Conferenza OSCE a Lugano, un’ipocrita sceneggiata

Tempo di lettura: 4 minuti
image_print

Pubblichiamo qui l’intervento di Giuseppe Sergi in Gran Consiglio dello scorso 6 ottobre. In discussione un credito (in realtà un anticipo di spesa) per l’organizzazione della conferenza ministeriale dell’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), che si terrà a Lugano a inizio dicembre.
I deputati dell’MPS hanno votato NO (il credito è comunque passato con una comoda maggioranza); naturalmente con posizioni radicalmente diverse dall’UDC e dai suoi amici rosa-bruno. Per costoro, evidentemente, qualsiasi riunione internazionale nella quale si discutono questioni di ordine politico, alla quale la Svizzera partecipa, è – per principio – un venir meno della propria neutralità e una rinuncia alla sovranità nazionale: un nazionalismo becero che porta poi a difendere l’esercito svizzero e il suo ruolo (che, la storia ce lo insegna, è quello di mantenimento dell’ordine interno); un nazionalismo che di fatto si allinea alla politica dell’imperialismo svizzero e ai suoi interessi. Quel che li divide (come è stato in occasione della recente votazione sull’iniziativa sulla neutralità) è la necessità di quella “flessibilità” nell’applicazione della neutralità che oggi è – in un quadro di concorrenza tra capitalismi sempre più esasperata – fondamentale per la difesa degli interessi delle classi dominanti di questo Paese.
In sottofondo (e lo abbiamo visto ampiamente con la propaganda a favore dell’iniziativa sulla neutralità), una posizione internazionale di sostegno all’imperialismo russo e ai suoi alleati venduta per politica di promozione della pace (con tanto di colomba sui manifesti).
Un NO, il nostro, in nome di una bussola chiara: un internazionalismo fondato sulla difesa dei diritti dei popoli che molti dei governi rappresentati alla conferenza OSCE di Lugano perseguono all’interno e all’esterno. (Red)

***************************

La conferenza ministeriale dell’OSCE, che si terrà a Lugano il prossimo dicembre, viene presentata come il momento culminante della presidenza svizzera dell’organizzazione: un’occasione per discutere di sicurezza europea e internazionale e per rilanciare il dialogo tra i 57 Stati partecipanti.

Partiamo da una considerazione: il fatto che, in una fase segnata da guerre e crescenti tensioni internazionali, Stati con interessi diversi possano ancora sedersi attorno a un tavolo è certamente positivo.

Ma proprio per questo dobbiamo chiederci quale idea di sicurezza verrà discussa a Lugano e, soprattutto, da chi.

A Lugano si ritroveranno Stati che parleranno di pace, di sicurezza, di cooperazione e di rispetto del diritto internazionale.

Ma molti degli stessi Stati che parteciperanno a questa discussione stanno aumentando rapidamente le proprie spese militari e i propri armamenti. Secondo il SIPRI, nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto quasi 2’900 miliardi di dollari, con una crescita del 14% in Europa in un solo anno.

E alcuni degli Stati presenti a questa conferenza sono direttamente coinvolti in guerre, occupazioni, aggressioni e violazioni del diritto internazionale. Pensiamo agli Stati Uniti e alla Russia, per citarne solo due.

E allora la domanda è inevitabile: come si può parlare seriamente di pace mentre, contemporaneamente, si investono risorse enormi nel riarmo e si continua a ricorrere alla forza militare come strumento della politica internazionale?

Questa è la contraddizione che dobbiamo denunciare.

Perché rischiamo di assistere a una vera e propria sceneggiata ipocrita: governi che si ritrovano per parlare di pace e di rispetto del diritto internazionale mentre, nelle loro politiche concrete, contribuiscono al riarmo, alimentano conflitti o calpestano quegli stessi principi che dichiarano di voler difendere.

Non contestiamo il valore del dialogo. Al contrario: proprio perché il dialogo è necessario, rifiutiamo che venga utilizzato come foglia di fico per nascondere politiche fondate sulla forza e sul riarmo.

Se davvero vogliamo parlare di sicurezza, dobbiamo parlare di prevenzione dei conflitti, diplomazia, cooperazione internazionale, disarmo e rispetto effettivo del diritto internazionale. E, soprattutto, di giustizia sociale su scala planetaria.

E dobbiamo essere coerenti: non si può parlare di pace e, contemporaneamente, preparare la guerra.

Questa contraddizione generale riguarda direttamente anche la Svizzera. La Confederazione ha scelto di aumentare significativamente le risorse destinate all’esercito, prevedendo un fondo miliardario per le spese militari e maggiori entrate anche attraverso l’aumento dell’IVA. E in questa strategia rientra l’assurda e scandalosa decisione di acquistare 35 caccia F-35A.

È dunque inevitabile chiedersi con quale idea di sicurezza la Svizzera si presenterà a una conferenza internazionale dedicata alla sicurezza.

Ma a Lugano questa contraddizione assumerà anche una dimensione molto concreta.

Per garantire la sicurezza della conferenza, la Confederazione ha autorizzato l’impiego di fino a 2’000 militari. È inoltre prevista una limitazione dell’uso dello spazio aereo in un raggio di 46 chilometri attorno a Lugano, accompagnata da un dispositivo rafforzato di sorveglianza.

Non neghiamo la necessità di garantire la sicurezza dei partecipanti. Ma la sicurezza non può essere pensata soltanto dal punto di vista delle delegazioni e delle forze di sicurezza.

Dobbiamo chiederci: quale sarà il costo di questo dispositivo per la città e per la popolazione? Quali saranno le conseguenze sulla mobilità e sulle attività economiche? E soprattutto: come verrà garantito il diritto di manifestare e di esprimere il dissenso?

Perché anche i diritti democratici fanno parte della sicurezza.

Il diritto di manifestare contro il riarmo, di criticare le politiche militari e di proporre un’altra idea di sicurezza non può essere considerato un semplice problema di ordine pubblico.

Anzi, proprio durante una conferenza che pretende di discutere di pace e sicurezza, dovrebbe essere garantito pienamente lo spazio per chi contesta le politiche di guerra e di riarmo.

Per queste ragioni riteniamo che la conferenza di Lugano debba essere giudicata non dalla sua retorica, ma dalla coerenza tra ciò che si proclama e ciò che concretamente si fa.

Non possiamo parlare di pace mentre si prepara la guerra, né parlare di sicurezza mentre si comprimono i diritti democratici. E non possiamo parlare di rispetto del diritto internazionale mentre lo stesso viene sistematicamente violato.

È per questo che, dal punto di vista politico ed etico, non voteremo questo credito.

E se la conferenza di Lugano diventerà davvero il luogo nel quale si celebrerà questa ipocrisia, saremo in prima fila per contestarla.

articoli correlati

Brasile. Le prospettive dopo il primo turno delle elezioni presidenziali e legislative

L’intelligenza artificiale e i pericoli della mercificazione della scuola pubblica

Spagna. Verso lo sciopero generale?