosa. Il SUS, la previdenza sociale, l’assistenza sociale, il programma Bolsa Família e il BPC (Benefício de Prestação Continuada, assistenza sociale non contributiva), l’istruzione pubblica, le università: tutti questi progressi sociali sarebbero troppo costosi.

L’estrema destra sostiene apertamente che il vantaggio relativo del capitalismo periferico brasiliano non risieda nelle dimensioni del suo mercato interno, bensì nello sfruttamento intensivo dei lavoratori e delle lavoratrici.

E i bolsonaristi hanno già annunciato una «strategia dello shock» per un capitalismo selvaggio «alla Milei», con l’obiettivo di raggiungere un avanzo di bilancio del 2-3% del PIL.

Con il pretesto di ridurre l’inflazione e rassicurare i creditori del debito pubblico, sostengono la necessità di una recessione che farebbe precipitare milioni di persone nella disoccupazione, allo scopo di ridurre i salari.

Il piano prevede di porre fine all’obbligo di destinare una quota minima della spesa statale all’istruzione e alla sanità pubblica: rispettivamente il 18% e il 15% delle entrate federali, il 25% delle entrate degli Stati e, rispettivamente, il 12% e il 15% delle entrate municipali.

Vogliono che il salario minimo – che durante i quattro anni del governo Bolsonaro è stato adeguato soltanto all’inflazione, senza aumenti reali – smetta di costituire la soglia di riferimento per il calcolo delle prestazioni pensionistiche.

Vogliono congelare gli stipendi dei dipendenti pubblici a tempo indeterminato.

Vogliono la denazionalizzazione dell’economia brasiliana con il pretesto di attirare capitali statunitensi. Vogliono privatizzare Petrobras e le banche pubbliche.

Ma c’è di peggio.

I fascisti vogliono distruggere le norme di tutela ambientale, sono negazionisti del riscaldamento climatico, nemici dei movimenti delle donne, applaudono un razzismo ripugnante, incitano alla più spregevole LGBT-fobia e, come se non bastasse, i loro dirigenti sono professionisti della corruzione e sono legati alla criminalità organizzata.

Sarà una lotta della civiltà contro la barbarie.

10.
Col senno di poi, l’elezione presidenziale si annunciava come una sconfitta di Lula già al primo turno, con la manovra di André Mendonça presso la STF volta a garantire la sospensione di Alexandre de Moraes [vedi su questo sito gli articoli pubblicati il 12 e il 22 settembre].

Questa operazione è stata il «fischietto per cani», quello che soltanto alcune orecchie riescono a sentire, che ha innescato la campagna «Fuori Xandão [Moraes], fuori Lula», con l’obiettivo di avvelenare le elezioni con la «marea di fango» della corruzione.

Fortunatamente, è stata interrotta dalla lucidità di Flávio Dino, giudice della STF.

Successivamente, la svolta a sinistra della campagna di Lula, con il suo insieme di misure d’emergenza, ha permesso di guadagnare tempo e di ottenere il passaggio al secondo turno.

Ma la vittoria al secondo turno sarà molto più difficile da ottenere. Dipenderà dalla capacità di conquistare i voti di coloro che si sono astenuti [21,08%, pari a 32,7 milioni di potenziali elettori ed elettrici, con punte nel Mato Grosso do Sul: 23,87%, Rio de Janeiro: 23,32%, Minas Gerais: 22,79%, San Paolo: 22,54%, Stati nei quali Bolsonaro ha preceduto Lula].

È possibile conquistare altri due milioni di voti. Una parte dei voti degli altri candidati di destra è già stata orientata verso il voto utile al primo turno.

Ma sarà inevitabile dire le cose come stanno.

La chiave della vittoria risiede nella conquista di una maggioranza politico-sociale che comprenda il pericolo apocalittico che ci minaccia.

Non bisogna tremare.

Serrare i ranghi e combattere fino alla fine.

*articolo apparso su Esquerda online il 6 ottobre 2026

articoli correlati

L’intelligenza artificiale e i pericoli della mercificazione della scuola pubblica

Conferenza OSCE a Lugano, un’ipocrita sceneggiata

Spagna. Verso lo sciopero generale?